9
Set
2009

Ostacoli nucleari

Splendido articolo di Ed Crooks e James Blitz sul Financial Times, che fa il punto sulle prospettive per l’energia atomica. La prospettiva è “laica” e, giustamente, evita di entrare nei due tormentoni che sempre inquinano la discussione sull’atomo: cioè la rissa religiosa nucleare sì / nucleare no, e il dibattito infinito sul costo del chilowattora. Voglio sottolineare quest’ultimo punto: trovo del tutto irrilevante, politicamente, accappigliarsi sul reale costo di produzione dell’energia nucleare, a meno che ciò non sia la premessa per la richiesta di sostegni tariffari sul modello delle rinnovabili. L’aspetto paradossale è che l’insistenza sui costi di produzione non viene da chi il nucleare vuole farlo, ma da chi lo osteggia: non che i primi siano dei santarelli mercatisti, ché se un sussidio gli svolazza di fianco lo acchiappano loro pure. Solo che, semplicemente, non è di questo che si sta discutendo – né a livello globale, né in Italia. Un’ulteriore precisazione riguarda il fatto che una parte dei problemi sollevati dal Ft non si applicano al nostro paese, perché hanno una dimensione geopolitica ritagliata sul comportamento di quelle nazioni riottose che, per ragioni le più diverse, non sono disposte ad accettare tutti gli standard o i compromessi internazionali. Quindi, oggi non si parla di Italia, ma del mondo.

Dal punto di vista del mondo occidentale, l’atomo presenta due indiscutibili vantaggi: aiuterebbe a rafforzare la sicurezza energetica (perché consente una maggiore diversificazione delle fonti e dei fornitori, almeno nel settore elettrico e indirettamente in quello del riscaldamento e degli usi industriali, a favore dei quali verrebbero liberati approvvigionamenti di gas) e contribuirebbe all’abbattimento delle emissioni. Personalmente sono contrario alla “politicizzazione” di questi due obiettivi e all’adozione di specifici strumenti di policy (come l’orrido Emissions Trading Scheme che quotidianamente ci affligge). Però è un dato di fatto con cui i maniaci della sicurezza e dell’ambiente dovranno fare i conti, che qualunque politica tesa ad ampliare la diversificazione o a ridurre il consumo di combustibili fossili renderà l’atomopiù  competitivo, e aiuterà a togliere castagne finanziarie dal fuoco competitivo dei mercati liberalizzati.

Nella prospettiva geopolitica, il nucleare ha un grande e ovvio appeal per i paesi produttori di risorse: per i quali, se anche fosse relativamente più costoso dell’elettricità prodotta da metano, avrebbe comunque senso installarne una quota per liberare olio e gas da destinare all’esportazione (dove, visti i costi di estrazione relativamente bassi, sono comunque più profittevoli). Tra parentesi, diversi paesi del Golfo generano la loro elettricità col peggio olio combustibile, quindi l’impatto ambientale – e non parlo solo di CO2 – sarebbe indubitabilmente positivo. Qui il vero problema riguarda il possibile nesso, per quanto debole, tra nucleare civile e nucleare militare, e in particolare alla possibilità di nascondere il secondo dietro il primo.

Questo è un problema serio – soprattutto di fronte a pretendenti come l’Iran, che del restano puntano il dito contro chi, come Israele, India e Pachistan, l’hanno già fatto. Tuttavia è un problema che è possibile affrontare in ottica puramente pragmatica: in ballo non ci sono reali opzioni ideologiche, ma interessi e contropartite. E’ un terreno su cui le diplomazie possono e devono muoversi, ma è importante evitare inutili estremismi (come le posture nazionaliste iraniane, ma anche i niet ciechi e assoluti troppo spesso posti dalle amministrazioni americane) e le strumentalizzazioni religiose (penso all’antinuclearismo verde). Chi ha veramente il pallino in mano, oggi, è Washington, che su questa battaglia potrà darsi un profilo davvero alto – oppure sprecare un’opportunità e incancrenire le attuali incomprensioni (nello stesso modo in cui si sta uccidendo il Nabucco per il tic psicologico di sedersi allo stesso tavolo con Bagdad e Teheran). 

La questione, dicevo, è seria ma non ancora grave: vediamo di evitare che lo diventi.

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7 Responses

  1. Perchè il reale costo di produzione non è un problema?
    Mi sbaglio o se così non fosse, con l’efficenza raggiunta dal fotovoltaico e/o dall’eolico avremmo già svoltato.
    Lo scrivo senza retorica ma per convincerci ad utilizzare energie alternative non sarebbe indispensabile farci notare che il prezzo, almeno si avvicina ai combustibili fossili?
    Condivido le preoccupazioni anche geopolitiche riguardo la continua dipendenza dal petrolio, ma il nodo prezzo, insieme ai tempi bibblici di costruzione, resta fondamentale.
    Resto sempre a disposizione per essere convinto del contrario…

  2. Bruno

    Cercare fonti alternative al petrolio è come mangiare riso ora perchè un giorno il prezzo del grano sarà troppo alto.

    Fino a che il grano costa meno mangio grano poi si vedrà.

    Se nessuno privato si mette a far concorrenza al petrolio ci sarà il motivo. Certamente è facile farlo con i soldi degli altri…

    Bruno

  3. Leonardo

    Tra l’altro il nucleare è fortemente politicizzato e perciò facilmente monopolizzabile/oligopolizzabile.
    Pochi soggetti ben attaccati alla politica (es. EDF, Enel), investimenti metà pubblici metà privati quando va bene e gestione delle scorie ormai definitivamente a carico del contribuente.
    Altro che mercato libero!
    Le rinnovabili anche laddove costino di più, si mettono in produzione in tempi più brevi e la tecnologia è alla portata di molti più soggetti per cui non è intrinsecamente preclusa la creazione di una sana competizione industriale e di mercato.

  4. Leonardo

    Dimenticavo: ormai lo avranno capito anche i muri che il nucleare serve a ENEL per resistere meglio agli attacchi della concorrenza. O è forse un caso che il ritorno al nucleare arrivi proprio ora che anche l’Italia si vede costretta (nonostante tutto, suo malgrado!) ad aprire il mercato elettrico? Sigh!

  5. damiano

    @Bruno
    a parte che c’e il petrolio l’anno scorso ha raggiunto i 147 e ora che siamo in recessione non scende sotto i 70 , si potrebbe anche dire che si stanno scoprendo certe esternalità del petrolio e dei fossili in genere quali ,che so , l’effetto serra …

    d’altronde i sussidi alle rinnovabili impediscono di misurare con precisione la loro efficenza (lo EROEI ) .. forse ha piu’ senso incentivare la ricerca di base sulle energie rinnovabili , secondo me .

  6. I privati non fanno concorrenza con il nucleare a chi produce energia e la vende perché, in un ambiente politicizzato non hanno modo di prevedere i tempi del loro investimento. Tecnicamente, per costruire una centrale nucleare ci vogliono 3 anni, che diventano 10 o 20 se ci si mettono di mezzo politici e protestatari vari. Ovvio che il costo di investire del denaro che inizia a fruttare dopo 3 anni è molto minore che sel’investimento inizia a fruttare dopo 10.
    Qui si tratta di garantire regole certe e tempi certi. Senza le prime non ci sono i secondi e senza i secondi non c’è modo di investire.

    Il problema delle scorie è un non problema. Le scorie possono essere riutilizzate nei reattori di prossima generazione, che possono bruciare fino al 90% e più del combustibile nucleare, quindi riducendo i problemi delle scorie a poco e nulla. Non sono un rifiuto, sono una risorsa.

    Per ils olare, ci sono progressi importanti di recente, i prezzi sono dimezzati dall’anno scorso e si prevede che diventino un quarto degli attuali in due anni. Ma c’è un glut di produzione e non è detto che tutti i produttori sopravvivano al crollo dei margini. Ma non si può produrre tutta l’energia che serve con il solare. Una parte ha senso produrla, ma le industrie pesanti non le mandi avanti con il solare.

    Vedremo quando il Slovacchia e in Romania cominceranno a piazzare reattori nucleari da 30 MW elettrici (hanno un contratto con la Hyperion i romeni) intorno al 2013. Roba che si carica su un camion, si porta nel sito dove stanno le turbine per generare l’elettricità, si attaccano i tubi del vapore e via. Dopo 9 anni, si compra un nuovo reattore, lo si scambia con quello vecchio e quello vecchio ritorna in fabbrica, dove lo svuotano, lo ricaricano e si occupano di riciclare le scorie. E l’Hyperion non è da sola, ci sono almeno altre tre aziende che stanno sviluppando reattori simili. Sicuri (possono essere abbandonati e non succede nulla), non proliferabili (tanto varrebbe cominciare dall’uranio scavato che da quello usato nel reattore), producibili in massa e con standard di qualità di produzione seriale. Costo previsto dell’elettricità prodotta 2 centesimi di euro per kWh (tutto compreso – tasse e guadagno a parte).

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