Friedman, i fallimenti bancari e la reincarnazione

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Segnalo a chi legge che da qualche sessione di Borsa a questa parte il mercato cinese sta reagendo alla maggior cautela di liquidità che il regolatore monetario locale ha deciso di adottare. Come vi avevamo detto, la bolla si sta riducendo: e a colpi di centinaia di punti base a sessione. Non è per dire a chi ci legge che deve “usarci” per regolare i propri ingressi e uscite sul mercato. È solo per richiamare l’importanza assoluta che in questi chiari di luna i regolatori monetari rappresentano rispetto ad andamenti di mercato largamente “determinati” dall’eccesso di liquidità che qualche strada dovrà pure prendere, in perdurante assenza di efficiente trasmissione del moltiplicatore monetario all’economia reale. Ai corsi di Borsa attuale in Italia, per moltissime quotate il P/E  è assolutamente spaziale. Detto questo, che cosa penserebbe Milton Friedman se fosse ancora tra noi?Più che dirvelo io – c’è un limite al proprio ego, ah ah – preferisco rinviarvi a un succosissimo scambio di opinioni tra due blogger che qui piacciono molto, Tyler Cowen  di Marginal Revolution e David Henderson di EconLog. Qui oggi 31 agosto  trovate tutte e quattro le puntate del botta e risposta. Per non ripetere, mi limito a dirvi che la penso come Henderson. Sono dell’idea che come Friedman e Schwarz hanno abbondantemente spiegato nella loro insuperata interpretazione della Grande Depressione, Milton sarebbe stato assolutamente favorevole ai bassi tassi odierni e anche a misure di quantitative easing forse più aggressive di quelle messe in atto dalla FED di Bernanke – il che non significa che sarebbe stato automaticamente favorevole a come vengono condotte le operazioni dalla FED sui mercati aperti, al fine di sostenere non l’economia reale ma i prezzi di Borsa. Penso invece che la soluzione di Milton al problema TBTF non sarebbe stata “evitiamo a tutti i costi” i fallimenti dei grandi intermediari. Anzi, avrebbe pensato che una volta imboccata quella strada sarebbe stato meglio percorrerla rapidamente, per riallineare in fretta con perdite sugli azionisti gli attivi patrimoniali delle banche a livelli credibili e consentire così celermente il ritorno alla fiducia innanzitutto interbancaria. Una linea forse più produttiva, del solo sì al fallimento Lehman che ha confermato poi a tutti i grandi istituti mondiali che tanto non rischiano nulla di definitivo: tanto che le loro rettifiche patrimoniali sono risultate a distanza di un anno ben inferiori a quelle stimate dai fori internazionali. È perché lo sanno benissimo esse per prime, che le banche sono agenti di politica monetaria ancora tanto inefficienti, oggi.

Ai friedmaniani incalliti segnalo questo post di Dan Klein, su un altro blog “obbligato”. Purtroppo la penso come lui, oggi è quasi impossibile pensare a un clone friedmaniano. Oggi in accademia c’è troppa matematica, niente storia dell’economia. anche se ci fosse, non gli darebbero mai il Nobel.

il Nobel

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