La maledizione delle risorse e la scoperta dell’acqua calda

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Moises Naim è una persona intelligente anche se ha fatto il ministro. Per questo leggere i suoi editoriali sul Sole 24 Ore è sempre un esercizio utile, se non a imparare qualcosa, almeno a confrontarsi con un punto di vista autorevole e originale sulle cose del mondo. Solo che, a volte, Naim si limita a esporre un’equazione senza poi tentare di risolverla. E’ il caso del suo intervento di oggi, che tenta di avviare una riflessione su quello che in letteratura è noto come il “paradosso dell’abbondanza”, o anche come la “maledizione delle risorse“.

Termine coniato, per la prima volta, da Richard Auty in suo saggio del 1993 e poi riscoperto e approfondito da molti altri, tra cui Jeff Sachs e Andrew Warner, la maledizione delle risorse si riferisce all’apparente paradosso per cui i paesi ricchi di risorse – e in particolare di petrolio – tendono a essere più poveri e meno dinamici di quelli che, invece, le risorse devono sudarsele e importarle. Per citare Naim,

le nazioni povere ma ricche di risorse naturali di solito sono sottosviluppate non a dispetto delle loro ricchezze minerali e di idrocarburi, ma a causa di esse. In un modo o nell’altro, il petrolio – o l’oro, o lo zinco – rende poveri. È un dato di fatto difficile da credere, ed eccezioni come la Norvegia e gli Stati Uniti spesso vengono citate come esempi del fatto che petrolio e prosperità diffusa non sono in contraddizione fra loro.

La ragione di tutto ciò non è, in fin dei conti, particolarmente remota né oscura. I paesi ricchi di risorse, con alcune importanti eccezioni come appunto gli Usa e, in misura minore, la Norvegia, tendono a considerare le risorse stesse una sorta di bene pubblico, che solo il governo può amministrare. Questo fa sì che i governi possano contare su entrate enormi e sicure, ancorché molto volatili (basta pensare agli incredibili sbandamenti del prezzo del petrolio nell’ultimo anno), che gli consentono di creare una sorta di welfare state. L’economia di questi paesi finisce per essere largamente, o interamente, dipendente dalla rendita delle risorse, e i cittadini finiscono per non aver quasi bisogno di lavorare: la bella vita, tanto, la possono fare comunque a spese dello Stato, cioè dei consumatori stranieri. In un certo senso, questo è il sogno di qualunque politico: poter spendere a volontà, creare clientele, e incidere sui destini del proprio paese, senza dover neppure degnare di uno sguardo la leva fiscale. Poter spendere senza tassare. E’ ovvio che da questo sistema non possano che scaturire inefficienze e rigidità di ogni sorta, come lo stesso Naim riconosce. Solo che poi butta lì quanto segue:

Ogni speranza è perduta per i paesi ricchi di risorse naturali? Non del tutto. Cile e Botswana si segnalano come esempi di successo in continenti dove la maledizione delle risorse naturali ha fatto sfracelli. Scoprire come siano riusciti a sfuggire alla maledizione delle risorse naturali potrebbe salvare milioni di persone dallo sterco del demonio. Ma nessuno l’ha ancora scoperto.

(“Sterco del demonio” è l’espressione utilizzata da Juan Pablo Perez Alfonzo, ministro venezuelano del petrolio all’epoca della fondazione dell’Opec, per definire l’oro nero). Naturalmente, se Naim si riferisce agli accidenti della storia, ha perfettamente ragione. Nessuno ha scoperto in virtù di quale legge cosmica un paese si trovi politici buoni e un altro cattivi, o un paese sia più disponibile a ricevere idee sagge anziché sbagliate. Ma non credo che parli di questo: immagino si riferisca ai meccanismi che portano un paese a trarre vantaggio dalle risorse, e un altro a esserne maledetto.

La risposta è semplice: paesi come Cile e Botswana hanno un grado relativamente alto di libertà economica (in entrambi i casi superiore a quella italiana, peraltro). Al contrario, la maggior parte dei paesi produttori di petrolio (e di risorse) si trovano nelle parti basse della classifica: Iain Vasquez qui parla del mondo arabo, mentre questo splendido e sempre attuale paper di Stephen Brown e Richard Alm valuta le conseguenze di questo gap di libertà sulla produzione petrolifera. Le ragioni tecniche ed economiche del legame tra libertà economica (in particolare proprietà privata, o almeno controllo privato, delle risorse) e dinamicità dell’economia in generale è intuitivo.

E’ molto interessante, da questo punto di vista, il confronto tra il Cile e l’Argentina: mentre in Argentina il sottosuolo è sfruttato poco e male a causa della proprietà pubblica delle risorse (descritta da Guillermo Yeatts nel suo straordinario libro), il Cile è caratterizzato da una legislazione più aperta, grazie alla quale – come Naim ricorda – il paese non è schiavo della maledizione delle risorse. Particolare interessante: il padre della legislazione mineraria cilena è un carrissimo amico dell’IBL, José Pinera, che al paese ha regalato anche la grande madre di tutte le riforme pensionistiche. Da ministro delle risorse minerarie, Pinera ha forgiato una normativa attenta a tutelare i diritti di proprietà delle imprese attive nell’esplorazione e sfruttamento del sottosuolo, i cui capisaldi sono illustrati in questo interessantissimo volume del 1981.

Quindi, per tornare alla questione originale, se la domanda di Naim è come mai il Cile abbia avuto Pinera e l’Argentina no, non sono in grado di dare una risposta, e probabilmente nessuno lo è. Se invece la domanda è perché il sottosuolo cileno sia sfruttato in modo più razionale di quello argentino, la risposta è appunto che il Cile ha avuto Pinera. E dunque, se la domanda successiva è come fare a esportare la riforma cilena nel resto del mondo, in modo da sconfiggere ovunque la maledizione delle risorse, l’unica risposta possibile (scartando la clonazione di Pinera!) è quella di approfondire la legge mineraria cilena e tentare di trarne gli aspetti più rivoluzionari per applicarli in altri contesti. La scelta ultima, però, spetta ai popoli maledetti dalle risorse: noi possiamo, al massimo, capire cosa è che non va e tentare di convincerli.

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