19
Ago
2009

Mercati giù come detto, povera FED

Che i mercati finanziari fossero in bolla, se ci seguite su questo blog per voi non è una novità. Come non lo è la frenata cinese che vi abbiamo anticipato quando nessuno ci faceva caso, allorchè la Banca centrale ha tirato un freno all’eccesso di liquidità che finiva per alimentare acquisti in Borsa invece di traslarsi sull’economia reale. Di conseguenza, è solo un bene che anche stamane Shangai perdesse più di 4 punti e che di conseguenza tutto ciò tiri verso il basso da due settimane le Borse mondiali. Meglio fermare la bolla bis alimentata dalle banche centrali, piuttosto che continuare ad alimentarla. Da oltre il 90% che Shangai aveva guadagnato da marzo ad oggi, siamo al 18,9% in meno. Vedremo più avanti, se la discesa dell’equity andrà per un po’ a vantaggio dell’obbligazionario che stentava, per poi ritornare all’equity a fine anno. O se il futuro ci riserva – Dio non voglia ma attualmente non credo – di peggio. La domanda a questo punto è:  le banche centrali capiranno che devono cambiare musica?

È per questo del resto che anche la Fed nella sua ultima riunione dell’OMC ha annunciato una frenata progressiva, da ottobre, al quantitative easing. Mentre è di ieri la pubblicazione delle ultime minute da parte di Bank of England, dalle quali si apprende che sullo stesso argomento alla riunione del Monetary Policy Committee di inizio agosto il governatore Mervyn King è finito in minoranza: per 6 contro 3 è stata respinta la sua proposta, che era di estendere il quantitative easing di altri 75 bn£, mentre l’aumento del fondo approvato a maggioranza è stato “solo” di 50, da 125 a 175 bn£. E’ il caso di dire che a Londra la maggioranza dei membri del board aveva più chiaro di quanto non fosse al governatore, che il sostegno delle banche centrali alle Borse sta esaurendo il suo primo travolgente corso, iniziato a marzo. Ma la FED di Bernanke, che sinora ci è andata giù pesante nel provvedere alle aziende Usa un provvido cuscino di equity aggiuntivo, lo capirà davvero? Se date un occhio a questo grafico, potete rendervi conto di quanto il quantitative easing stia fallendo i suoi obiettivi. Se si paragona lo 0,25% di tasso praticato sui FED Funds al tasso che la FED dovrebbe adottare se applicasse la legge di Taylor –  una volta e mezza il tasso d’inflazione, metà della differenza tra prodotto attuale e potenziale, più uno – la distanza siderale tra la realtà e l’optimum è di ben 680 punti base, nel senso che il tasso dovrebbe essere negativo, a -6,55%. Gli acquisiti di titoli NON stanno migliorando l’economia reale, visto il problema negli USA è quello di un drastico perdurante calo dei consumi delle famiglie a fronte della necessità di riallineare i propri debiti al reddito disponibile, in presenza di un continuo calo di valore del proprio patrimonio immobiliare, e mettendo in conto che un surplus di risparmio è necessario altresì per fronteggiare i prossimi aumenti delle tasse, visto l’impennarsi spaventoso del deficit e debito pubblico americano.

Se fino agli anni Trenta il GDP Usa era al 90% privato e per il 10% pubblico, ancora a fine anni Ottanta la fetta pubblica non andava oltre il 22% e il 78% era privato. Nel post fallimento Lehman, per via della crisi da una parte e dell’interventismo pubblico dall’altra, la ripartizione del GDP americano vede il “pubblico” salito a un vertiginoso 45% rispetto al 55% privato: roba da socialismo europeo. In più, se il 77% del GDP USA fino alla crisi era trainato da consumi interni, i due decìli di cotnribuenti più elevati pesavano da soli per oltre il 56% del totale dei consumi, rispetto a un 40% originato dai quattro decìli della classe media, e uno scarso 4% totale del 20% di contribuenti a reddito inferiore. Ma è proprio sulla parte alta dei contribuenti americani , cioè su quelli che originavano il più dei consumi, che Obama intende accrescere di un bel po’ le tasse. Forse è molta meno spesa pubblica inutile aggiuntiva, la cura migliore da seguire oggi, assai più che gli acquisti in Borsa da parte delle banche centrali.

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3 Responses

  1. Giorgiob75

    Faccio notare che la settimana successiva all’annuncio della FED di cessare l’ acquisto di T-NOTE a partire da Ottobre, il rendimento del decennale ha perso quasi lo 0,5%.

    Da dove arrivano questi soldi visto che nel frattempo anche l’azionario è salito ?

    Ma quanto sono ridicoli ?

  2. Enrico Castro

    Da segnalare dal blog di Tyler Durden anche l’articolo a cui fa riferimento il grafico segnalato[1]. Quell’articolo mi ha fatto ricordare una serie di articoli che ho letto sia recentemente sia qualche mese fa, riguardo alla politica monetaria che la FED dovrebbe adottare ed in particolar modo all’opportunità che la banca centrale americana fissi un tasso d’interesse negativo. Recentemente infatti ha posto la questione Tyler Cowen (www.marginalrevolution.com) che in un articolo sul NYT[2] portava all’attenzione dei lettori le opinioni di Scott Sumner[3] che ha proposto la soluzione del tasso d’interesse negativo per superare l’eccezionalità del momento, ma che in tempi normali propone che la FED fissi un target d’inflazione annuo intorno all’1/2%. La provocazione di Sumner è in linea con quella fatta diversi mesi fa sempre sulle pagine del NYT da Gregory Mankiw[4].
    Personalmente le loro argomentazioni non mi convincono. Com’è possibile ricostituire il risparmio necessario a pagare i debiti e a finanziare gli investimenti con una moneta a tasso d’interesse negativo?

    [1]http://www.zerohedge.com/article/taylor-rule-estimate-suggests-fed-fund-rate-differential-whopping-68
    [2]http://www.nytimes.com/2009/08/02/business/economy/02view.html?_r=1
    [3]http://blogsandwikis.bentley.edu/themoneyillusion/?page_id=1785
    [4]http://www.nytimes.com/2009/04/19/business/economy/19view.html

  3. @Giorgiob75: quei soldi arrivano dalla enorme liquidità che non attende che di essere impiegata, quindi possono benissimo darsi situazioni di mercato in cui azionario ed obbligazionario salgono (in termini di prezzo) contemporaneamente. E’ lo scenario “goldilocks”, andava di moda negli anni d’oro di Greenspan, quando si riteneva che la crescita della produttività e il global savings glut avrebbero fatto salire indefinitamente i corsi azionari senza pressioni sui rendimenti obbligazionari, anzi mantenendoli moderati.

    @Enrico Castro: Zero Hedge ha usato una funzione Bloomberg che utilizza il tasso d’inflazione complessivo (headline CPI) e un tasso di crescita reale del Pil del 2 per cento. Se usassimo il PCE core (cioè l’indice della spesa per consumi personali al netto di alimentari ed energia) al valore corrente di 1,5 per cento, e date altre ipotesi del modello che vedono il tasso “naturale” di disoccupazione al 5 per cento, otterremmo che il tasso-obiettivo dei Fed Funds diverrebbe negativo ma per solo lo 0,15 per cento. Quindi, attenzione all’uso acritico dei modelli, cosa che a Zero Hedge avviene pressoché quotidianamente. Ciò premesso, il dibattito su tassi d’interesse negativi è più vivo che mai, e addirittura la Riksbank ha deciso di tagliare il tasso sui depositi a MENO 0,25 per cento, nel tentativo di evitare il cash hoarding. A questo punto la domanda da porre alla Fed sarebbe: “che senso ha remunerare le riserve in eccesso detenute presso la banca centrale?”

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