Breaking news: le rinnovabili costano

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Il libro bianco del governo britannico sulle fonti rinnovabili lo dice chiaro e tondo: a fronte di un costo di incentivazione per raggiungere gli obiettivi stimato fra 57 e 70 miliardi di sterline nei prossimi 20 anni, il beneficio ambientale generato dalle fonti verdi sarà di appena 4-5 miliardi di sterline. Metteteci dentro tutto quello che volete: il costo evitato di generazione elettrica da altre fonti, i green jobs, shakerate, e troverete comunque le cifre impietose di un fallimento annunciato.

La questione è molto semplice: la maggior parte delle fonti rinnovabili sono per nulla competitive. Sono, cioè, talmente distanti dai costi che caratterizzano le fonti tradizionali (nucleare compreso) che non c’è modo di dimostrare, razionalmente, che sia sensato incentivarle. Infatti, delle due l’una. Se l’obiettivo è quello di ridurre le emissioni, allora non c’è motivo di scegliere una (o poche) vie, e soprattutto di definire ex ante (attraverso una serie di obiettivi vincolanti) quale sia il mix di strumenti necessari a raggiungere tale fine. Noi non sappiamo se e in quale combinazione sole, vento, efficienza, nucleare, eccetera possano essere impiegati nel modo migliore. L’unica strada per conoscere la risposta è il mercato: e, dunque, ammesso e non concesso che si voglia “fare qualcosa” per ridurre le emissioni, occorre creare uno spazio concorrenziale dove, per quanto le emissioni (non le fonti che le producono) siano penalizzate, tutte le alternative siano poste in competizione tra di loro e con le fonti carbon-based. La via più semplice è quella di istituire una carbon tax costruita in modo tale che il suo gettito sia impiegato per ridurre altre imposte più distorsive, come abbiamo proposto tempo fa e come parrebbe sostenere anche il capo del Pd, Dario Franceschini.

Se invece ridurre le emissioni non è l’unico obiettivo, e magari neppure il più importante, allora è tutto un altro paio di maniche: usciamo dal campo della politica ambientale per muoverci sul più insidioso territorio della politica industriale. In questa prospettiva, ha senso – oggi – incentivare le rinnovabili? La risposta standard è che sì, ha senso, perché solo così potremmo imitare l’esempio virtuoso di paesi come la Germania che hanno creato una forte industria domestica e hanno così dato vita a 240 mila nuovi posti di lavoro. Una analisi piuttosto ampia della questione dei green jobs è disponibile qui.  Il punto che mi pare rilevante, però, è che perseguire quella strategia oggi mi sembra sbagliato (in ottica industriale) proprio perché la Germania l’ha già fatto. Pensare che nel settore delle rinnovabili non esistano economie di scala, e che quindi moltiplicando di n volte la produzione si moltiplicheranno di n volte anche i posti di lavoro, è un’ingenuità pericolosa. Tra l’altro, è evidente che l’impatto economico netto delle politiche di incentivazione alle fonti non può che essere negativo, a meno che un paese non sappia diventare esportatore di tecnologia, cioè non riesca a esercitare un’azione di lobbying così efficace (per esempio a livello europeo) da spingere tutti gli altri paesi a costringere i loro sistemi industriali ad acquistare prodotti farlocchi dal suo (ogni riferimento al pressing di Berlino su Bruxelles è decisamente voluto). Piuttosto, sarebbe meglio incentivare l’innovazione, che tra l’altro costa meno, anche perché si potrebbe indirettamente sperare di risolvere il problema ricordato sopra: che le attuali fonti rinnovabili sono patacche. Le rinnovabili possono avere speranze solo se diventano ragionevolmente competitive.

Detto questo, sono scettico perfino sugli incentivi all’innovazione. Per due ragioni, una generale e una specifica. Quella generale è che gli incentivi quasi sempre beneficiano i soggetti sbagliati o addirittura indirizzano la ricerca nella direzione meno promettente. Meglio lasciar fare al mercato, garantendo poi una giusta remunerazione degli investimenti attraverso forme di detassazione (non solo nel campo delle fonti verdi, ovviamente) e con l’impegno credibile a una forte tutela della proprietà intellettuale. In seconda battuta, credo abbia ragione Alberto Clò, che pur muovendo da una prospettiva diversa da quella “mercatista”, ha detto una cosa molto giusta (cito a memoria):

In un momento di crisi come quello attuale, è assurdo parlare di rinnovabili. Sia perché l’effetto sui consumi energetici è talmente vasto da far saltare tutte le nostre previsioni sul consumo. Sia perché, soprattutto, se non ci sono i soldi per gli ammortizzatori sociali, mi sembra normale che non ci siano neppure per le fonti rinnovabili. Dico di più: se non ci sono i soldi per gli ammortizzatori, quelli per le rinnovabili non ci devono essere. Dobbiamo ri-imparare a stabilire delle priorità.

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