12
Ago
2009

Breaking news: le rinnovabili costano

Il libro bianco del governo britannico sulle fonti rinnovabili lo dice chiaro e tondo: a fronte di un costo di incentivazione per raggiungere gli obiettivi stimato fra 57 e 70 miliardi di sterline nei prossimi 20 anni, il beneficio ambientale generato dalle fonti verdi sarà di appena 4-5 miliardi di sterline. Metteteci dentro tutto quello che volete: il costo evitato di generazione elettrica da altre fonti, i green jobs, shakerate, e troverete comunque le cifre impietose di un fallimento annunciato.

La questione è molto semplice: la maggior parte delle fonti rinnovabili sono per nulla competitive. Sono, cioè, talmente distanti dai costi che caratterizzano le fonti tradizionali (nucleare compreso) che non c’è modo di dimostrare, razionalmente, che sia sensato incentivarle. Infatti, delle due l’una. Se l’obiettivo è quello di ridurre le emissioni, allora non c’è motivo di scegliere una (o poche) vie, e soprattutto di definire ex ante (attraverso una serie di obiettivi vincolanti) quale sia il mix di strumenti necessari a raggiungere tale fine. Noi non sappiamo se e in quale combinazione sole, vento, efficienza, nucleare, eccetera possano essere impiegati nel modo migliore. L’unica strada per conoscere la risposta è il mercato: e, dunque, ammesso e non concesso che si voglia “fare qualcosa” per ridurre le emissioni, occorre creare uno spazio concorrenziale dove, per quanto le emissioni (non le fonti che le producono) siano penalizzate, tutte le alternative siano poste in competizione tra di loro e con le fonti carbon-based. La via più semplice è quella di istituire una carbon tax costruita in modo tale che il suo gettito sia impiegato per ridurre altre imposte più distorsive, come abbiamo proposto tempo fa e come parrebbe sostenere anche il capo del Pd, Dario Franceschini.

Se invece ridurre le emissioni non è l’unico obiettivo, e magari neppure il più importante, allora è tutto un altro paio di maniche: usciamo dal campo della politica ambientale per muoverci sul più insidioso territorio della politica industriale. In questa prospettiva, ha senso – oggi – incentivare le rinnovabili? La risposta standard è che sì, ha senso, perché solo così potremmo imitare l’esempio virtuoso di paesi come la Germania che hanno creato una forte industria domestica e hanno così dato vita a 240 mila nuovi posti di lavoro. Una analisi piuttosto ampia della questione dei green jobs è disponibile qui.  Il punto che mi pare rilevante, però, è che perseguire quella strategia oggi mi sembra sbagliato (in ottica industriale) proprio perché la Germania l’ha già fatto. Pensare che nel settore delle rinnovabili non esistano economie di scala, e che quindi moltiplicando di n volte la produzione si moltiplicheranno di n volte anche i posti di lavoro, è un’ingenuità pericolosa. Tra l’altro, è evidente che l’impatto economico netto delle politiche di incentivazione alle fonti non può che essere negativo, a meno che un paese non sappia diventare esportatore di tecnologia, cioè non riesca a esercitare un’azione di lobbying così efficace (per esempio a livello europeo) da spingere tutti gli altri paesi a costringere i loro sistemi industriali ad acquistare prodotti farlocchi dal suo (ogni riferimento al pressing di Berlino su Bruxelles è decisamente voluto). Piuttosto, sarebbe meglio incentivare l’innovazione, che tra l’altro costa meno, anche perché si potrebbe indirettamente sperare di risolvere il problema ricordato sopra: che le attuali fonti rinnovabili sono patacche. Le rinnovabili possono avere speranze solo se diventano ragionevolmente competitive.

Detto questo, sono scettico perfino sugli incentivi all’innovazione. Per due ragioni, una generale e una specifica. Quella generale è che gli incentivi quasi sempre beneficiano i soggetti sbagliati o addirittura indirizzano la ricerca nella direzione meno promettente. Meglio lasciar fare al mercato, garantendo poi una giusta remunerazione degli investimenti attraverso forme di detassazione (non solo nel campo delle fonti verdi, ovviamente) e con l’impegno credibile a una forte tutela della proprietà intellettuale. In seconda battuta, credo abbia ragione Alberto Clò, che pur muovendo da una prospettiva diversa da quella “mercatista”, ha detto una cosa molto giusta (cito a memoria):

In un momento di crisi come quello attuale, è assurdo parlare di rinnovabili. Sia perché l’effetto sui consumi energetici è talmente vasto da far saltare tutte le nostre previsioni sul consumo. Sia perché, soprattutto, se non ci sono i soldi per gli ammortizzatori sociali, mi sembra normale che non ci siano neppure per le fonti rinnovabili. Dico di più: se non ci sono i soldi per gli ammortizzatori, quelli per le rinnovabili non ci devono essere. Dobbiamo ri-imparare a stabilire delle priorità.

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3 Responses

  1. Hi.
    Tutta la “baracca” serve per mantenere dei posti di lavoro sovvenzionando qualcuno. Concordo pienamente che la green economy è una bufala dal punto di vista del bilancio energetico e dei costi sostenuti.
    Epperò anche le bufale sfornano qualche perla(= leggi mozzarella).
    Ergo, di tutto il mare magnum della green economy possiamo salvare solo la R&D sulla coibentazione. Ovvero, a livello tattico, ragionando a risorse limitate, dovremmo puntare tutto sulla produzione di isolati con conducibilità termica tipo “aerogel”.
    NB: 70% del nostro costo energetico è H2O sanitaria+riscaldamento&condizionamento.
    Viceversa, a livello strategico, è mandatorio investire 20G Euro sulla fusione nucleare di ITER per accorciare drasticamente i tempi del prototipo e per verificare se sarà possibile rinunciare all’uranio ed alle scorie.
    Tutto il resto è folklore o “pollution”, nell’ accezione italica, per conservare dei posti di lavoro a degli zombies.
    Serenissimi Saluti: Martino

  2. Mi limito a segnalare quanto proposto da decenni, con un approccio superiore al livello del “mercato” (eh, sì, qualcosa di superiore alla mano invisibile c’è: la ragione umana applicata nell’organizzazione delle attività produttive).

    Per un sunto basti leggere il volantino del 2008 (http://www.movisol.org/iter.htm) e un pezzo fresco di pubblicazione (http://movisol.org/09news149.htm).

    Il tutto sarà possibile previ accordi internazionali sulla rifondazione del sistema finanziario, con la sua riorganizzazione fallimentare, secondo le linee di Lyndon LaRouche.

    Complimenti a Martino per la sua posizione su ITER, anche se vi sono progetti che permetterebbero di non abbandonare l’uranio, bensì di ricavare da esso centinaia di volte l’energia ora ottenibile.

    Anti-complimenti a Clò, che rivela una spiacevole mentalità da puro contabile. Servono altri pensatori, con questa crisi.

  3. Fabrizio

    Domanda a Martino; come fa a definire una cifra in valore assoluto da investire su una ricerca di quella vastità e difficoltà? Ha una vaga idea di cosa sta parlando e delle difficoltà tecnologiche di realizzare la fusione nucleare controllata? chi ci dice che basteranno 20 o 200 MLD ? Bisognerebbe come minimo ragionare in % del valore investito totale in R&D. E quale sarebbe questo % ? E chi rischia su questo valore ? Non abbiamo detto che è meglio lasciar fare al mercato ?
    Poi ancora: di cosa parla quando dice H2O ? L’acqua non è mica una fonte energetica, e solo un mezzo di trasporto dell’energia e certo non del 70% di tutta l’energia destinata all’uso finale. Forse conta anche l’acqua che ricircola delle turbine di raffreddamento delle centrali elettriche(??). Mi sa che questi ecologisti devono studiare un po’ piu’ di fisica.

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