1
Ago
2009

Cassa-Sud bis? Che cosa dicono i dati

Alluvionali interviste sulle nuove misure accennate dal governo per tacitare la protesta del Sud emersa con forza nelle file della PdL. Dico “accennate” perchè al momento ci sono i 4,2 miliardi sbloccati dal CIPE per infrastrutture alle Regioni meridionali, ma quanto alla nuova cabina di regìa e a un nuovo ente incaricato di concentrare e coordinare gli investimenti nel Mezzogiorno, se ne riparlerà a settembre. Dopo altre chiacchiere ferragostane. Alle ciàcole, una classe dirigente serie dovrebbe preferire analisi quantitative,  le risultanze dei tanti studi che abbiamo accumulato negli anni sul fenomeno “investimenti pubblici nel Mezzogiorno”, e sulle conseguenze reali esercitati su Pil procapite e produttività. Non vi annoio, chi non vuole approfondire può fermarsi alla conclusione: di capitale pubblico nel Sud ne abbiamo riversato per punti e punti di Pil, ma gli effetti di crescita sono clamorosamente mancati.  Per chi volesse, invece, alcuni dati. Su tre domande. È penalizzato, il Sud? Che effetti ha, il denaro pubblico sulla produttività? Chi spende peggio, al Sud? Più due conclusioni, sul da farsi.

Partiamo da qui, la più attendibile serie storica sugli investimenti pubblici nel Sud. Dico la più attendibile perché, incredibilmente, l’Istat non elabora affatto scomposizioni dei diversi input che contribuiscono all’output regionale e locale. Da metà degli anni Novanta, dobbiamo lo sforzo statistico di rielaborazione alla Direzione generale per le politiche di coesione che stava presso il ministero dell’Economia, prima che il governo Prodi decidesse altrimenti per assecondare Sergio D’Antoni, e poi che la si riaccorpasse con SB. In quegli anni, Fabrizio Barca che la guidava fece un lavorone, e ancora bisogna essergliene grati. Come vedete dalla tabella estrapolata dai Conti Pubblici Territoriali , negli anni 1996-2008 per la pubblica amministrazione la quota di investimenti e trasferimenti di capitale sul totale oscilla tra un minimo del 35% e un massimo del 41% del totale, con una media intorno al 38% nel dodicennio. È vero, risulta in calo in alcuni anni e nei valori medi. Ma la domanda è: perché? si tratta di un’inversione frutto della pugnace battaglia nordista della Lega?

Proprio no. Come potete constatare,  negli anni ’96-2001 governati dalla sinistra la percentuale di capitale pubblico destinato al Sud diminuisce dal 41%  al 38,3%, prima di risuperare quota 41% nel 2001. E il motivo è semplice, pesa come sempre il ciclo elettorale, cioè in un anno di consultazioni politiche i governi riaprono i cordoni della borsa verso il Sud. Più quelli di sinistra che quelli di destra, a giudicare dai dati che avete sotto il naso. Negli anni 2007 e 2008, integralmente in capo alle decisioni assunti dall’ultimo governo Prodi, la percentuale scende dal 36,8%, dove l’avevano lasciata Berlusconi-Tremonti, al 34,9%. In altre parole: è la sinistra ad aver agito di forbice e lima.

La mia convinzione è che bisogna ringraziarla e non biasimarla, per averlo fatto. Pregiudizio antimeridionalista? Neanche per idea. Le decisioni di allocazione degli input devono essere assunte sulla base dei riscontri concreti  di output accumulati nel tempo, non per simpatia localistica o per peso relativo dei consensi. Almeno nel mondo ideale, in quello reale della politica è chiaro che spesso non avvenga così . Ma in questa sede atteniamoci al first best.

Vi segnalo allora questo paper che è tra i migliori che abbia letto nel tempo, quanto a esame degli apporti e degli effetti del capitale pubblico nel Mezzogiorno. Si deve a due economisti dell’Università di Cagliari, Emanuela Marrocu e Raffaele Paci, e ha il merito di estendere ulteriormente il data base dei Conti Pubblici Territoriali, comprendendovi oltre a quelli del settore pubblico allargato anche gli investimenti effettuati da grandi aziende e società a controllo pubblico, da Poste a Ferrovie, da Eni a Enel e Finmeccanica. I due economisti usano una variante del modello Cobb-Douglas per la scomposizione dei diversi input che concorrono a prodotto e produttività, e il loro lavoro si riferisce agli anni 1996-03.  Ebbene se analizzate in dettaglio le quote di public capital stock per occupato (come potete vedere ci sono anche quelle procapite, per evitare di farsi dire che il dato è falsato dalla più alta disoccupazione; ma se ci si vuole concentrare sugli effetti in ordine alla produttività multifattoriale, giocoforza l’investimento per occupato ha più senso), a fronte di una media nazionale 100 il Piemonte sta a 79, la Lombardia a 59 e il Veneto a 56. La Sicilia a 140, la Campania a 150, la Calabria a 169, la Sardegna a 202, la Basilicata a 280! Non si può proprio dire, che le risorse pubbliche siano state lesinate al Mezzogiorno!

Eppure – guardate la prima tabellina delle sei proposte a pagina 18 – il livello di prodotto procapite del Sud e Isole resta sconsolatamente compreso in una fascia tra il 62 e il 72%, fatta 100 la media nazionale, mentre il Lombardo-Veneto sta tra 116 e 131. A spiegare tale risultante, sta la copiosissima letteratura che si è accumulata negli anni sul fatto che intangibles quali social capital e human capital nel Mezzogiorno deprimono tra il 60 e addirittura il 170% la produttività di un’eguale unità di capitale investita al Nord: ma qui stiamo parlando di fattori sui quali occorre agire nel medio-lungo periodo, perché la loro evoluzione risente di una path dependence socio-culturale (à la Douglas North) del tutto anelastica agli stanziamenti pubblici a breve, e che anzi rende tanto comparativamente più improduttivi gli investimenti sia pubblici sia privati  pubblici quanto più essi si concentrano in unità di tempo ristrette, incompatibili con un netto miglioramento della formazione scolastica come delle reti sociali.

Infine, veniamo all’ultimo punto. Chi spende peggio, al Sud? Date un’occhiata alla tabella di pagina 21, in cui investimenti e trasferimenti di capitale pubblici vengono suddivisi per livello di governo che li eroga, e comparati Regione per Regione. I Comuni sono assai meno presenti ed efficienti al Sud rispetto al Nord: mentre nel Lombardo-Veneto pesano per il 35% degli investimenti pubblici, la quota al Sud scende anche di più di 10 punti, fino al 22% in Basilicata e Calabria. In altre parole, al Sud i Comuni spendono di più per i propri dipendenti, rispetto al Nord.  Gli stanziamenti “centralizzati” da Roma pesano il 20% nel Lombardo-Veneto, tra il 35 e il 39% in Regioni come Basilicata, Campania e Puglia (ancora una volta, il Sud non è penalizzato).  Quanto alle Regioni pesano tra il 12 e il 15% del totale degli investimenti pubblici nel Lombardo-Veneto, 10 punti in più e fino al doppio esatto in Regioni come Calabria, Sicilia e Sardegna.

Conclusione numero uno: poiché la quota di investimenti pubblici stanziati da Roma è superiore sul totale di quella che va al Nord, è  in Comuni e Regioni del Sud che si concentra la maggior inefficienza nell’allocazione di risorse pubbliche, quanto a produttività. Come a dire. se mi permettete una battuta: caro Mezzogiorno prenditela con la tua classe dirigente locale, prima che con Bossi e Berlusconi.

Conclusione numero due. E’ comunque saggio, interrogarsi sin d’ora su un nuovo regime di coordinamento e maggior efficacia sui mille diversi flussi d’investimento che si rivolgono al Mezzogiorno. Perché allo scadere del sessennio comunitario 2007-2013, quello al quale si riferiscono i flussi europei di 48 miliardi di euro per il Sud relativi al Fondo Sociale Europeo, al Fondo Europeo di Sviluppo, e al Fondo Aree Sottoutilizzate, il contributo finanziario Ue scemerà di grosso. È bene prepararsi per tempo. Sprecando meno, e impedendo che le richieste di più denaro accendano solo più falò di risorse locali.

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7 Responses

  1. Premetto che sono sicuramente un profano, ma dalla lettura di questi dati sembra evidente che il continuo trasferimento di risorse al Sud sia stato, nella migliore delle ipotesi, inutile, se non addirittura deleterio. Certo, sarebbe secondo me interessante valutare il peso sull’economia della parte Nord del Paese di questi finanziamenti, visto che alcune delle imprese (poche? molte?) che hanno operato grazie a questi finanziamenti non sono del Sud.

    Forse sarebbe interessante comparare questi dati anche con quelli delle regioni come il Trentino, riccamente sovvenzionate dallo Stato per altri, noti motivi.

    Evidentemente si e’ creato uno strano effetto: i politici (soprattutto nel passato in gran parte provenienti dal meridione) hanno impiegato non pochi soldi “prodotti” al Nord per finanziare il Sud, creando anche consenso elettorale. In questo modo il “controllo” elettorale dei cittadini del Nord sarebbe stato fortemente ridimensionato, se non del tutto annullato. “Cornuti e mazziati”, insomma. Cio’ si puo’ considerare “democraticamente corretto”?

    Tempo fa lessi un articolo (non ricordo dove o di chi) dove si sosteneva che probabilmente investendo al Nord tutti i soldi oggi “girati” al Sud, sarebbe stato molto piu’ efficace, e con una tale produttivita’ sarebbe stato possibile coprire i costi del Sud “a corpo morto”. Mi viene alla mente l’episodio della centrale di Gioia Tauro (e prima dell’acciaieria), dove le stime parlarono di miliardi spesi in infrastrutture completamente inutili, che portarono praticamente come unico risultato alla devastazione del territorio: se una parte di quei soldi (probabilmente piccola) fosse stata usata per pagare “comunque” gli stipendi ai dipendenti, probabilmente il Paese avrebbe speso molto meno e oggi avremmo ancora la piana di Gioia Tauro vergine e utilizzabile per il turismo…

    Chissa’, forse potrebbe essere interessante un meccanismo in cui chi riceve e ha ricevuto finanziamenti non sia ammesso a deciderne…

  2. gianni Z.

    le anime belle continuano a ragliare ogni volta che si evidenziano gli sprechi politico -mafiosi del Sud, siete razzisti voi del Nord… beh quella è l’arma di ricatto morale dei veri razzisti : i politicanti del Sud.
    Hanno allevato i cittadini del Sud abituandoli ad aspettare il loro falso aiuto, li hanno fatti divenire dalla nascita dei servi.
    Si deve dividere l’ italia in quatttro parti, ognuna indipendente ed economicamente indipendente. Introdurre un meccanismo elettorale come per i Comuni. Solo in questo modo si potranno almeno controllare gli sprechi e valutare l’impiego delle risorse del territorio.
    Come dicono bene i calabresi amici, noi solo sappaimo come controllare i ns. politici, significa che ognuno conosce i propri polli.
    Continuare con la merda dello stato unitario significa altri 40 di nulla.
    Gianni Z.

  3. artkane44

    Sono un liberale di 65 anni, conosco un pò della Filosofia della Politica di Antonio Rosmini. Scritta oltre 150 anni fa, ma le cose che fa questo governo pseudo liberista in scacco al socialismo non mi piacciono e direi che sono delle bestialità sia politicamente che economicamente. Rosmini ha sempre detto che fare i regali poi i ricevitori di tali regali ti si rivoltano contro. Serviva dare 4,5 miliardi di € al sud, quando questi andranno solo a ingrassare le tasche della malavita del sud dato che è nel DNA del meridionale rassegnarsi e accettare il delinquere. Non sarà certo lo statalismo a risolvere i problemi del sud se non prima si migliorano le persone. Certo che anche al sud vivono in maggior parte delle brave persone, ma c’è troppa rassegnazione a subire le varie mafie. Se non si reagisce a questo stato di cose nemmeno 100 miliardi di € risolleveranno il sud.
    Questo governo non sarà mai capace di sollevare il sud da quella atavica indigenza strutturale e politica perchè è il suo più grande bacino di voti. Con le regalie non risolvono certi i problemi. La politica italiana oggi non sa fare politica, ma solo interessi vari di persone addette alla politica. Finazia solo se stessa. Saremo sempre dei “pummarò” come chiamavano i nostri emigranti in America e nel resto del mondo.

  4. artkane44

    artkane44 :Sono un liberale di 65 anni, conosco un pò della Filosofia della Politica di Antonio Rosmini. Scritta oltre 150 anni fa, ma le cose che fa questo governo pseudo liberista in scacco al socialismo non mi piacciono e direi che sono delle bestialità sia politicamente che economicamente. Rosmini ha sempre detto che fare i regali poi i ricevitori di tali regali ti si rivoltano contro. Serviva dare 4,5 miliardi di € al sud, quando questi andranno solo a ingrassare le tasche della malavita del sud dato che è nel DNA del meridionale rassegnarsi e accettare il delinquere. Non sarà certo lo statalismo a risolvere i problemi del sud se non prima si migliorano le persone. Certo che anche al sud vivono in maggior parte delle brave persone, ma c’è troppa rassegnazione a subire le varie mafie. Se non si reagisce a questo stato di cose nemmeno 100 miliardi di € risolleveranno il sud.Questo governo non sarà mai capace di sollevare il sud da quella atavica indigenza strutturale e politica perchè è il suo più grande bacino di voti. Con le regalie non risolvono certi i problemi. La politica italiana oggi non sa fare politica, ma solo interessi vari di persone addette alla politica. Finazia solo se stessa. Saremo sempre dei “pummarò” come chiamavano i nostri emigranti in America e nel resto del mondo.

  5. Massimo Peruzzo

    Oramai dobbiamo rassegnarci. Io abito e lavoro in provincia di Vicenza, ho una piccola azienda con 5 dipendenti e ormai mi sono rassegnato ad essere “munto” per far si che lo Stato racimoli i soldi per proseguire con la politica dell’assistenzialismo. è inutile sperare, se oltre il 50% degli occupati è in forza alla pubblica amministrazione (sotto diverse forme) e di questo 50% circa il 70% è meridionale, come possiamo sperare di toglierci da questa forma di assistenzialismo? vorrebbe dire creare milioni e milioni di disoccupati, a quel punto bisognerebbe mantenerli lo stesso…. è un cane che si morde la coda!

  6. Roberto

    Ci risiamo.
    Evidentemente le bordate della Lega hanno avuto effetto non soltanto nell’affermazione di questo partito, ma anche nella stimolazione delle coscienze pseudo-meridionalistiche.
    Personalmente non credo alle spiegazioni “tecnico-economiche-finanziarie-infrastrutturali” della crisi in cui versano le regioni del sud e non credo neanche a quelle soluzioni basate sui medesimi principi.
    Come ha accennato anche lei oggi su Radio 24, il problema vero del sud è la gravissima carenza di capitale sociale, di senso civico, di senso dello stato.
    Carenza diffusa in tutti gli strati sociali, a partire dal basso sino ai vertici, con poche e marginali eccezioni, assolutamente ininfluenti.
    Sono convinto che nessuna politica economica funziona se mancano questi elementi.
    Come al solito però i sui interlocutori non hanno “colto” lo spunto, ma non mi meraviglia.
    Questo è un argomento tabù. E’ un tabù per gli economisti, è un tabù per i politici, è un tabu per tanti meriodionali. Per ragioni ovviamente diverse.
    Voglio citare un vecchio detto sovietico, riferito ai tedeschi orientali: “maledetti tedeschi, sono riusciti a far funzionare persino il comunismo!”.
    I tedeschi dell’est, come anche i giapponesi che citava (a sproposito, da questo punto di vista, un suo interlocutore di oggi) non sono gli italiani del sud, e non perché vengono da un altro pianeta, ma proprio per la differente dotazione di capitale sociale.
    Eppure la situazione è chiara, è sotto gli occhi di tutti. Robert Putnam l’ha anche illustrata a mio avviso in maniera eccellente nel suo (vituperato e snobbato da molti) Making Democracy Work, ma rimane il fatto che non si vuole intervenire veramente, efficacemente.
    E allora vai con questi altri quattro miliardi, così consolidiamo le posizioni politiche di qualcuno e finanziamo qualche altra operetta assolutamente inutile, fino ad esaurimento siamo a posto. Poi tanto ce ne saranno altri quattro e poi altri quattro ancora e così via; così com’è da decenni…
    Continuando così, tra nuove agenzie di distribuzione per nuovi (vecchi) finanziamenti, partiti del sud, nuovi piani infrastrutturali e politicucce da quattro soldi, non ne usciremo mai. Il sud non ne uscirà mai.
    Mi domando se ci sarà mai in Italia un governo in grado di agire nel verso giusto, con un piano a lungo termine che abbia realmente l’obiettivo di accrescere il capitale sociale, partendo dai bambini della scuola dell’infanzia e proseguendo sino alle università. E’ da qui che bisogna partire, dalla scuola, visto che le famiglie latitano o non sono in grado di farlo (chi si ricorda del familismo amorale di Banfield?).
    E’ dal sud che bisogna partire, ma senza fermarsi ad Eboli, e neanche a Roma. E’ tutta l’Italia che ne ha bisogno.

  7. americo

    E’ indicativo – in questo contesto – come sia pressoché (o: in assoluto) impossibile pervenire a cifre in grado di quantificare il volume complessivo – da Crispi e Giolitti, via Mussolini e da lí ad oggi – dei trasferimenti finanziari defluiti da nord a sud nel corso degli ultimi 130-140 anni. Anche accettando di limitarsi al mezzo secolo di “Repubblica fondata sul lavoro” (e sulla resistenza) resta davvero impossibile, per un normale cittadino, ricevere indicazioni su questi trasferimenti. Il che mi stimola – da ignorante in materia d’Italia, avendo vissuto 35 anni all’estero – alcune domande:
    1) lo Stato italiano non ha una contabilità pubblica accessibile ad ogni cittadino – e, se sí, come vi si accede?
    2) Le Regioni non hanno un bilancio pubblico, accessibile ad ogni cittadino, e – se sí – come vi si accede?

    Un cittadino svizzero o tedesco può vedere quando vuole quanti soldi incassa lo Stato (federale), quanti ne trattengono e quanti ne ricevono o trasferiscono le regioni (Länder o Cantoni). I bilanci pubblici sono pubblici. Anche in Germania o in Svizzera avvengono sprechi, anche in Germania una tessera di partito può agevolare molto l’acquisizione di un appalto: ma tutto resta contabilizzato, ripercorribile, tracciabile…
    E un Land che non fosse in grado di presentare un bilancio corretto (cosa inimmaginabile) perderebbe il diritto ad accedere ai fondi di compensazione inter-regionale (Länder-Finanzausgleich).

    Non si parla di Marte, si parla di un qualsiasi Paese civile.
    Adottare coerentemente un sistema di questo tipo in Italia vorrebbe dire arrivare quasi certamente ad una guerra civile: quando un governatore (vedi Bassolino/Campania) dichiara pubblicamente di non sapere dove sono finiti 3, 4 o 8 miliardi di Euro, la conseguenza sarebbe (o dovrebbe essere) la sospensione di ogni ulteriore trasferimento di compensazione – fino a chiarimento. E’ chiaro che ciò non sarà mai possibile (con buona pace della Lega e dei suoi “sogni” di federalismo fiscale, che proprio per le ragioni di cui sopra NON potrà mai essere tradotto in realtà, a meno – appunto – di una guerra civile e relativa secessione.

    Tutto il resto non potrà essere che una continua riedizione della constatazione del principe Salina, e cioé che tutto dovrà cambiare affinché tutto rimanga com’è.
    Guardando agli ultimi 50 anni temo però che, piú che rimanere come erano, le cose vadano in realtà peggiorando: il Sud (e il centro) vivono sempre piú di assistenzialismo e il Nord fa sempre piú fatica a tenere in piedi la “baracca Italia”. Cosa succederebbe se il Nord non ce la facesse piú…?

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