Cassa-Sud bis? Che cosa dicono i dati

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Alluvionali interviste sulle nuove misure accennate dal governo per tacitare la protesta del Sud emersa con forza nelle file della PdL. Dico “accennate” perchè al momento ci sono i 4,2 miliardi sbloccati dal CIPE per infrastrutture alle Regioni meridionali, ma quanto alla nuova cabina di regìa e a un nuovo ente incaricato di concentrare e coordinare gli investimenti nel Mezzogiorno, se ne riparlerà a settembre. Dopo altre chiacchiere ferragostane. Alle ciàcole, una classe dirigente serie dovrebbe preferire analisi quantitative,  le risultanze dei tanti studi che abbiamo accumulato negli anni sul fenomeno “investimenti pubblici nel Mezzogiorno”, e sulle conseguenze reali esercitati su Pil procapite e produttività. Non vi annoio, chi non vuole approfondire può fermarsi alla conclusione: di capitale pubblico nel Sud ne abbiamo riversato per punti e punti di Pil, ma gli effetti di crescita sono clamorosamente mancati.  Per chi volesse, invece, alcuni dati. Su tre domande. È penalizzato, il Sud? Che effetti ha, il denaro pubblico sulla produttività? Chi spende peggio, al Sud? Più due conclusioni, sul da farsi.

Partiamo da qui, la più attendibile serie storica sugli investimenti pubblici nel Sud. Dico la più attendibile perché, incredibilmente, l’Istat non elabora affatto scomposizioni dei diversi input che contribuiscono all’output regionale e locale. Da metà degli anni Novanta, dobbiamo lo sforzo statistico di rielaborazione alla Direzione generale per le politiche di coesione che stava presso il ministero dell’Economia, prima che il governo Prodi decidesse altrimenti per assecondare Sergio D’Antoni, e poi che la si riaccorpasse con SB. In quegli anni, Fabrizio Barca che la guidava fece un lavorone, e ancora bisogna essergliene grati. Come vedete dalla tabella estrapolata dai Conti Pubblici Territoriali , negli anni 1996-2008 per la pubblica amministrazione la quota di investimenti e trasferimenti di capitale sul totale oscilla tra un minimo del 35% e un massimo del 41% del totale, con una media intorno al 38% nel dodicennio. È vero, risulta in calo in alcuni anni e nei valori medi. Ma la domanda è: perché? si tratta di un’inversione frutto della pugnace battaglia nordista della Lega?

Proprio no. Come potete constatare,  negli anni ’96-2001 governati dalla sinistra la percentuale di capitale pubblico destinato al Sud diminuisce dal 41%  al 38,3%, prima di risuperare quota 41% nel 2001. E il motivo è semplice, pesa come sempre il ciclo elettorale, cioè in un anno di consultazioni politiche i governi riaprono i cordoni della borsa verso il Sud. Più quelli di sinistra che quelli di destra, a giudicare dai dati che avete sotto il naso. Negli anni 2007 e 2008, integralmente in capo alle decisioni assunti dall’ultimo governo Prodi, la percentuale scende dal 36,8%, dove l’avevano lasciata Berlusconi-Tremonti, al 34,9%. In altre parole: è la sinistra ad aver agito di forbice e lima.

La mia convinzione è che bisogna ringraziarla e non biasimarla, per averlo fatto. Pregiudizio antimeridionalista? Neanche per idea. Le decisioni di allocazione degli input devono essere assunte sulla base dei riscontri concreti  di output accumulati nel tempo, non per simpatia localistica o per peso relativo dei consensi. Almeno nel mondo ideale, in quello reale della politica è chiaro che spesso non avvenga così . Ma in questa sede atteniamoci al first best.

Vi segnalo allora questo paper che è tra i migliori che abbia letto nel tempo, quanto a esame degli apporti e degli effetti del capitale pubblico nel Mezzogiorno. Si deve a due economisti dell’Università di Cagliari, Emanuela Marrocu e Raffaele Paci, e ha il merito di estendere ulteriormente il data base dei Conti Pubblici Territoriali, comprendendovi oltre a quelli del settore pubblico allargato anche gli investimenti effettuati da grandi aziende e società a controllo pubblico, da Poste a Ferrovie, da Eni a Enel e Finmeccanica. I due economisti usano una variante del modello Cobb-Douglas per la scomposizione dei diversi input che concorrono a prodotto e produttività, e il loro lavoro si riferisce agli anni 1996-03.  Ebbene se analizzate in dettaglio le quote di public capital stock per occupato (come potete vedere ci sono anche quelle procapite, per evitare di farsi dire che il dato è falsato dalla più alta disoccupazione; ma se ci si vuole concentrare sugli effetti in ordine alla produttività multifattoriale, giocoforza l’investimento per occupato ha più senso), a fronte di una media nazionale 100 il Piemonte sta a 79, la Lombardia a 59 e il Veneto a 56. La Sicilia a 140, la Campania a 150, la Calabria a 169, la Sardegna a 202, la Basilicata a 280! Non si può proprio dire, che le risorse pubbliche siano state lesinate al Mezzogiorno!

Eppure – guardate la prima tabellina delle sei proposte a pagina 18 – il livello di prodotto procapite del Sud e Isole resta sconsolatamente compreso in una fascia tra il 62 e il 72%, fatta 100 la media nazionale, mentre il Lombardo-Veneto sta tra 116 e 131. A spiegare tale risultante, sta la copiosissima letteratura che si è accumulata negli anni sul fatto che intangibles quali social capital e human capital nel Mezzogiorno deprimono tra il 60 e addirittura il 170% la produttività di un’eguale unità di capitale investita al Nord: ma qui stiamo parlando di fattori sui quali occorre agire nel medio-lungo periodo, perché la loro evoluzione risente di una path dependence socio-culturale (à la Douglas North) del tutto anelastica agli stanziamenti pubblici a breve, e che anzi rende tanto comparativamente più improduttivi gli investimenti sia pubblici sia privati  pubblici quanto più essi si concentrano in unità di tempo ristrette, incompatibili con un netto miglioramento della formazione scolastica come delle reti sociali.

Infine, veniamo all’ultimo punto. Chi spende peggio, al Sud? Date un’occhiata alla tabella di pagina 21, in cui investimenti e trasferimenti di capitale pubblici vengono suddivisi per livello di governo che li eroga, e comparati Regione per Regione. I Comuni sono assai meno presenti ed efficienti al Sud rispetto al Nord: mentre nel Lombardo-Veneto pesano per il 35% degli investimenti pubblici, la quota al Sud scende anche di più di 10 punti, fino al 22% in Basilicata e Calabria. In altre parole, al Sud i Comuni spendono di più per i propri dipendenti, rispetto al Nord.  Gli stanziamenti “centralizzati” da Roma pesano il 20% nel Lombardo-Veneto, tra il 35 e il 39% in Regioni come Basilicata, Campania e Puglia (ancora una volta, il Sud non è penalizzato).  Quanto alle Regioni pesano tra il 12 e il 15% del totale degli investimenti pubblici nel Lombardo-Veneto, 10 punti in più e fino al doppio esatto in Regioni come Calabria, Sicilia e Sardegna.

Conclusione numero uno: poiché la quota di investimenti pubblici stanziati da Roma è superiore sul totale di quella che va al Nord, è  in Comuni e Regioni del Sud che si concentra la maggior inefficienza nell’allocazione di risorse pubbliche, quanto a produttività. Come a dire. se mi permettete una battuta: caro Mezzogiorno prenditela con la tua classe dirigente locale, prima che con Bossi e Berlusconi.

Conclusione numero due. E’ comunque saggio, interrogarsi sin d’ora su un nuovo regime di coordinamento e maggior efficacia sui mille diversi flussi d’investimento che si rivolgono al Mezzogiorno. Perché allo scadere del sessennio comunitario 2007-2013, quello al quale si riferiscono i flussi europei di 48 miliardi di euro per il Sud relativi al Fondo Sociale Europeo, al Fondo Europeo di Sviluppo, e al Fondo Aree Sottoutilizzate, il contributo finanziario Ue scemerà di grosso. È bene prepararsi per tempo. Sprecando meno, e impedendo che le richieste di più denaro accendano solo più falò di risorse locali.

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