Think tank. Parole sagge da Campi e Colombo

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Oggi Luca Cordero di Montezemolo ha battezzato “Italia Futura”, un “advocacy group” con caratteristiche direi innovative per la scena italiana. Non si tratta di una fondazione di cultura politica come quelle che abbiamo finora conosciuto anche in Italia: quanto piuttosto  di un gruppo di pressione “trasparente” che più che “policy papers” produce, come spiegano sul sito, “campagne”. Il direttore è un intellettuale di grande valore, Andrea Romano. Sicuramente da Andrea Romano possiamo aspettarci idee innovative e strategie di comunicazione intelligenti. Restiamo sintonizzati su questi schermi.
Intanto, un altro gruppo di politici, imprenditori e intellettuali riuniti attorno a Luciano Violante ha dato vita ad “Italia decide”, associazione che vuole riflettere su, e mobilitare energie contro, il “Paese del non fare”. Benvenuti anche a loro.
Certo che però questa inflazione di “think tank” un po’ preoccupa. Non tanto perché è curiosa, in un momento nel quale è difficilissimo raccogliere fondi privati da mettere a disposizione di iniziative non profit (ahimé!). Ma perché sembra essere una valvola di sfogo, una scorciatoia, in un contesto nel quale la scena politica è in buona sostanza “monopolizzata” dal centro-destra e, nel bene e nel male, da Berlusconi. L’approccio “sai che c’è? mi faccio una fondazione!” è sensato, per chi voglia fare politica, e non invece produrre idee?
Non ne sono sicuro, e temo che la moltiplicazione dei “think tank”, alcuni dei quali sostanzialmente diversi dallo “standard” dei “think tank” nel mondo (vuoi per le fonti di finanziamento, vuoi per ciò che producono), possa più che altro generare confusione, creando tanti piccoli indiani anziché realtà finalmente solide, autorevoli, e in grado di fare bene stando sul mercato. Non vorrei che, innanzi al consolidamento forse eccessivo dei partiti nella seconda repubblica, qualcuno avesse nostalgia della “poltiglia” della prima e la pensasse come un modello di successo per il mondo delle fondazioni.
Sul tema, si sono lette alcune cose interessanti, in questi giorni, oltre ai gossip un po’ stucchevoli (solo in Italia se uno apre una fondazione i media se l’immaginano già primo ministro!). Mi piace citare in successione un dubbio di Alessandro Campi (cui egli stesso poi risponde con più ottimismo, ma io mi terrei il dubbio) e un paio di certezze di Furio Colombo.
Campi (che è anche direttore di “Fare Futuro”) sul Riformista di oggi:

cosa si nasconde dietro tanto attivismo, come si deve interpretare un simile accavallarsi di iniziative pre- o meta-politiche, tutte rivolte – almeno sulla carta – alla produzione di ricerche e piani di riforma, alla formazione di una nuova etica pubblica e alla costruzione di un’Italia più decente e meglio funzionante dell’attuale? A pensare male, lo si potrebbe considerare un espediente fumoso e tattico: come la copertura nobile ed edificante, scelta da singoli politici o da singoli protagonisti della scena economica, per compensare il vuoto etico e progettuale nel quale siamo sprofondati da qualche anno e che ha toccato in particolare proprio i nostri gruppi dirigenti. Insomma, non avendo questi ultimi più nulla di sostanziale da dire, non avendo più valori nei quali credere o passioni per le quali combattere, si accontenterebbero di mettersi una medaglietta sul bavero per farsi belli in pubblico. La cultura, nella società dell’immagine, è pur sempre un discreto investimento, soprattutto poi per chi abbia in testa altri e più prosaici obiettivi da perseguire.

Qui invece Furio Colombo:

Vi diranno che “think tank” come il nuovo “Italiadecide” sono spesso il fiore all’occhiello, tecnico, scientifico, politico, della vita pubblica americana. E’ vero. Ma con due avvertimenti:
Il primo. I “think tank” veri sono sempre politicamente orientati (conservatori o liberal, repubblicani o democratici, vicini all’impresa o vicini al sindacato), e lo dicono. Reclutano i cervelli del “think tank” secondo le affinità dichiarate. La credibilità risiede nel livello delle persone e nella qualità del lavoro. Non nel fare finta di niente sulle diverse storie politiche.
Il secondo avvertimento è più drastico, difficile da evitare. Mai i politici attivi in Parlamento, meno che mai nel governo, possono partecipare a un ”think tank”. Hanno strumenti molto pesanti per esprimersi e, almeno come ipotesi, possono sempre rispondere con un dono o con una minaccia al giurista, all’economista, all’imprenditore che si fa notare nelle cordiali discussioni nel gruppo. Dunque niente mix fra studiosi e politici, tra tecnici e titolari del potere.

Ecco, da punti di vista molto diversi, mi sembrano cose di buon senso. La povertà del dibattito politico c’insegna che la cultura politica è importante, essenziale. Ma le culture politiche sono poche, antiche, e non s’improvvisano. Di più: la loro forza produce risultati nel lungo periodo (facendone materia per pochi inguaribili ottimisti). Onestamente, il compito delle fondazioni e dei centri studi è riallacciare i fili di tradizioni che continuano. Non tentare il “minestrone” per raggranellare consensi. La debolezza dei partiti porta molti ad auspicare maggiore incisività da parte dei “think tank”. Ma sono “oggetti” diversi che debbono fare mestieri diversi. Guai a confondere le cose.

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