4
Mag
2009

Non siamo figli della Thatcher, ma del Ventennio

Nonostante una certa cultura sembri talora dimenticarsene, la storiografia è per definizione revisionista. Non c’è quindi nulla di sorprendente nel fatto che ora, a vent’anni dal concludersi di quell’esperienza, vi sia chi punta il dito contro il decennio reaganiano e thatcheriano e contro l’antistatalismo che aveva animato quelle esperienze politiche. Ovviamente tali giudizi sono in larga misura la conseguenza di presupposti culturali: ed in questo senso non è difficile comprendere per quali ragioni i fautori di una società variamente tecnocratica non provino alcuna simpatia per la ventata di libertà che ha segnato il mondo anglosassone durante gli anni Ottanta.

D’altra parte, affermare che “il thatcherismo è miseramente fallito” manifesta un estremismo che ben pochi, in varie famiglie culturali, sarebbero disposti a sottoscrivere. Perché anche chi ha opzioni ideologiche diverse da quelle dei liberali si rende egualmente conto che è grazie a quella svolta storica che oggi non abbiamo un solo fornitore di energia elettrica e gas, una sola società telefonica, una sola emittente televisiva: e il tutto sotto il controllo dello Stato e dei partiti. L’evidente indisponibilità dei più a ritornare in quell’universo irizzato spiega più di tanti discorsi quanto significativo sia stato il cambiamento che ha avuto luogo in quegli anni.

Sul decennio thatcheriano (e reaganiano) molto si è scritto e detto: e anche taluni liberali hanno sottolineato le incertezze e le prudenze eccessive che hanno ripetutamente segnato quegli anni, in cui sono stati commessi anche molti errori. Il dato se secondo cui sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito perfino negli anni Ottanta il rapporto tra spesa pubblica e prodotto interno è cresciuto, ad esempio, costringe i liberali a moderare il proprio entusiasmo e obbliga gli stessi critici dell’ultraliberalismo di quel decennio a sfumare alquanto la loro analisi.

Ma forse a questo punto bisognerebbe interrogarsi di più e meglio sui due decenni successi. Insomma, sul Ventennio ora chiuso dall’elezione di Barack Obama: l’epoca dei Major e dei Clinton, dei Bush (padre e figlio) e dei Blair. Anche perché se si scoprisse – come è del tutto evidente – che c’è stato ben poco di thatcheriano negli ultimi vent’anni, allora sarebbe difficile continuare a riproporre (anche evitando un’analisi più specifica) quell’atto di accusa per cui la crisi attuale sarebbe figlia del liberismo.

È infatti piuttosto curioso che il neokeynesismo contemporaneo, punto d’incontro tra l’interesse dei politici ad ampliare i loro poteri e il furore ideologico (troppo a lungo represso) di tanti intellettuali cresciuti a Sraffa e Marcuse, debba risalire nel tempo fino al 1979-1989 per ritrovare le radici del presente. Come se niente fosse successo dopo l’uscita di scena di Maggie e Ronnie.

In realtà, negli ultimi due decenni molto cose sono accadute, anche se si è trattato di un periodo al’insegna dell’opportunismo politico e anche se l’Occidente non ha saputo esprimere alcuna figura davvero significativa. In linea di massima, si è assistito al trionfo di un pragmatismo travestito da buon senso, in cui non si è avuto il coraggio di buttare a mare l’eredità del decennio liberista, ma si sono invece elaborati autentici mostri ideologici: dalla terza via post-laburista al conservatorismo compassionevole. Quella a  cui si è assistito è stata una fuga verso il centro che alla fine ha condotto in una terra di nessuno, in cui la politica si è patrimonializzata e l’economia privata ha scoperto (se mai l’aveva dimenticato) quanto sia agevole fare soldi grazie ai favori dello Zar di turno.

In questo senso, l’uomo che forse più incarna lo spirito del Ventennio post-thatcheriano è Vladimir Putin, che pur operando in una Mosca per tanti versi ancora molto remota oggi può apparire l’antesignano delle politiche economiche “militarizzate” che caratterizzano il ritorno in forze dello Stato in larga parte dell’Occidente contemporaneo.

In fondo, il reaganismo e il thatcherismo allo stato puro (al di là dei limiti delle loro realizzazioni) hanno rappresentato qualcosa di paradossale: quell’idea di un Potere che decide di autolimitarsi – attraverso un vasto programma di privatizzazioni, ad esempio – che nessun serio scienziato politico riterrebbe, a ragione, davvero possibile. E non a caso, esauritasi la spinta “ideologica”, quanti sono giunti al potere nel corso del Ventennio hanno utilizzato le privatizzazioni soprattutto per costruire “oligarchi” a cui cedere (o anche solo affidare) pezzi di Stato: imprese, autostrade, banche e via dicendo. A Mosca lo si è fatto senza pudore, ma anche altrove si è spesso tralasciata ogni decenza.

Se nei tempi recenti la politica è stata fatta più nei consigli d’amministrazione delle banche che nei luoghi deputati, molto si deve proprio a questo processo di slittamento costante del potere, grazie al quale lo stesso destino delle banche viene spesso deciso dai maggiorenti della politica. È stata la logica del Ventennio, appunto, ovvero sia di un’età che ha voluto coniugare e fondere in una sintesi praticabile esigenze diverse e anche opposte.

Il dibattito che si è sviluppato in questi giorni sulla crisi dovrebbe allora interrogarsi un po’ di più sulla convergenza di fatto tra l’ex agente del KGB assurto alla guida del Cremlino e gli scialbi leader occidentali dell’epoca. Perché senza dubbio Putin si è tenuto ben lontano da ogni impostazione ideologica, e infatti sarebbe impossibile provare a classificarlo in qualche modo,usando categorie come “socialista”, “conservatore” o “liberale”. Se i leader occidentali hanno ricercato “l’elettore mediano” e il voto dei tiepidi, l’uomo forte della Russia postcomunista si è piuttosto preoccupato di individuare un equilibrio in grado di dargli il massimo del potere e della stabilità.

Da vero politico pragmatico.

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1 Response

  1. Dario DeFra

    Mi scusi, la Thatcher ha aumentato in maniera incredbile la disoccupazione e ha distrutto l’industria manifatturiera, per quale ragione dovrebbe essere un modello?

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