22
Apr
2009

Messi marzoline: raccolta in banca 10 punti più degli impieghi

Anche a marzo le banche italiane hanno mantenuto il trend affermatosi con crescente divario a loro vantaggio dallo scorso autunno. A marzo gli impieghi sono saliti solo del 2,8% sull’analogo mese 2008, mentre la raccolta è salita della bellezza dell’11,3%. Trainata dalle obbligazioni bancarie che gli istituti italiani continuano a piazzare ai propri sportelli a ritmi incrementa,li vertiginosi, con un più 20,5% mensile che va parametrato al più 5,8% dell’euroarea, al più 11,5% francese, e al meno 1,7% tedesco e al meno 3,1% spagnolo.
Si tratta di due dati sui quali riflettere. Da mesi la forbice crescente tra raccolta e impieghi ormai sui dieci punti mensili testimonia non solo la maggior propensione al risparmio delle famiglie innanzi alle incertezze della crisi – fenomeno fisiologico perché dovunque in tali condizioni sale la propensione al risparmio sul reddito disponibile, persino negli usa dove era negativo si alza del ritmo impressionante di quasi 5 punti al mese. Nel caso italiano, il divario tra raccolta e impieghi ha assunto proporzioni tali, e si è manifestato in tempi tanto rapidi, da precedere la contrazione degli investimenti da parte delle imprese a fronte del rallentamento dell’economia reale, ed è dunque una deve vere e più concrete misure della restrizione di credito che il sistema bancario italiano pratica, per rafforzarsi patrimonialmente. Che tutto ciò venga trainato dalle obbligazioni bancarie spiazzando i fondi, è espressione della garanzia statale che in Italia i risparmiatori avvertono dietro banche che pure non hanno dovuto ricorrere a interventi pubblici in alcun modo paragonabili a quelli che hanno cambiato le coordinate bancarie e del mercato in Paesi come Usa, Uk, Germania, Francia e Paesi Bassi. E’ da rimarcare poi che una tale strategia assai aggressiva di funding avviene in concomitanza, dopo 5 mesi di braccio di ferro sui cosiddetti Tremonti bonds troppo onerosi, con l’emissione di obbligazioni potenzialmente costosissime per l’emittente come l’appena collocato strumento di Unicredit per oltre un miliardo di euro. A beneficio di chi l’ha acquistato – anche in questo caso spiazzando investimenti più necessari – ma non certo a conferma di un solido stato di salute della banca italiana che non avrebbe avuto bisogno di un aumento di capitale né di aiuti pubblici, malgrado già paghi solo l’11% di tax rate e approfittiper oltre un miliardo nel 2008 di sgravi fiscali da rettifiche degli avviamenti patrimoniali concesse dal “famigerato” Tremonti…

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