12
Feb
2014

Impegno Italia è liberista?

Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha presentato oggi in conferenza stampa “Impegno Italia“, il programma per il rilancio dell’azione di governo. Qui si cerca di capire se si tratti di un progetto serio, prescindendo dagli aspetti politici sottostanti. Impegno Italia, insomma, è liberista?

Impegno Italia arriva in una giornata particolarmente tesa della politica italiana. Non è chiaro quanto sia sforzo meditato e quanto mossa disperata. Come con altri documenti analoghi, cercherò di valutare i contenuti, disinteressandomi al suo significato politico e anche alle sue prospettive. Lo faccio perché credo che uno dei problemi del dibattito pubblico italiano sia l’eccesso di attenzione al posizionamento e il disinteresse per i contenuti. Mi ostino, dunque, a compiere l’errore contrario. Come scrive Letta nel paragrafo introduttivo, il documento si articola su tre assi: economia, riforme istituzionali ed Europa. L’obiettivo è costruire su tali fondamenta un nuovo patto di coalizione che vincoli reciprocamente governo e parlamento al perseguimento degli obiettivi qui dichiarati. Mi focalizzerò sulle politiche economiche, anche perché il capitolo delle riforme istituzionali pare più legato all’attività del Parlamento, mentre sul futuro dell’Europa – con le elezioni alle porte e di fronte a una tremenda incertezza riguardo la sorte della presidenza italiana – si ha, come spesso in questi casi, la sensazione di trovarsi di fronte a slogan assai lontani dalla concretezza.

Un aspetto apprezzabile, che merita di essere notato, è l’enfasi del documento sulle questioni di “metodo”, che vanno dall’impegno a distinguere tra politica e amministrazione al riferimento esplicito alle regole per la nomina degli amministratori delle società partecipate, dallo sforzo di emanare disposizioni minimizzando l’esigenza di regolamenti attuativi alla pubblicizzazione di obiettivi e strumenti. Queste parole, otto mesi fa, mi avrebbero galvanizzato: alla luce del track record di questo esecutivo le accolgo con non poco scetticismo. L’ultimo esempio, il decreto Destinazione Italia, è disastroso: due settimane di tempo tra la diffusione di informazioni parzialmente fuorvianti sul suo contenuto e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, un minestrone di provvedimenti incoerenti e non di rado frutto di piccolo cabotaggio. Ma, se devo stare alle parole, le parole sono buone.

Vediamo, però, il merito del programma.

Il primo punto all’ordine del giorno è il lavoro. Il piatto forte è la riproposizione di un contratto di inserimento a tutele progressive – di fatto il progetto Ichino. Questo appare positivo, ma è viziato da una serie di altre proposte contenute nel pacchetto, quali il servizio civile per l’inserimento nel mondo del lavoro o la definizione di un “equo compenso” per i lavoratori subordinati “nei settori nei quali non esiste una specifica disciplina contrattuale delle retribuzioni attraverso un’apposita commissione sul modello della legge sull’equo compenso nel settore giornalistico”. E’ un partire dalla coda anziché dalla testa del problema: non è che le retribuzioni siano “basse” perché i datori di lavoro siano “cattivi” e, dunque, un intervento pubblico abbia unicamente natura distributiva. La realtà è assai più complessa e gli interventi d’imperio sul livello dei salari hanno un effetto prevalente: aumentare la disoccupazione. Molto interessante è invece l’impegno a investire sulla formazione – pare di capire – anche attraverso la decentralizzazione dello sforzo verso agenzie private di outplacement. Apprezzabile è pure l’impegno a procedere alla semplificazione della normativa lavoristica e alla riorganizzazione degli ammortizzatori sociali, anche se qui siamo davvero di fronte a un vaste programme.

Il secondo capitolo è dedicato alle persone. Di fatto buona parte delle misure qui proposte sono afferenti alla riorganizzazione del welfare, e puntano a favorire la conciliazione tra famiglia e lavoro e incoraggiare l’occupazione femminile. Positivo è l’impegno a razionalizzare le varie forme di detrazioni Irpef. Idem la volontà di regolamentare le famiglie conviventi, che peraltro ai fini fiscali sono già in buona parte parificate con la famiglia “tradizionale”. Discutibile è invece la parte sul contrasto del disagio abitativo: specie nella sua vecchia, vecchissima idea che l’edilizia pubblica possa essere la soluzione e non una parte consistente del problema. Il riferimento alla riorganizzazione della sanità è troppo generico per poter essere preso seriamente in considerazione.

Sulla formazione, Letta si propone anzitutto di riformare (ancora!) i cicli scolastici. Si propone anche di rafforzare gli strumenti di valutazione della performance di personale e istituti e l’allocazione premiale delle risorse. Benissimo, ma tutto ciò è ortogonale alle scelte compiute finora: o il governo sconfessa apertamente se stesso, oppure siamo di fronte a parole vuote. La ristrutturazione degli edifici scolastici, infine, non la si nega mai a nessuno.

Sul fisco Impegno Italia è, in teoria, perfetto: pone un obiettivo ambizioso ma ragionevole di riduzione della tassazione sul lavoro (4,5 miliardi di euro nel 2014) e intende semplificare il sistema tributario riducendo numero e complessità degli adempimenti. Insomma: finalmente il governo ha letto Doing Business. Anche qui, però, viene da chiedersi se siano le stesse persone che, nei mesi passati, hanno fatto esattamente il contrario (come nella tassazione sulla casa).

Importante è pure il passaggio sulla Pubblica Amministrazione, che significativamente si apre con un riferimento alla spending review, intesa non solo come strumento di riduzione del peso dello Stato, ma anche come volano di riorganizzazione ed efficienza. Alcuni propositi sono poi apparentemente apprezzabili (come la responsabilizzazione e la rimuovibilità dei dirigenti pubblici) altri lasciano il tempo che trovano (“la politica fuori dalle Asl”). Il passaggio sul rafforzamento delle autorità indipendenti è invece preoccupante: il governo dice di volerne puntellare l’autonomia, ma parlare di riordino in questo contesto, e dopo una serie di incursioni assai temerarie (le ultime nel decreto Destinazione Italia) non mi lascia troppo tranquillo.

Arriviamo così al capitolo dedicato all’Impresa. Sull’accesso al credito, ancora una volta, a mio avviso c’è totale confusione tra cause ed effetti: serve a poco fornire garanzie pubbliche, bisogna creare concorrenza nel settore bancario rendendo realmente contendibili gli istituti di credito. “Potenziare le capacità d’intervento della Cassa depositi e prestiti” è l’esatto opposto di quanto serve: è anzi un modo per rendere non contendibile il controllo delle imprese e per aumentare l’influenza politica sugli assetti proprietari (bye bye, foreign investors!). L’accelerazione nel pagamento dei debiti arretrati della PA è un evergreen. Sui costi dell’energia c’è un proposito buono ma vago (“rivedere le aree di esenzione del pagamento degli oneri di sistema e le tariffe di rete”) e uno vago e sbagliato (“ridurre il divario tra i prezzi di gas ed elettricità tra l’Italia e l’Europa”). Il primo è in parte ambiguo (volete togliere gli sconti ai grandi consumatori manifatturieri? A me sta benissimo, ma ditelo a Confindustria…), in parte contraddittorio (le tariffe di rete sono competenza dell’Autorità: non bisogna rafforzarne l’indipendenza?). Il secondo proposito è invece puro statement politico. Sulle liberalizzazioni, un buon primo passo sarebbe partire dal settore postale, oggetto di importanti cambiamenti con la parziale privatizzazione di Poste: il fatto che non sia menzionato qualifica l’intero impegno. Le Poste vengono invece citate in riferimento alla privatizzazione, ma alle condizioni attuali sarebbe meglio lasciar perdere.

Sotto il titolo Investimenti si parla perlopiù di spesa pubblica: riforma del patto di stabilità interno (forse che sì, forse che no, tutto sta nei dettagli), fondi strutturali europei, investimenti pubblici in infrastrutture, e fuffa assortita. Immancabile richiamo alla necessaria (ma lontana anni luce) riforma della portualità.

In merito al territorio c’è l’immancabile lotta al dissesto idrogeologico e la promessa di un po’ di elemosina fiscale al settore agricolo.

Su cultura e turismo, molto vaga la parte turistica, interessante invece l’apertura – parziale e timida, però – ai privati.

La legalità è un elemento fondamentale di qualsiasi programma di riforma. Purtroppo, su quello che è il tema fondamentale – cioè la durata dei processi – la vaghezza regna sovrana. Appare invece di buon auspicio il richiamo alla regolamentazione delle lobby – uno dei terreni nei quali il nostro paese, con poche eccezioni, ha moltissimi passi da compiere – e quello al tema dei conflitti di interesse, che pure vanno declinati con attenzione.

Sull’innovazione, siamo – come spesso accade – su un territorio minato. Impossibile parlarne male, ma davvero non c’è alternativa, per lo sviluppo digitale, a un piano nazionale alimentato da fondi pubblici? Davvero il passaggio verso l’ehealth è solo una questione di fascicolo sanitario elettronico, sia benedetto per carità, ma già oggetto di innumerevoli interventi precedenti?

A merito di Impegno Italia va detto che, nella consapevolezza che molti degli interventi citati richiedono ingenti risorse, la questione del finanziamento non viene elusa (non del tutto, almeno). Tuttavia, i tagli di spesa – correttamente identificati come unica fonte di risorse – appaiono timidi e mal calibrati. Timidi (e forse insufficiente rispetto al grande capitolo del welfare) perché si parla di 4 miliardi di euro nel 2014 e 10 nel 2015. Mal calibrati perché, data l’aspettativa di vita di questo governo, anche se dovesse superare l’attuale fase, appare parente stretto del gettare la palla in tribuna. Oltre alle risorse citate, appare eccessivamente ottimistico il risparmio imputato alla riduzione del servizio al debito, resa possibile dal calo dello spread e dalla (teorica) riduzione dello stock di debito attraverso le privatizzazioni.

Morale della favola: Impegno Italia appare apprezzabile nello spirito, troppo vago nell’esecuzione, troppo ambiguo nei contenuti. Molte priorità vengono identificate correttamente, e con più precisione rispetto ad altri documenti paragonabili. Ma non siamo davanti al manifesto di un nuovo governo; l’esecutivo è in qualche modo schiavo della sua storia. Il paradosso è che la maggior parte delle cose “buone” di Impegno Italia contraddicono le scelte compiute nei mesi scorsi, mentre quelle “cattive” sono in continuità. Ciò detto, se Letta vuole legare la sua sopravvivenza a un programma relativamente concreto, Impegno Italia ha quanto meno il pregio di indicare obiettivi e strumenti, costi e modalità di finanziamento, metodi e tempistiche dei provvedimenti indicati. Ammesso che riesca a risolvere il dilemma della propria esistenza, il governo dovrà superare la non facile prova di utilizzare Impegno Italia non solo a mo’ di programma di lavoro, ma anche come indulgenza plenaria per i peccati commessi in precedenza: peccati che vanno, in qualche modo, emendati e cancellati quanto meno per dare un senso ai nuovi propositi. Come si può conciliare, per fare solo due esempi, l’interventismo su Alitalia e Ansaldo Energia con la retorica dell’attrazione degli investimenti? E come può essere credibile il richiamo alla legge annuale per la concorrenza in presenza della blindatura anticoncorrenziale del settore postale?

Purtroppo, la sensazione è che tutto questo non solo sconti una mancanza d’ambizione nella qualità delle riforme inevitabilmente dettata dalla congiuntura politica, ma arrivi troppo tardi e in un momento troppo convulso.

You may also like

Sì, la vita è tutta un bonus
La giustizia come azienda?
Il sistema nazionale di istruzione e le scuole paritarie
La scuola del futuro: una scuola per tutti

2 Responses

  1. Affacciandomi da poco su Leoniblog, ho però già avuto modo di commentare sull’essenza del liberalismo che, analogamente al pensiero di sinistra, sulla base della Dottrina sociale cattolica, fa piuttosto parte del problema, che della soluzione. La quale soluzione, secondo la Dottrina, va puntualmente ricercata nei princìpi di sussidiarietà e di partecipazione. Dove invece il liberalismo, come il post-marxismo, tende anch’esso fatalmente allo statalismo e all’oligarchia. Questo è un fatto poco noto. Si pensa comunemente che le cose fino ad ora non abbiano funzionato per via di TROPPO POCO liberalismo, e che quindi se ne debba aumentare la dose. Ma non è così. Il problema risiede nella natura stessa delle due filosofie materialiste, che negano l’interezza della persona umana in corpo e anima. Questa considerazione riduzionista è quella che ha generato i nostri problemi. Per questo, alcuni – fra i quali il Papa – giustamente osservano che la crisi è antropologica.

    Tutto questo è assolutamente il tema del giorno, perché tutti i problemi e le disfunzioni di cui la nostra società soffre, sono in realtà EFFETTI PUNTUALI del problema a monte. Perciò, non potremo risolvere le singole disfunzioni, se prima non affrontiamo il problema a monte.

    In questa sede, come approfondimento, vi propongo questo testo sul pensiero di Giorgio La Pira, che è un caso-studio esemplare circa la natura della presente crisi e la possibile soluzione (cliccare sul quaderno n.11),

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/

    e, sulla soluzione del problema del lavoro, ancora questa pagina dal blog “la filosofia della TAV”

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/

    Quanto al PD, dal punto di vista antropologico, resta una vera iattura:

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/12/12/il-pd-distruttore-la-nuova-bussola-quotidiana-sulliter-della-legge-anti-omofobia-in-senato/

    il problema è che l’opposizione è solo appena un po’ meno peggio.

Leave a Reply