Mario Monti si è finalmente reso conto dell’effetto contagio che da Grecia e Spagna incombe sul sistema bancario italiano. Di stamane è il dato sulla disoccupazione record italiana in epoca euro, al 10,2%. In Germania la disoccupazione giovanile è invece ai minimi record, il 5,4% rispetto al 35% certificato stamane dall’Istat da noi. El Pais riporta stamane che il ritiro dei depositi in Spagna ha segnato quota meno 66 miliardi di euro nel solo mese di marzo. Il Financial Times Deutschland scrive stamane che le autorità tedesche preferiscono tenere la bocca chiusa nell’attesa dell’esito – stasera – del referendum irlandese tenutosi ieri sul fiscal compact, e delle prossime elezioni politiche francesi. Ma il tempo per agire al fine di evitare il contagio bancario è ora, aspettare il post voto greco è molto ma molto rischioso. La novità – comunque positiva – è che la stampa di mezza Europa oggi commenti le proposte avanzate ieri – nel silenzio del governo Monti – dai due banchieri centrali italiani, Draghi parlando la parlamento europeo come presidente BCE, e Ignazio Visco nelle sue prime considerazioni annuali da governatore Bankitalia. Cerchiamo di capire perché è importante quel che hanno detto, innanzitutto per il tempismo, prima ancora di dire la nostra su come la pensiamo. Non come loro, purtroppo.

 

L’esordio di Ignazio Visco alle sue prime considerazioni da governatore dell’annuale Assemblea della Banca d’Italia va letto in parallelo a quanto nelle stesse ore al Parlamento Europeo diceva Mario Draghi, come presidente della BCE. Se vi sono nostalgici delle lunghe analisi che in altri tempi venivano dedicate dai governatori di via Nazionale all’esame della finanza, dei sistemi produttivi e di pagamento delle tre macroaree mondiali, potranno trovarle nell’accurato volumone delle relazione tecnica allegata alle considerazioni di Visco. Ma i tempi sono straordinari, e bene ha fatto il governatore a concentrarsi su tre soli punti: la tenuta dell’eurosistema, tanto per le azioni della Bce che dei governi nazionali; le condizioni del sistema banco-finanziario del nostro Paese; infine, quel che la politica sta facendo e deve ancora fare in Italia.

E’ comprensibile che oggi il più dei titoli dei media siano riservati all’ultimo capitolo. Perché Visco schiera risolutamente la Banca d’Italia a sostegno della richiesta molte volte qui illustrata, ancora inascoltata.

Evitato il rischio, nel dicembre scorso, che l’Italia potesse essere essa il detonatore dell’euro, con le prime misure di rigore assunte subito dal governo Monti e con la riforma delle pensioni, si tratta ora di invertire il segno della politica economica. Occorre una riduzione coraggiosa per diversi punti di Pil dei 700 miliardi di euro di spesa pubblica corrente, da tradurre a parità di saldi in contestuali tagli alle imposte: perché il loro livello record e il sommarsi in esse di aggravi diretti, indiretti e patrimoniali, le rende il primo e più aspro ostacolo alla ripresa dello sviluppo. L’eccesso di debito pubblico va affrontato non con più tasse, ma attraverso rilevanti cessioni dell’attivo patrimoniale pubblico. Visco l’ha detto esattamente come lo scriviamo da mesi, insieme a economisti come Paolo Savona e numerosi altri. Speriamo il governo voglia prestare orecchio almeno alla Banca d’Italia.

Ma non è stato questo, il punto essenziale delle considerazioni di Ignazio Visco. Bensì la tenuta dell’euroarea, a cominciare dal suo sistema nervoso, quello banco-finanziario. Che è in queste settimane esposto come non mai a quel rischio-contagio che ha dettato le parole di Draghi al Parlamento Europeo. Prima ancora che l’europolitica esamini le conseguenze del prossimo voto greco, nei giorni successivi al 17 giugno, rischiamo di grosso. Il massiccio ritiro dei depositi in corso da mesi ad Atene, al ritmo di 1,6 miliardi a settimana, e le due banche primarie elleniche che non hanno presentato il bilancio 2011 e lo faranno solo dopo le elezioni – il mercato valuta che siano a capitale ormai negativo cioè fallite, se qualcuno non le salva – trovano nel crac di Bankia in Spagna e nel tentativo del governo Rajoy di ricapitalizzarla con titoli dei debito pubblico – non si può fare, secondo le regole europee – un moltiplicatore che non solo ha mandato in orbita lo spread spagnolo oltre quota 550 punti, e quello italiano oltre 460, ma può rapidamente esitare in un’ondata di abbassamenti di rating nel quale anche alcuni istituti italiani potrebbero retrocedere a livello “spazzatura”, cioè coi loro titoli esclusi dalla trattabilità sui mercati.

E’ un rischio figlio della cattiva politica europea, che rinvia da due anni e mezzo la decisione finale: se cioè procedere a passi rapidi verso strumenti comuni cooperativi, oppure se abbandonare gli eurodeboli a uscire dall’euro, dopo la Grecia, uno dopo l’altro, e possibilmente farlo però in quel caso in maniera concertata sulle procedure, per evitare un bestiale Atmageddon.

Ecco perché Draghi al Parlamento europeo ha proposto uno schema comune non solo di vigilanza bancaria ma anche di salvataggio degli istituti di credito, sin qui deciso dai governi e banche centrali in maniera difforme, a ciascun livello nazionale. Nelle capitali nazionali si è sempre sottovalutata la portata della messa in sicurezza del sistema bancario, col risultato che per Dexia i franco-belgi sono dovuti reintervenire due volte. Questa stessa sottovalutazione è in corso oggi, col rischio però che a non tenere siano i sistemi bancari di mezza Europa, senza che il Nord possa ritenersi immune. Per questo Draghi ha lanciato l’idea di un salva-banche comune a regole integrate, visto che gli strumenti sin qui messi in campo, Efsf ed Esm, servono anche agli Stati e hanno procedure rivelatasi lunghe e farraginose.In un meeting a porte chiuse riferito stamane dal Financial Times Deutschland, Jorg Asmussen avrebeb detto che dai dati in possesso alla Commisisone Europea almeno 25 sono le grandi banche europee che andrebbero sottoposte rapidissimamente alla proposta supervisione-salvataggio comune avanzata da Draghi. La politica tace, però.

Per questa stessa ragione – sia pur usando toni meno espliciti per non urtare sensibilità straniere – Visco si è spinto anche oltre, sposabndo in toto non soo la linea Draghi sulle banche, ma proponendo altresì la federalizzazione di una quota di debito pubblico eguale per tutti gli euromembri, in modo da abbattere al 2% gli interessi dovuti su quella quota, e con spread che per la parte restante sarebbero assai meno voltali per gli eurodeboli impegnati nei programmi di rigore della finanza pubblica. E’ esattamente ciò a cui sinora Berlino ha detto no, e vedremo quali reazioni verranno dall’Europa alla proposta di Visco.Fossi tedesco, come ho scritto più volte, sarei contrario anch’io, perché non credo ormai da tempo che la pliotica nazionale dei diversi paesi europei sia disposta all’unificazuione dei emrcati dei beni, servizi e del lavoro, senza di cui una moneta comune tra paesi altamente divergenti per produttività e bilancia dei pagamenti non tiene, neanche con una vigilanza bancaria comune: ma questo è altro paio di maniche, e capisco che i banchieri centrali euroconvinti almeno – a differenza dei politici balbettanti – abbiano la tempesitività e la chiarezza di indicare che per salvare l’euro bisogna procedere speditamente in questo modo, non aspettare a braccia conserte che i mercati emettano una giusta e ciomprensibile sentenza di condanna.

Ed è la medesima preoccupazione – evitare il contagio – che ha spinto Visco alle parole più coraggiose, quelle rivolte al sistema bancario italiano.

Con una redditività complessiva del sistema che tende ormai allo zero, per i costi della raccolta e l’accresciuto deterioramento della qualità del credito all’accrescersi di sofferenze e incagli – in questo 2012 è prevedibile una quota di rettifiche sui crediti che sfonda quota 13 miliardi – le banche italiane restringono ulteriormente i loro impieghi, malgrado le aste di liquidità della Bce senza di cui sarebbero già in ginocchio.

Ma è venuto il momento in cui devono guardare anche in casa loro. Troppo elevati i costi fissi, con un rapporto cost-income che per troppe veleggia ormai sopra il 70%, 10 o 15 punti sopra la media comparabile degli istituti europei. Troppi i livelli sovrapposti di governance, ereditati da aggregazioni che hanno avuto la pretesa di preservare tutti i precedenti consigli d’amministrazione e livelli dirigenziali. Troppo elevati ancora i compensi ai manager di prima fila. Troppo basso il ricorso a Internet, che disintermedia dipendenti e filiali e abbatte i costi di transazione. Inadeguato basso il cross selling, cioè la rotazione dei prodotti e servizi per clienti, assecondando le esigenze di sicurezza e redditività di famiglie e imprese che si trovano intaccate nel reddito e nel patrimonio.

Quelli di Visco e Draghi ieri sono stati interventi da tempi straordinari. Quasi di guerra, verrebbe da dire. Se l’euro si spezza, i guai per tutti saranno comparabili, a una guerra persa, persa per politici ciechi e mentitori, nei Paesi eurodeboli ma anche – sia pur molto meno – in quelli euroforti. Ma i due banchieri centrali hanno saputo evitare toni fuori dalle righe, quanto più hanno proposto decisioni concrete e da considerare immediate. E’ di questo che c’è bisogno. Non di accuse a vanvera contro speculatori e tedeschi, ma di classi dirigenti le cui decisioni efficaci parlino da sole a voce alta.

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65 Responses to “Eurocontagio, Draghi-Visco e il silenzio della politica”

  1. marco,

    @Fabio Cenci
    da che parte mette l’Italia, da quella di chi fa i fatti ssuoi, o di quella eurovolonterosa? e le sue imprese? e i suoi governi che non ratificano le leggi eurpee dal falso in bilancio ai termini di pagamento? Pensa che Silvio avrebbe assecondato un esrcito europeo? E la Fiat? Come proporre all’Italia un ministero degli esteri europeo? suvvia a barzellette siam andati avanti fin troppo tempo: noi siamo i paladini dell’euroscetticismo, SOLO CHE ABBIAM SCELTO DI SEDERCI AL TAVOLO DEL POKER SOLO PERCHE’ ERAVAMO BRAVI A GIOCARE A RUBAMAZZETTO ALLA BOCCIOFILA trota docet.

  2. cinzia,

    si parla tanto di Eurocontagio ma parliamo anche degli sprechi europei: i dati parlano chiaro. Emsa, EEA, Gsa, Fra, Echa, sono solo alcuni degli acronimi delle numerose Agenzie europee che sono sotto l’occhio vigile a causa degli sprechi. Di recente il Parlamento europeo ha controllato ed approvato i conti di tutte le agenzie dell’Unione Europea ad eccezione dell’Agenzia sulla sicurezza alimentare (EFSA), con sede a Parma, di quella per i medicinali con sede a Londra e dell’Agenzia per l’ambiente di Copenaghen. Secondo la maggioranza dei deputati del Parlamento europeo, ad esempio il costo medio del consiglio di amministrazione dell’EFSA, composto da 15 membri (EUR 92.630, o EUR 6.175 per membro), è eccessivo e richiede tagli drastici. “Gli sprechi di denaro pubblico ci sono sia in Italia e in Europa, quello che manca , a mio avviso, è il coraggio da parte dei politici di TAGLIARE LE SPESE !!! cosa ne dite ?

  3. Antonino Trunfio,

    Mi permetto caro Giannino, di lasciarle un link di 103 secondi di un mio istant video, sul prestito da 100 miliardi fatto alla Spagna. Spero che facendo ridere, il filmato sia anche didattico.
    FLAMENCO ALL’AMATRICIANA. (Prima però sdraiatevi per terra)
    http://www.youtube.com/watch?v=QLvl7-1fNZA

  4. Antonino Trunfio,

    @cinzia
    I politici non possono tagliere le spese, perchè essi vivono di spesa pubblica, con la quale esercitano potere, ottengono consenso elargendo favori, prebende, privilegi a tutta la corte dei miracoli che li attornia.
    Le consiglio la lettura di un libro bellissimo sull’argomento, che spiega come non sia la politica il problema, ma la democrazia stessa basata sul consenso. Hans Hermann Hoppe – democrazia il dio che ha fallito. (editore Liberilibri Macerata)

  5. Alessandro,

    Questo è quello che penso io:

    La crisi dell’Euro è evidente a tutti.
    Non si può soltanto dare la colpa ai debiti nazionali.
    una valuta alla quale non è associata un’unica politica economica e finanziaria e più in generale un unico governo, perde di autorevolezza e di credibilità.
    Essa diventa ostaggio di speculazioni finanziarie, burocrazia, conflitti legislativi; tutte cose che penalizzano il sistema economico europeo e ne impediscono la crescita e lo sviluppo.
    Un’Europa che non è un’Europa unita anche politicamente e militarmente non sarà mai credibile a livello internazionale.
    Occorre anche avere un’unico parlamento europeo che sostituisca tutti i parlamenti nazionali e che abbia effettivamente autorità sui vari stati.
    Finché tutto questo non sarà fatto l’Euro sarà sempre una moneta a rischio e l’ombra della depressione minaccerà sempre l’economia.
    Se la situazione rimarrà così com’è, prima o poi, l’Unione Europea crollerà e si tornerà di nuovo a nazioni completamente separate e con barriere doganali che ne delimitano i confini e dove si applicano dazi verso le merci straniere.

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