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Come purtroppo c’era da temere – per me era scontato, l’ho piùvolte scritto – l’intervista di stamane alla Stampa di Piero Giarda conferma che la spending review non darà un euro per meno tasse con meno spesa. A parte le gravi imprecisioni a fondamento del ragionamento di Giarda – la spesa pubblica non è affatto “sostanzialmente” stabilizzata da anni, come esordisce, mentre è vero che un giro di vite al suo tasso di accrescimento è stato dato da Tremonti assai più che dal salva-Italia del governo attuale – quel che conta è la sostanza. Il governo attuale non crede affatto alla necessità di un turaround serio del perimetro pubblico e della spesa corrente, e non crede affatto che l’abbassamento della pressione fiscale record sull’Italia che lavora e produce e paga sia la “vera” cura nel breve per ridare un’orizzonte di crescita all’Italia. Il governo prla di manutenzione della spesa pubblica, quando serve impugnare – con inteligenza e sapendo dove incidere – ascia e bisturi. Temo le illusioni cala-spread di Monti e dei suoi siano finite. Il mondo si è accorto che sono le banche italiane a ricomprare i titoli pubblici. E a questo ritmo di recessione e di ripresa del ballo europeo ci aspetta molto probabilmente un’altra manovra tassaiola entro fine anno.  E’ il caso di tornare ai fondamentali di che cosa sia e a che cosa debba servire un moderno ed equilibrato sistema fiscale. Per dire, ripetere urlare tre volte no, a questa errata mistificazione che spaccia per moderazione e prudenza “tecnica” la conferma di un errore ventennale ed esiziale della politica di bilancio italiana.

Con il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, il governo Monti ha proposto una nuova raffica di aggravi d’imposta e contributivi. L’aumento dell’1,4% dei contributi sul lavoro a tempo determinato, in crescita asintotica verso l’equiparazione della contribuzione a tempo indeterminato, secondo l’errato criterio che occorra rendere più caro il lavoro a tempo, invece che meno costoso quello indeterminato. Poi la nuova tassa sui 75 milioni di decolli annuali nel nostro Paese, una nuova sberla a turismo e vettori aerei. Ancora, l’aggravio d’imposta alle flotte aziendali, l’ideale per colpire insieme settore dell’auto in crisi nera e generalità delle imprese, in tensione crescente per credit crunch e calo di ordini da recessione. Poi, l’abbattimento di 10 punti di deduzione per i proprietari immobiliari che non adottassero il regime di cedolare secca sugli affitti. Infine,ed è sfuggita ai più, la triplicazione della tassa sui licenziamenti, che sale da un mese e mezzo di retribuzione lorda da pagare all’Inps da parte delle imprese, a quattro mesi e mezzo!

E’ singolare, la strada fiscale intrapresa in quattro mesi dal governo Monti. Persegue contestualmente l’aggravio delle imposte dirette, attraverso il via libera alle addizionali locali. Quello delle imposte indirette, già deliberato per il prossimo mese di ottobre. Quello delle imposte patrimoniali, appesantite con Imu e prelievi su conti titoli. Quello dei contributi. A fronte dell’impegno assunto ad azzerare il deficit pubblico nel 2013 mentre gli eurospread risalgono e Francia e Spagna potrebbero dare nuove spinte verso l’alto, e mentre l’effetto delle LTRO operate da Bce appare per quello che è, aver opportunamente comprato altro tempo con liquidità che non sana l’europroblema, e mentre dall’Economist al Wall Street Journal tutti i più seri ammoniscono l’euroarea a non illudersi, mentre avvine tutto questo il “prendere dove si può” fiscale del governo Monti può costituire apparentemente una manifestazione di rigore.

Non lo è, invece. E’ la classica manifestazione da sindrome di impotenza nel dover mutare rapidamente indirizzo alle politiche economiche. Il “non possumus” opposto a “meno spesa,m eno tasse” dai vertici delle tecnocrazie amministrative – ragioneria generale dello Stato, direttori generali e capi di gabinetto dei ministeri – è diventato il carattere dominante della politica di bilancio italiana, ovviamente ancor più forte nei confronti di chi non ha alle sue spalle un mandato elettorale. Ed è ovviamente conservativo dell’indirizzo ventennale sin qui seguito dai tecnici vent’anni fa, poi da destra, poi da sinistra, e infine dai tecnici ancora: inseguire la spesa pubblica mai fermata – non lo è neppure oggi con Monti – attraverso le più diverse forme di prelievo possibile.

Quel che impressiona, nel fiorire settimanale di nuove tasse e aggravi d’imposta, è l’acquiescienza e il silenzio dell’accademia italiana di scienza delle finanze. Va detto senza che si manchi di rispetto ad alcuno. Non è albagia liberista, rispetto a keynesiani e sraffiani dominanti. Ma non è rincuorante vedere un grande filone di studi italiano ridursi da Francesco Ferrara e Vilfredo Pareto al rassegnato encomio statolatrico, fatto proprio in nome del favor fisci anche da una corriva e illiberale giurisprudenza della Suprema Corte e di quella Costituzionale.

Va ricordato che tre sono i princìpi fondamentali ai quali dovrebbe restare ancorato un moderno sistema del prelievo, affinché sia efficiente. Laddove l’efficienza non consiste nell’assicurare “comunque” allo Stato ciò di cui esosamente abbisogna. Bensì è quella economica, cioè un equilibrato dosaggio tra disincentivi e incentivi agli attori economici che non ne pregiudichi troppo crescita e reddito, consumi e investimenti.

I tre princìpi sono quelli inerenti al cosiddetto sacrificio di utilità. Dove l’utilità è quella marginale del reddito, al suo crescere. Il primo principio è quello del sacrificio di utilità proporzionale. Basato sul distogliere a ciascuno una medesima utilità, esso è stato negato dalle curve di utilità marginale del reddito sostenute da keynesiani e marxisti, secondo i quali esse decrescono al crescere del reddito.

Di qui il secondo principio, quello del sacrificio di utilità progressivo. In questo secondo caso, il fisco prende da ciascuno non quantità eguali, ma “proporzionate” alla sua valutazione di ciò che per redditi più elevati un maggior onere fiscale comporta, rispetto ai redditi più bassi. Il terzo principio, quello del sacrificio minimo collettivo, nasce per derivazione dal secondo, è propugnato da chi è convinto della maggior efficienza nel distogliere il più che allo Stato serve da coloro che più hanno.

Nella storia evolutiva del fisco moderno, al primo principio si lega la flat tax; al secondo aliquote fortemente progressive sul reddito; al terzo aliquote ancor più elevate più imposte patrimoniali sui ricchi. Negli ultimi vent’anni in Italia, l’atrofizzazione della critica tributaria alle pretese crescenti di uno Stato fuori controllo ha prodotto però due conseguenze paradossali.

La prima è che così procedendo l’Italia si è tagliata fuori dalle evoluzioni contemporanee dei tre vecchi princìpi tradizionali. L’emergere di sempre più vae insieme “problematici” sti cespiti imponibili nelle economie terziarie contemporanee – caratterizzate da altissima mobilità transnazionale di capitale, investimenti, tecnologia e (meno) lavoro che si allocano alla ricerca di maggior redditività – al fine di ottimizzare gettito e compliance si rivela più compatibile con flat tax rese “progressive” da deduzioni e detrazioni a tal scopo finalizzate, che coi vecchi sistemi beveridgiani ad aliquote iperprogressive e a consistente prelievo patrimoniale su impieghi e immobilizzi.

Il secondo paradosso è che in Italia la quantità disorganica e incrementale del “prendere dove si può” ha finito per falsare anche i tre vecchi princìp stessi. Per le persone fisiche, l’inefficienza tributaria e amministrativa ha prodotto, grazie alla progressività elevata delle aliquote italiane, la più bassa percentuale di redditi elevati risultante alla nostra anagrafe tributaria, rispetto alla media dei Paesi “davvero avanzati”. Per le persone giuridiche, il tax rate reale è pazzoticamente inversamente proporzionale al loro perimetro e finanziarizzazione, per effetto del compromesso tra legislatore e grandi gruppi banco-industriali. E quanto a sacrificio collettivo, un sistema come quello italiano lo comporta non minimo ma massimo per tutti: famiglie a basso reddito, ceto medio che evapora, piccola e piccolissima impresa, lavoratori autonomi e professionisti, tasso demografico insostenibile, multinazionali in fuga.

Il prezzo è sempre più amaro, di un sistema fiscale dettato dalla disperazione più che dalla lungimiranza.

Il sogno è quello di un’Italia legale e lagalitaria che si decida a riempire le piazze, scandendo “ora basta”. Senza rompere alcuna vetrina, né fermare il traffico, e senza bandiere di partito. L’unico partito che m’interessa si ciama PIl, in questa Italia senza priorità. O meglio, di priorità pubbliche che sono solo legnate a lavoro e impresa.

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103 Responses to “No, no e no a Giarda e all’eccidio fiscale!”

  1. Claudio Di Croce,

    Come avevo approvato la decisa risposta nei confronti dell’impiegato statale ignorante , non capisco il tono sottomesso e umile di OG nei confronti della esponente del sindacato CGIL nella trasmissioe radio di oggi .Ma vogliamo ricordare i danni che hanno provocato e continuano a provocare i Sindacati , sopratutto la CGIL e la FIOM , proteggendo sempre e comunque i lavoratori dipendenti sopratutto i fannulloni e gli assenteisti in alleanza stretta con i giudici del lavoro , causando danni enormi all’economia italiana e ai lavoratori seri e onesti ?

  2. giovanni,

    Caro GIANNINO ma è lo stesso Giarda che dal 1981 è l’esperto della spending rewue CHIAMATO DA REVIGLIO, GORIA PRODI TREMONTI !!!!!!
    È lo stesso Giarda presidente della Bipeille Investimenti che aveva come consiglieri Fiorani e Ricucci
    E’ lo stesso Giarda Presidente della Banca Popolare di Lodi che non si era accorto dei buchi fatti da Fiorani
    E’ lo stesso Giarda che non si è accorto dei buchi Italease nel Banco popolare
    E’ lo stesso Giarda che aveva attici pagati a Roma da Fiorani per fare Lobby con banca Italia.
    Se è lo stesso allora siamo sicuramente a posto.
    Se tutto va bene facciamo una fine peggiore della grecia.
    Và detto però che i pirla siamo noi e lui è il più furbo.
    Ha trovato un argomento che tutti i governi non possono non mettere nel programma.
    non si è mai candidato in nessun partito.
    si è fatto dare incarichi dai partiti ( università banche assicurazioni istituto tumori ecc ecc )
    e tutti lochiamano per dargli un inacrico e se gli và male una cosulenza sempre sulla spending rewue.
    E il bello che pochi giorni fà ha detto che si sente solo che non gli danno i dati per elaborare un programma per la revisione delle spese pubbliche.
    E’ arrivato a fare il ministro a 76 anni e dobbiamo dire che ci ha preso per il c…..lo da circa 30 e ribadisco il furbone è lui e noi i cogl……..ni.
    giovanni

    16 agosto 2008
    Misteri italiani
    (Giacomo Vaciago)

    Nei giorni scorsi sia il Professor Francesco Giavazzi sia il Professor Giacomo Vaciago hanno citato un convitato di pietra. Qualcuno, o meglio qualcosa, che dovrebbe esserci e invece non c’è. Gli economisti, si sa, si occupano di qualcosa che non è una scienza esatta: l’economia appunto. Ma da qui a parlare di sparizione ce ne passa.

    I fatti. Il tanto vituperato Governo Prodi aveva istituito una commissione di studio. In Italia quando c’è un problema che non si vuole risolvere spesso si ricorre alle commissioni. Ma questa volta il tema era “il libro verde sulla spesa pubblica e il rapporto intermedio sulla spending review”. Un tema da niente. O forse da troppo. Sì perchè, se appena insediatosi al Ministero dell’Economia Giulio Tremoniti la commissione è sparita e sono spariti gli esiti del suo lavoro, è evidente che qualcosa non funziona.

    E cosa? Cosa non funziona? Perchè due autorevoli economisti citano questa commissione e oggi questa commissione è un ente fantasma? Soldi sprecati? O materiale scottante di cui è meglio che l’opinione pubblica non sappia? Perchè Tremonti non dice chiaramente e pubblicamente cosa ha fatto la Commissione Muraro, su cosa ha lavorato, cosa ha proposto e perchè non se ne parla più? Un minimo di trasparenza sarebbe necessario. Anche perchè la Commissione era/è stata pagata con soldi pubblici.

    Dal Corriere della Sera:

    Gli effetti del cambio della guardia in via XX Settembre
    Il piano Padoa-Schioppa? Nel cestino
    Mai pubblicato il rapporto sulla spesa prodotto della Commissione Muraro, ora soppressa
    Inutile frugare nel sito internet del ministero dell’ Economia alla ricerca del rapporto 2008 sulla revisione della spesa pubblica. Quel documento non c’ è. Almeno non c’ era fino a venerdì 4 luglio, quando questo articolo è stato scritto. Sepolto in chissà quale cassetto di via XX settembre da più di 20 giorni, visto che è stato materialmente consegnato agli uffici del ministro il 12 giugno. Domanderete: Che cosa c’ è di strano? Nulla, a parte il fatto che di solito i documenti ufficiali del ministero, come i due precedenti rapporti stilati dalla Commissione tecnica per la finanza pubblica, così si chiama l’ organismo che ha scritto quel documento, finiscono tutti sul web. Questa è la prassi. Inoltre, la pubblicazione online dei lavori della Commissione, del resto, era esplicitamente prevista anche dal decreto (articolo 5, comma 5) con cui il 16 marzo del 2007 era stato formalizzato quel gruppo di lavoro, istituito con la prima delle due leggi finanziarie di Romano Prodi. Soltanto che all’ epoca il ministro era Tommaso Padoa-Schioppa e adesso invece al suo posto c’ è Giulio Tremonti. Ebbene il nuovo ministro, appena tornato alla scrivania di Quintino Sella, ha cancellato con un colpo di spugna, insieme al Secit, pure quella Commissione. Cancellando anche il relativo stanziamento: un milione 200 mila euro l’ anno per tre anni. La Commissione doveva lavorare infatti per un triennio: è durata appena quindici mesi. Il tempo necessario per produrre, come ha rivendicato in una nota il suo ex presidente Gilberto Muraro, una decina di documenti, come il libro verde sulla spesa pubblica e il rapporto intermedio sulla spending review. Studi che hanno confermato lo stato di inefficienza e il livello di spreco di alcuni settori della pubblica amministrazione, come la scuola, la giustizia e la sanità. Impietosa l’ analisi sulla lentezza dei procedimenti civili, con esempi che fanno accapponare la pelle, se è vero che una causa per inadempimento contrattuale dura mediamente in Italia 1.210 giorni, quattro volte più che in Francia e Germania, mentre una causa per licenziamento va avanti in media 696 giorni, contro 80 giorni in Spagna. Altrettanto impietosa la radiografia della spesa sanitaria, con la scoperta che in certi ospedali (il Forlanini di Roma o le Molinette di Torino) un posto letto in corsia ci costa 870 euro al giorno, più di una stanza in un albergo superlusso. Ma fra i lavori che Muraro ha elencato puntigliosamente nella sua nota c’ è anche il rapporto conclusivo sulla spending review: 300 pagine (finora) misteriose. Tremonti non ha spiegato pubblicamente i motivi della sua decisione: se il problema sia l’ utilità della Commissione in sé o piuttosto le persone che la compongono. Sulla prima questione va osservato che il Tesoro si è sempre servito di organismi del genere, sia pure con compiti leggermente diversi. La prima Commissione tecnica sulla spesa pubblica fu istituita nel 1981, e alla sua presidenza venne nominato Franco Reviglio, del quale Tremonti, insieme a Domenico Siniscalco e Alberto Meomartini era stato giovanissimo braccio destro: i tre, all’ epoca, vennero battezzati i Reviglio boys. Al vertice di quel gruppo di lavoro arrivò quindi Piero Giarda. E lo stesso Tremonti, nel 2001, avvertì l’ esigenza di collocare al vertice della Commissione un uomo di propria fiducia: Giuseppe Vitaletti. Sulle persone, c’ è da dire che Padoa-Schioppa aveva nominato, oltre al presidente, un magistrato della Corte dei Conti (Domenico Marchetta) già stretto collaboratore di Carlo Azeglio Ciampi, un esperto di economia aziendale proveniente dalla McKinsey (Stefano Visalli) e sette accademici. Nel gruppo degli economisti, ben cinque (metà di tutta la Commissione) collaboratori o redattori de lavoce.info. C’ era lo stesso Muraro, ma anche Vincenzo Perrone della Bocconi, Massimo Bordignon della Cattolica di Milano, Alberto Zanardi dell’ Università di Bologna e uno che di quel sito internet, divenuto la spina nel fianco dei governi di turno, è stato addirittura fondatore con Tito Boeri: Giuseppe Pisauro, professore all’ Università di Perugia, nominato nel 2006 da Vincenzo Visco rettore della Scuola superiore delle Finanze. Al posto di Vincenzo Fortunato, il capo di gabinetto di Tremonti.
    Rizzo Sergio
    Pagina 8 (7 luglio 2008) – Corriere Economia

  3. antonio,

    @giovanni
    scusa ma se e’ vero quello che scrivi e facendo le ricerche in google sembra tutto vero perche’ lo hanno nominato ministro.?
    e perche’ nessun giornale o tv ha fatto un po di ricerche sul personaggio?
    se da 30 anni studia la spending rewue perche’ non ha tirato fuori gli studi fatti?
    a pensarci bene sono 40 anni che vediamo al governo le stesse persone e ora sono sempre gli stessi che dicono di sapere cosa fare per salvare l’italia!!!!!
    io manderei giannino al governo e manderei a casa piu’ della meta’ dei parlamentari.

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