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Pochi giorno fa, ha bussato alla porta di casa un signore, che, qualificandosi in maniera piuttosto vaga, chiedeva se in casa ci fosse un televisore.
In una mano teneva un bollettino di conto corrente postale che con sollecitudine ha compilato a mano per il pagamento del canone RAI, e nell’altra qualche brochures promozionale del servizio radiotelevisivo pubblico.
L’incontro è durato poco, il tempo di chiudere la porta invocando l’inviolabilità del domicilio e nella convinzione di avere a che fare con un lestofante.
Non c’erano infatti che due alternative. O si trattava di un maldestro agente del fisco, incaricato di un’ispezione domiciliare, ma in quel caso si sarebbe presentato come tale magari in compagnia di un collega, e soprattutto se il fisco avesse voluto contestare il mancato pagamento del canone non avrebbe scomodato un agente, ma avrebbe mandato direttamente un avviso di accertamento. Oppure si trattava di un truffatore ingegnoso in cerca di denaro da farsi accreditare a carico di qualche ingenuo.
La sorpresa è arrivata quando, controllando il numero di conto corrente nel bollettino, abbiamo constatato la corrispondenza col numero del conto per il pagamento del canone.
Scartata quindi l’ipotesi della truffa, passato il primo momento di stupore, non è rimasto che ragionare su quanti profili di illegittimità ci fossero in questo modo di verificare le utenze televisive e “riscuotere” il canone, modo che, abbiamo poi scoperto tramite l’ADUC, è ormai una prassi invalsa della RAI.
Da un comunicato dell’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori si legge che da molto tempo ormai (il comunicato è del 2009) i funzionari della RAI entrano in casa col pretesto di controllare se esistono apparecchi televisivi e, alla fine della visita, consegnano un cedolino per il pagamento del canone, chiedendo una firma per ricevuta.
La firma in realtà serve non tanto per attestazione di ricevuta del cedolino, quanto come ammissione di possesso di un televisore, che potrà essere usata per la riscossione forzosa del canone.
La questione che lascia davvero allibiti non è tanto il fatto che la Rai escogiti dei sistemi – come dire? – ingannevoli per vestire i panni di finanziere e censire gli apparecchi radiotelevisivi, quanto il fatto, ancora più grave, che essa non ha alcun titolo per fare verifiche di questo tipo.
Potrebbe, al massimo, adoperarsi per rivendicare il pagamento del canone – non certo con questi metodi, ma attraverso le vie legali ordinarie – se il canone fosse il corrispettivo economico di un servizio fornito in base ad un rapporto di diritto privato.
Potrebbe anche recarsi nelle case degli italiani per illustrare i propri servizi e prodotti, al pari dei fornitori privati di servizi televisivi, se il rapporto giuridico che giustifica il pagamento del canone fosse un contratto privato di somministrazione.
Invece, per tanti anni la giurisprudenza e il legislatore italiani si sono sforzati, in maniera talora piuttosto cavillosa, ad assegnare al canone la natura giuridica di imposta. Proprio per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone se non avessero fruito del servizio, pur potendo potenzialmente farlo (in altri termini, di quanti avessero tenuto spento il televisore, pur possedendolo) la Corte costituzionale si è arrampicata nei deboli rami della tesi secondo cui, “benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio riservato allo Stato [… il canone] ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria […] E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come ‘tassa’, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è piuttosto riconosciuto come imposta” (n. 284/2002). “Del resto – sostiene sempre la Corte costituzionale (sent. n. 255/2010) – la natura di tributo statale dell’indicato prelievo è stata riconosciuta anche dalla Corte di cassazione, in numerose pronunce, così da costituire ‘diritto vivente’”. E infatti la Corte suprema, seguendo questo ragionamento frequentemente e ripetutamente contestato, si è pronunciata nel senso che il canone “non trova la sua ragione nell’esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente e l’Ente Rai […] ma costituisce una prestazione tributaria” (n. 4010 del 20 novembre 2007).
Dunque, anche se con fatica e parecchie critiche, il canone RAI non solo non è qualificato come tariffa (versamento di una somma prefissata per la fruizione di determinati servizi pubblici sulla base di un rapporto contrattuale), ma non è nemmeno qualificato come tassa, ovvero come un tributo che si deve versare in relazione a un’utilità che si ricava dall’attività pubblica corrispondente. Esso è, ancora più incisivamente, un’imposta, un tributo il cui presupposto non presenta alcuna relazione con un’attività corrispondente a favore del soggetto obbligato al pagamento.
Il canone rappresenta, in sostanza, insieme alle altre imposte il massimo esercizio della sovranità impositiva dello Stato, che viene garantita dall’amministrazione pubblica attraverso la guardia di finanza, l’agenzia delle entrate e le commissioni tributarie.
Le prime sono competenti a verificare l’adempimento dell’obbligazione tributaria, mentre le seconde sono competenti a dirimere le controversie relative al pagamento di tale obbligazione.
Se, quindi, qualche italiano possessore di televisione evade l’imposta e non paga il canone, non spetta alla RAI verificarlo, con metodi peraltro dubbi sotto il profilo della trasparenza. Spetterà casomai all’Agenzia delle entrate, in seguito alle dovute verifiche, emettere l’avviso di accertamento, con cui contestare il mancato versamento di un’imposta, e non il semplice pagamento di un abbonamento, e intimarne l’esecuzione.
Se si volesse, al contrario, giustificare l’operato della RAI si dovrebbe allora riconoscere che non è corretto equiparare il canone ad una imposta, ma a un abbonamento il cui pagamento possa essere richiesto dallo stesso soggetto creditore, solo se e in quanto si fruisca effettivamente del servizio (e non, semplicemente, si sia in condizione di fruirne), come avviene nelle normali vicende contrattuali tra privati. Ma non solo la RAI è un ente pubblico, e quindi il canone sarebbe al più una tariffa, bensì – come visto – il canone è persino un’imposta, soggetta al diritto tributario quanto ad istruttoria, accertamento e esecuzione.
Insomma, lo Stato, e la RAI che ne fa parte, non possono prendersi gioco dei contribuenti millantando la natura ora pubblicistica ora privatistica del canone a seconda del proprio tornaconto: o dicono che il canone è un’imposta, e allora la RAI non ha il diritto di pretenderne l’esecuzione, ma deve lasciare questo compito all’amministrazione fiscale, così come non era legittimata ad estendere il canone ai pc, come aveva sostenuto in questo blog anche Oscar Giannino. O dicono che è corrispondente a un abbonamento per un contratto di somministrazione, con tutte le conseguenze immaginabili sulla natura del canone e, soprattutto, sulla gestione dell’azienda.

 

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24 Responses to “Canone RAI: non aprite quella porta!”

  1. Cesare,

    Dimenticavo: naturalmente io il televisore non ce l’ho.

  2. rbarba,

    Perchè arrabbiarsi tanto?
    La tecnologia ha già superato la burocrazia.
    Basta abolire la dicitura servizio pubblico, ed oplà, i canali gratuiti possono essere criptati e chi li vorrà vedere pagherà.
    Si può fare in tempi rapidissimi.
    Di chi sarà la RAI a quel punto?
    Chi si abbomerà per un anno avrà diritto ad un’azione privilegiata per votare in assemblea-web (o via posta per i più retrò) su quali programmi vadano mantenuti, quali vadano eliminati e quali nuovi si debbano acquistare.
    Lo stesso dicasi per le pubblicità, gli azionisti decidono quali sono le aziende che posssono o non possono acuistare gli spazi pubblicitari.

  3. fabio,

    Sono contrarissimo a questa imposizione a prescindere se ho o non ho la tv.Se la rai vive e si sostenta dalla pubblicita’ come tutti,questa tassa serve per le buone uscite dei dirigenti!!?Quale servizio pubblico!!?Le minchiate di san remo o della clerici e cose simili??A vedere servizi giornalistici truccati e modificati a piacere di chissa’ chi??!!Altro che democrazia!!E’una della poche tasse che, nonostante la crisi che porta le famiglie alla disperazione,l’assenza di lavoro,le attivita’ che chiudono giornalmente,aumenta ogni anno.Che schifo!!!Potevo capire se fosse stata l’unica televisione esistente,ma con il mercato libero non siamo liberi ma costretti a pagare gente che neanche vogliamo, e direi che ci bastano gia’ i politici.La tassa e’ la contropartita per un servizio.E il servizio qual’e',dov’e'??????!!!!!!!

  4. Girino,

    In questa pagina ci sono tutti i chiarimenti della RAI in merito a chi deve e a chi non deve pagare il Canone RAI.
    Se si possiede solo un computer o solo la radio, NON si deve pagare il canone.
    Anche da me è venuto l’omino RAI, molto arrogante e intimidatorio (verranno i Carabinieri! La multa sarà di 620 euro) e senza un cartellino né altro. Gli ho detto di avere già scritto alla RAI di non avere TV o altro, ho citato persino la nota del MSE, ma quello non ha voluto sentir ragioni. Io sono giovane e preparata, ma un anziano o uno straniero come reagiscono davanti a uno che li minaccia di mandargli i Carabinieri a casa?!

    http://www.abbonamenti.rai.it/Ordinari/IlCanoneOrdinari.aspx

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