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Spiace, che l’intervista a Mario Monti della Stampa di oggi non dedichi una sola domanda al punto di fondo. Quello sollevato ieri dal Financial Times , che ha svelato che cosa provocherà un calo del Pil italiano tale da compromettere con meno entrate l’obiettivo di azzerare il deficit pubblico al 2013:  un’altra snatgata fiscale entro il 2012.  E quello su cui apre a titoli di scatola stamane il Wall Street Journal in edizione europea. O l’Italia cambia marcia con meno spesa e meno tasse subito, o la sua recessione come terza economia europea è un guaio per tutti. Oltre che, naturalmente, per noi. menospesa-menotasse: quel che non si è visto, col governo Monti. Né con la sinistra. Né con la destra. Eppure i media su questo muti e zitti, tranne pochissime voci.  Luca Ricolfi, Angelo Panebianco, naturalmente noi, pochissimi altri.  Il mutismo su questo deriva da cambiamenti indotti alla politica italiana.

E’ ovvio innanzitutto che sia un’amara vita, quella di dati alla mano tenta di battersi da anni contro le crescenti pretese fiscali dello Stato, a danno della spina dorsale che tenta comunque di tenere in piedi l’Italia. L’accusa ricorrente è quella di difendere l’evasione, dipinta in maniera sempre più ossessiva e sistematica come il cancro numero uno dell’Italia, l’espressione più diretta della sua anomia atavica, dell’incapacità di vaste masse di italiani di aderire al patto costitutivo della Repubblica oggi, come di ogni Stato pre esistente all’Unità. Al contrario, non è il DNA civico degli italiani il male economico nazionale. E’ il DNA sempre più incivile delle amministrazioni pubbliche, sempre più degenerato nei decenni di crescita galoppante della spesa corrente, seguita negli ultimi vent’anni da un aumento altrettanto forte della pretesa tributaria e contributiva.

Il sostegno tanto vasto alle martellanti campagne di Stato sulla “colpa dei furbetti italiani” ha determinato nel tempo paradossali conseguenze. Largamente inintenzionali, perché nemmeno il più consumato stratega di comunicazione pubblico avrebbe immaginato vent’anni fa di poter determinare simili trasformazioni, nell’attitudine politica verso il tema da parte tanto della sinistra quanto della destra.

La sinistra, per storia e convinzioni impregnata di maggior fiducia nei confronti delle politiche pubbliche e della redistribuzione dei redditi, ha finito per invocare e difendere ogni aumento della pressione fiscale “marginale”. Avanti con le aliquote più alte, “di solidarietà”, sui redditi più elevati delle persone fisiche. Plauso all’innalzamento progressivo delle aliquote contributive di tutte le figure professionali e  fattispecie contrattuali diverse dal lavoro dipendente. L’effetto paradossale è triplice. Primo: alzare le aliquote marginali sulle persone fisihe fa ulteriormente assottigliare la risicatissima percentuale dell’1% di contribuenti oltre i 100mila euro di reddito lordo, lo 0,4% oltre i 200mila, lo 0,07% oltre i 300mila. I ricchi si dematerializzano, perché meglio degli altri possono arbitrare l’aliquota imputando reddito a società italiane ed estere, controllate o partecipate. Secondo: nel frattempo poiché la spesa corrente aumenta sempre – solo in tre anni nella storia della Repubblica è scesa in termini reali, con Ciampi una volta, poi nel 2010 e 2011 – ecco che gli alleggerimenti tributari e contributivi ai decìli di reddito più basso, quelli cari alla sin istra, non sono avvenuti mai o quasi, per importi risibili. Terzo: nel tessuto d’impresa, è bastonata assai più la piccola e piccolissima, artigiani e commercianti, rispetto alla media impresa, alle grandi e alle banche che la vecchia sinistra attaccava.

E’ la sinistra stessa – nella storia e nell’evoluzione dell’ordinamento italiano – ad aver congegnato un sistema del prelievo sulle persone giuridiche che ribalta il principio della progressività fiscale stabilito dall’articolo 53 della Costituzione, ed è di qui che discende il fatto che il tax rate reale dei “piccoli” sia anche di 30 punti superiore a quello del grande capitale. La sinistra vischiana aveva pensato a un grande compromesso con grande industria e banche, oltre che a un premio incentivante alla crescita della dimensione d’impresa, che è generalmente troppo piccola per poter adeguatamente esser patrimonializzata e per investire su crescita innovativa. Ma, mentre il credit crunch è più duro per i piccoli  e lo Stato li mette nel mirino – l’intero e pesante aggravamento della rigidità all’entrata nel mercato del lavoro proposto dal ministro Fornero, per esempio, è a loro carico, non della grande industria – l’odio sociale crescente che li addita come evasori è un ulteriore autogol della sinistra. Respingere l’idea che un’impresa artigiana in contabilità ordinaria dichiari 22mila euro l’anno mentre il dipendente sta a 17mila, come si è letto la settimana scorsa a proposito dei dati fuorvianti proposti anche quest’anno dal ministero delle Finanze (tanto fuorvianti che anche lo stesso Attilio Befera ha dovuto riconoscerlo, l’indomani, con la comprensibile cautela visto che il ministero è il suo controllante in Agenzia delle Entrate ed Equitalia), per la sinistra è come tagliarsi l’erba sotto i piedi: i sette milioni di dipendenti di Rete Imprese Italia sono a basso reddito e sempre più piagati da una domanda domestica in regresso, ricorderanno che Stato e sinistra li additano come colpevoli invece che vittime.

Ma anche per la destra, o meglio per quel che ne resta tra divisioni, smarrimenti, inabissamenti e indagini giudiziarie, la campagna mediatica dello Stato assetato ha comportato tre conseguenze singolari. Primo: poiché ha indecorosamente fallito nei tagli alla spesa pubblica, e ha più responsabilità della stessa sinistra nell’aver dilapidato i sette punti di Pil di minor oneri sul debito pubblico regalatici ogni anno dall’euro, ecco che la destra ha finito per dover praticare e assecondare ciò che aveva sempre spergiurato di non fare, cioè mettere ancora più pesantemente le mani nelle tasche degli italiani. Secondo: a differenza di quanto avviene in tutti i paesi avanzati di fronte all’esplosione del debito pubblico, la destra italiana o quel che ne resta ormai non ha più alcuna credibile proposta di tagli fiscali equilibrati da minor spesa, nell’ambito di quei 5-7 punti di Pil in meno in 3-4 anni che sono l’orizzonte delle grandi riforme perseguite nel precrisi da Paesi come la Germania, che grazie a questo si sono vigorosamente rimessi in piedi. Terzo: la destra in questo ha deluso sia le grandi imprese, sia soprattutto le piccole e piccolissime. E’ inconcepibile che non ne paghi il conto elettorale.

Conclusione. E’ un dovere civile, battersi e sostenere che artigiani e commercianti, imprese piccole e piccolissime hanno sacrosantamente ragione a chiedere meno tasse e contributi, spiegare ogni giorno che è giusto tentino di arrangiarsi approfittando di ogni piega dell’ordinamento per diminuire il loro carico fiscale, urlare che è uno schifo che nessuno si muova di fronte ai piccoli che si suicidano e si danno fuoco davanti all’Agenzia delle Entrate. Anche il governo tecnico prende e tassa, ma non taglia.  Che cosa la politica riuscirà a fare, si vedrà più avanti. Ma nel frattempo bisogna assolutamente far sentire meno sola l’Italia che tenta di stare in piedi. Un’Italia a cui lo Stato è nemico. Che debba aprirci la sua edizione il Wall Strett Journal, mentre noi pensiamo ad altro, è solo riprova dell’ipocrisia italiana.

 

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139 Responses to “Dopo Ft anche WSJ: menospesa-menotasse, o guai peggiori”

  1. Claudio Di Croce,

    @luca
    D’accordo, ma quanti voti pensiamo di ottenere ? Forse il 5%; non credo di più . Io ricordo che negli anni 50/60/70/80 il Partito Liberale di allora non ha mai ottenuto più del 5/8% e si è accodato al centro sinistra . Gli italiani sono profondamente statalisti , sono stati fascisti , hanno avuto il PCI che ha raggiunto il voto di un terzo degli italiani e i socialisti quasi il 15% Inoltre una parte consistente della DC era ed è statalista. Ripeto che purtroppo le cose cambieranno veramente solo quando ci sarà il fallimento , come dopo una guerra persa.

  2. Davide Gionco,

    L’aritmetica del debito pubblico
    La Ruritania aveva un problema di debito pubblico. L’anno si era chiuso male. A fronte di un Pil di 5 miliardi di scellini ruritani, il debito pubblico era stato pari a 6 miliardi. Il rapporto debito/Pil quindi era stato di 6/5=1.2, cioè il debito era arrivato al 120% del Pil. Se vi siete già persi siete piddini, non preoccupatevi, ci pensa lui.

    I ruritani, popolo di antica cultura, veneravano l’unità. Che avete capito? Non l’unità politica: non erano certo così baggiani da volersi unire al loro ingombrante vicino, la Cracozia. No, solo un continente a guida belga (with all due respect) può credere che “uniti si vince”! E i ruritani, nella loro storia secolare, avevano già assistito all’implosione dell’Unione Europea. Solo che forse non l’avevano capita bene, perché anche se avevano una visione piuttosto lucida di cosa significhi “unità” in politica (qualcosa di simile a quello che succede quando un luccio incontra un persico), loro continuavano a venerare l’unità matematica, il numero uno: 1. Forse un antico retaggio pitagorico, la monade, l’origine di tutte le cose… Comunque, a loro questo fatto che il rapporto debito/Pil fosse 1.2 invece di 1 li disturbava proprio tanto. E quindi decisero virilmente di porvi rimedio.

    Immaginatevi il consiglio dei ministri ruritano. “Dovremmo prendere esempio dalla Cracozia! Guardate: lo scorso anno il loro rapporto debito/Pil era all’80%, ma riducendo la spesa sono riusciti a portarlo al 75%, in un solo anno. Austerità ci vuole! In fondo il nostro bilancio è in pareggio: basta un piccolo sforzo. Riduciamo gli sprechi e portiamolo in surplus! In questo modo il debito diminuirà e il suo rapporto al Pil arriverà a 5/5, che poi è uno degli infiniti modi nei quali si può esprimere la venerata monade: 5/5=1. E comunque, siccome l’austerità deve essere temperata dalla carità cristiana, e prima caritas incipit ab ego, propongo che si tagli un miliardo di scellini di spesa, senza aumentare le imposte. Che poi è esattamente quello che hanno fatto in Cracozia.”

    Plauso degli astanti.

    Si va, si taglia. Il popolo borbotta, ma la risposta è bell’e pronta: lo vuole la monade. E se lo vuole la monade, devi essere un mona per opporti.

    Un anno dopo.

    Arriva trafelato il governatore della Banca Centrale Ruritana (la BCR), con le ultime statistiche sul rapporto debito/Pil. Il consiglio dei ministri, fiducioso, attende di sapere qual è stato l’esito della manovra, ma non è difficile leggere sul volto del governatore della BCR un certo imbarazzo.

    “Allora, governatore, esponga, sciorini i dati: abbiamo la monade? Siamo al 100%?”

    “Be’, veramente le cose sono andate in un modo un po’ diverso”

    “Sì, immagino, l’errore statistico, i ritardi nell’implementazione delle politiche, qualche incomprensibile resistenza alla santa austerità, ma insomma, noi si è tagliato, e il rapporto, se non proprio fino al 100%, sarà sceso almeno al 105%, al 106%? Non saremo da meno della Cracozia, voglio sperare!”

    “Be’, veramente le cose sono andate in modo un po’ opposto (n.d.r.: notate la delicatezza): gli ultimi dati parlano del 125%”

    “Coooooooooooooosa!? Il rapporto è aumentato di 5 punti, da 120 a 125? Ma noi abbiamo tagliato!”

    “Sì, però, sapete, c’è un piccolo problema tecnico. Vedete, il fatto è che la spesa pubblica entra nella definizione del Pil. Noi siamo un’economia di mercato, e quindi il valore totale della produzione coincide con quello della spesa effettuata per acquistare i beni prodotti, che poi a sua volta coincide con la somma dei redditi percepiti da chi li ha prodotti. Sapete, la famosa identità: Y = C + G + I + NX. Il Pil, somma dei redditi (cioè valore della produzione effettuata) coincide con la somma delle spese per consumi privati, C, consumi pubblici, G, formazione di capitale fisso, I, e esportazioni nette. Del resto, pensateci: non è difficile: se nessuno spendesse, se nessuno acquistasse nulla, nessuno guadagnerebbe, e non avrebbe nemmeno senso produrre (visto che nessuno comprerebbe e che quindi non si sarebbe ricompensati per il proprio sforzo). Sì, lo so, è troppo semplice per essere capito. Ma rassegnatevi: la realtà è semplice! Dovrete fare uno sforzo. Ed è per questo che il totale del prodotto/reddito coincide col totale delle spese di famiglie (C), Stato (G), imprese (I) e estero (NX). Ora, voi avete ridotto G di una unità, tagliando tanti sprechi e qualche stipendio, e avete fatto senz’altro bene: in questo modo il bilancio pubblico, che era in pareggio, è andato in surplus di una unità, lo Stato cioè ha risparmiato, e con i suoi risparmi ha ridotto il debito da 6 a 5. Solo che purtroppo… per colpa dei tagli anche il Pil è sceso, da 5 a 4. Si chiama recessione, sapete. E il risultato è che mentre lo scorso anno il nostro rapporto debito/Pil era di 6/5=120%, oggi è di 5/4=125%”.

    “Ma come? Anche la Cracozia era in pareggio di bilancio, si è portata in surplus per un miliardo, e il suo rapporto debito/Pil è sceso! Forse che in Cracozia la spesa pubblica non entra nel Pil? Hanno truccato i conti? Si saranno mica rivolti alla GS anche loro? (n.d.r.: non quella dei supermercati)”.

    “No, no, la contabilità nazionale è uguale per tutti, e se vogliamo anche l’aritmetica. Sì, so che voi la chiamate matematica, ma sapete, qui stiamo parlando di aritmetica, di cose che avete tutti, compresi voi, lettori, studiato alle elementari, di cose che usate nella vita di tutti i giorni con grande scioltezza, ma che poi, quando si tratta di ragionare sui numeri dell’economia, accantonate, abolite, come se partiste dal presupposto di non poter capire. Eppure è semplice. La Cracozia aveva 4 miliardi di debito e 5 miliardi di Pil: 4/5=0.8=80%. Ha fatto anche lei il suo bel taglio degli sprechi: il debito è sceso a 3, il Pil è sceso a 4, e oggi la Cracozia à un rapporto debito/Pil a 3/4=0.75=75%. A cosa gli serva non si sa, ma comunque l’operazione in quel caso ha funzionato, perché aritmetica voleva che funzionasse. Non so se è chiaro. Comunque, è chiaro che dobbiamo prendere una decisione. Cosa intendete proporre per la prossima finanziaria”.

    “La situazione non ci lascia altra scelta: dobbiamo insistere sulla via dell’austerità. La monade lo vuole”.

    Appunto.

    Bene. Questa è la versione semplice. Quella complicata è ancora più divertente: ma prima vediamo se digerite la differenza fra 6/5 e 5/6…

  3. armando,

    @Davide Gionco
    ma……. non verrai dalla bocconi pure te!

  4. Stefano,

    Dati di fatto:
    ITALIA
    1) debito pubblico intorno al 120% (==> ca. 32.000 € a testa, neonati compresi)
    2) spesa pubblica ca. 800.000.000.000 € (circa 14.500 €/anno a testa, sempre neonati compresi)
    Si noti che di questa cifra ca. 80.000.000.000 – 1.400 €/anno a testa, …. – sono interessi sul debito pubblico e crescono con il debito e con lo spread.
    3) entrate pubbliche ca. 750.000.000.000 €/anno (circa 13.000 € a testa)
    Di queste ca. 250.000.000.000 sono per tassazione sui redditi, ca. 200.000.000.000 sono per tassazioni sui consumi, il resto sono contributi per prestazioni sociali

    Con questo abbiamo a che fare.

    Prima di aumentare le entrate, contribuendo alla recessione, sarebbe opportuno ridurre le spese, lottare contro l’evasione senza aumentare il gettito complessivo, in ogni caso cambiare la curva di contribuzione fiscale aumentando notevolmente l’aliquota per la parte dei redditi che superano certi valori annui (?? 70% per la parte dei redditi eccedenti i 200-250.000 €/anno) ….

    EUROPA
    Interrompere questa spirale depressiva che impone drastiche politiche di lotta al deficit ed al debito pubblico un questo periodo di crisi.
    USA e Giappone stanno risolvendo la crisi con una politica completamente diversa !!!!

    Partecipazione
    1) amo l’Italia, non accetto di dover fuggire per stare bene
    2) non tollero e non tollererò più questa politica e questi politici
    3) ringrazio Monti per il coraggio e la responsabilità che si è preso, ma penso/temo che stia sbagliando molte cose
    4) penso che noi cittadini dobbiamo rifuggire la tentazione di astenerci ed anzi dobbiamo lottare contro questa classe politica e contro la casta che ha generato e favorito ritornando o cominciando a
    fare noi Politica, quella vera, quella con la P maiuscola che vuol dire gestire la cosa pubblica
    5) penso che la crisi Italiana, ma anche europea e mondiale sia l’occasione per iniziare questo percorso virtuoso, che deve avere per centro l’UOMO,
    6) non credo che si possa pensare che il nostro futuro dopo la crisi possa essere uguale a come era lanostra vita qualche anno fa

    Cosa ne pensa Lei, Oscar ?

  5. mark,

    ma che pensate, che La Stampa critichi Monti, anche sull’ovvio? Significherebbe essere illusi per ciò che la Stampa rappresenta. In Piemonte, alto Piemonte, i nonni chiamavano detta testata la busiarda…

  6. Claudio Di Croce,

    @mark
    Non solo nell’alto Piemonte , anche a Torino il giornale degli Agnelli era chiamato la ” busiarda “. la cosa ridicola era ed è che i dipendenti Fiat scioperavano contro i padroni Agnelli, ma leggevano la ” busiarda ” degli Agnelli che era sintonizzata a sinistra oltreche tifare per la Juventus degli Agnelli.
    Gianni Agnelli – anche per l’atteggiamento dei suoi giornalisti sia della Stampa che del Corsera – ha sempre goduto di una ottima stampa e non è mai stato criticato per lo scandaloso fatto di avere ereditato una FIAT in ottime condizioni e di averla lasciata in fallimento.

  7. Alberto,

    Gionco, all’ epoca del Tremonti, quando tutti dicevano che avevamo i conti a posto, io esponevo su un altro blog il concetto importante che lei espone qui, forse banale ma evidentemente poco chiaro allora come ora e su cui evidentemente concordo.
    E’ evidente che la crescita si può ottenere anche aumentando il PIL con la vendita di prodotti verso l’ estero, infatti al netto le componenti di tale parametro sono duplici, una relativa ai flussi interni ed una relativa a quelli netti verso l’ esterno.
    @Davide Gionco

  8. Mario R,

    Quello che proprio non capisco è la ragione per la quale Monti non affronti il problema della spesa pubblica. Forse perché è un ginepraio da cui non se ne può uscire indenni? Forse è una questione di interessi corporativi? Forse perché il tempo a disposizione è insufficiente anche per una bozza di riforma?
    Davvero non lo capisco. Ma temo sia un mio personale problema di ingenuità.

    Alla fine però il silenzio su questo tema da parte del governo è davvero assordante. La propaganda filo-governativa dei media vuole farci puntare il dito e volger lo sguardo contro gli evasori, con tanto di dimostrazioni eclatanti: non c’è panem ma almeno non manchino circenses. E in parte ci sono riusciti. Hanno additato l’evasione come unico problema e purtroppo oggi molti credono a tale forzatura. Con il risultato che il vero problema centrale ancora non viene affrontato in un momento in cui non possiamo più permetterci di non affrontarlo.

    Opinione pubblica, media, associazioni, parti sociali, basta distrazioni, il vostro dire sia solo: “ridurre la spesa pubblica (per ridurre la pressione fiscale)”!

  9. Ricky,

    Chi è il vero depositario dei segreti della spending review e dei tagli alla spesa pubblica è il ministro Giarda, il quale, a quanto mi risulta è rinchiuso nel suo studio con i suoi più stretti collaboratori a studiare un piano di tagli alla spesa.
    Aspettiamo dunque che il suo lavoro venga diffuso (se non erro verso la fine di questo mese, e, secondo me, ne vedremo delle belle.

  10. Claudio Di Croce,

    @Mario R
    La risposta mi sembra evidente : il governo Monti è un governo formato da alti burocrati e da prof. universitari , nominato da un presidente da oltre sessantanni in politica . Come si può pensare che si riducano le altissime prebende e taglino veramente le spese mostruose della PA di cui sono la rappresentanza ?

  11. Ecate,

    @Mario R
    Non è un tuo problema di ingenuità. Per come hanno manipolato le cose e individuato i “presunti” colpevoli gli esperti si sono rifatti al pensiero di persone come

    http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Bernays

  12. maria cristina,

    Qui se nessuno reagisce veramente finiremo malissimo.
    Io propongo di stracciare davanti ai seggi le tessere elettorali, tanto è l’unico linguaggio che i politici capiscono. Alle prossime elezioni bisognerebbe chiamare i media e in tanti, tantissimi, dimostrare così il nostro schifo nei confronti di tutto il sistema politico italiano.

  13. Davide Gionco,

    @Ecate
    Le 3 condizioni sono possibili, ma bisogna lasciare correre il debito pubblico.
    E’ l’unica soluzione ragionevole.

    E se i mercati non finanziano più lo Stato acquistando titoli di stato, lo Stato potrà iniziare a pagare i propri fornitori emettendo dei crediti fiscali.
    In questo modo il finanziamento sarebbe indipendente dal debito, con giovamento di tutta l’economia.

  14. Davide Gionco,

    @armando
    No, ho studiato ingegneria.

    Ma lì ci hanno insegnato a fare funzionare il cervello e fare tornare sempre i conti, senza guardare alle ideologie.

    Vi assicuro che molto spesso funziona, molto di più delle teorie degli economisti, che se non sono verificate è sempre colpa di qualcos’altro e mai del fatto che la teoria potrebbe essere sbagliata.

  15. Davide Gionco,

    @Stefano
    Stefano,
    il debito pubblico si è creato con le emissioni di titoli di stato, necessarie per finanziare le nuove emissioni di moneta corrente.
    Se il debito pubblico oggi è di 1900 miliardi, questo significa che, storicamente, in Italia sono stati emessi 1900 di euro di moneta corrente, prima in lire e poi in euro.

    Di questi soldi una parte sono usciti dal territorio italiano sotto forma di euro, sia a causa del deficit commerciale che abbiamo verso l’area euro, sia a causa degli interessi sui titoli pagati a detentori stranieri.

    Ai tempi della lira non c’era il rischio che qualcuno si portasse via delle lire. Oggi, invece, esiste, in quanto gli euro sono spendibili anche in altri paesi.

    Se arrivassimo ad azzerare il debito pubblico, ciò significherebbe semplicemente recuperare tutto il denaro corrente storicamente emesso dalla Banca d’Italia, compresi gli euro emessi in Italia che sono andati in Germania o in altri paesi.

    A quel punto in Italia non ci sarebbe più moneta corrente e saremmo tutti forzati a ritornare al baratto.

    Non è così difficile da comprendere, basta studiarsi i meccanismi di creazione del denaro corrente, ovvero delle banconote in euro.

    Ogni nuova banconota viene immessa sul mercato acquistando dei nuovi titoli di stato, la cui emissione va ad aumentare il debito pubblico.
    Per arrivare ad un debito zero è possibile procedere in un solo modo:
    Aumentare all’infinito le tasse recuperando tutti gli euro in circolazione, fino a raggiungere il valore di tutti i titoli emissi, ovvero del debito pubblico.
    Quando lo Stato avrà in cassa 1900 miliardi di euro, avremo un debito pubblico a zero.
    Ed una economia reale morta da tempo.

    E’ questo che vogliamo?

  16. Davide Gionco,

    @Mario R
    Mario.

    Il calcolo de PIL comprende anche la spesa pubblica.
    Se si diminuisce la spesa pubblica, diminuisce anche il PIL.
    Come ne veniamo fuori?

    Infatti le nostre aziende lavorano anche per lo Stato.
    Se lo Stato diminuisce le commesse pubbliche, le nostre aziende chiudono.

    Io trovo molto più assordante il silenzio di Monti, della stampa e persino di Giannino sul nostro debito estero, che fra deficit commerciali e interessi sui titoli pubblici di proprietà estera è di circa 100 miliardi di euro, pari al 6.7% del PIL, mica poca cosa…

  17. Ecate,

    @maria cristina
    La rabbia è comprensibile, soprattutto se non opti per soluzioni da rivoluzione francese. Ma la nostra società si basa su delle regole, chi fa queste regole non è il cittadino o il popolo; sono coloro che sono responsabili di tutto ciò, a cui molti vorrebbero sputare in faccia.
    Come i tonni nella rete del cartone Nemo ciascuno va per la sua direzione, se tutti fossero unanimi nel cambiamento verso qualsiasi cosa nuova e spingessero in quella direzione forse qualcosa cambierebbe, ma le masse non sono così intelligenti.

    Stracciare la scheda elettorale è una reazione a cui i politici nelle interviste sosterranno di attuare una profonda riflessione perché si sono persi i valori democratici, ma poi nelle loro sedi ridendo, diranno “sti fessi, credono ancora al voto”. Non andare a votare non porta nulla, non è un referendum che se non raggiungi il quorum è nullo, basta che ci vadano in 3 a votare e quelli decidono, democraticamente, le sorti del paese.

    Triste a dirlo ma il suffragio universale ha fallito, come eleggere chiunque possa rappresentare il cittadino ma poi non ne ha le capacità. Se devi operarti di appendicite cosa fai scegli l’eletto dalla maggioranza o lo fa un chirurgo che ne ha le capacità.

  18. luca,

    come non condividere quanto scritto da Giannino?
    purtroppo le prospettive sono ancora più fosche:
    1. le forze “politiche” avrebbero ora la possibilità di provare a ricostruire la loro credibilità rinunciando ai 100 milioni di euro di finanziamento pubblico ai partiti( definito da questi parassiti “rimborso elettorale”) di cui conti alla mano non hanno bisogno se non per Lusi e collusi
    2. meglio i tagli lineari che quelli mirati, almeno i primi ci sono subito e non nell’anno del mai (saranno poi i singoli enti a stabilire dove ridurre le spese e quindi assumersene le responsabilità), ma invece si procrastina ed intanto si tassa
    3. Monti è il killer delle nostre tasche, prezzolato dai partiti perché faccia il lavoro sporco al posto loro, mettendoci la sua faccia “pulita” da eurotecnocrate, e spremendo gli italiani fino all’ultima lira. poi si vedrà

  19. PAOLO DELFINI,

    SONO CONTRARIO AL GOVERNO MONTI, MA IL FINANCIAL TIMES NON E’ UN QUOTIDIANO INDIPENDENTE, SAPPIAMO A CHI APPARTIENE NON E’ QUINDI CREDIBILE.

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