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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

Per ricordare il ventennale della morte di Friedrich August Hayek, su questo blog sono state fatte illuminanti considerazioni. Qui vorrei ricollegarmi a quelle di Serena Sileoni.

Ma innanzi tutto una domanda: perché le penetranti idee di Hayek e quelle del suo maestro Mises non sono mai entrate nella “cassetta degli attrezzi” degli economisti ufficiali? Perché lo statalismo, come dottrina dominante, non può tollerare l’esistenza di veri economisti.

Facendo tacere Mises ed Hayek, l’ideologia statalista ha bandito lo studio della scienza economica dalle università. Lo statalismo, infatti, non vuole economisti, ma “specialisti regolatori” che studino misure per impedire il funzionamento dell’economia di mercato.
E’ uno scandalo intellettuale di incredibile portata. Persino nelle più accreditate opere sul pensiero economico non c’è che qualche misero accenno ai due grandi economisti. Nell’Economic Theory in Retrospect, famosa storia del pensiero economico del cattedratico della London School of Economics, Mark Blaug, deceduto l’anno scorso, Mises non viene neppure citato.

Il fatto è che ”l’Accademia”, prostituitasi da decenni alle idee del gigolò della scienza economica, Lord Keynes, che voleva operare il miracolo di trasformare le pietre in pane e l’acqua in vino, è entrata in servizio permanente effettivo dello Stato per appoggiarlo nei suoi programmi ridistribuivi a favore di alcuni e a danno di altri.
Naturalmente questo è servito ad ottenere stipendi e fondi per ricerche inutili, altrimenti negati. Così per compiacere il Leviatano e diventandone dipendente, l’accademia ha perso un bene più prezioso: la libertà dell’indipendenza intellettuale.

La grandezza di Hayek e quella di Mises sta prima di tutto nella loro fermezza e netta opposizione ai dettami del conformismo intellettuale e così hanno salvaguardato le fondamenta dell’economia come scienza della ragione.
Per lo statalismo l’economia di mercato è diventato un fenomeno da tollerare come se fosse un’anomalia con cui dobbiamo convivere.
Memorabile a questo riguardo il leitmotive del Presidente del Consiglio, Monti: “l’equità come chiave di sviluppo”, degno epitaffio per la futura pietra tombale del governo attuale.

Hayek, appunto, notava che l’equità, la giustizia ridistribuiva, il cavallo di troia dei regimi totalitari,(e qui mi riallaccio alle considerazioni della Sileoni) porta ad un progressiva sostituzione del diritto privato con quello pubblico. L’ideologia antimercato che vuole regolare tutte le cose tramite precetti e divieti riducendo l’economia ad un fatto amministrativo, non può non contaminare anche il diritto.
Lo statalismo per essere efficace deve contare sulla sua acquiescenza per garantirsi la legittimità di progettare la società secondo i suoi particolari e arbitrari criteri. La tendenza a socializzare l’economia deve pertanto prevedere la socializzazione del diritto trasformando, il più possibile, il diritto privato in diritto pubblico. Negli ex paesi socialisti infatti esisteva praticamente solo il diritto pubblico. Quest’ultimo non è formato da norme di condotta per i privati cittadini ma da norme di organizzazione per pubblici ufficiali. E’ un diritto che non tende a regolare i rapporti tra i cittadini ma a subordinarli all’autorità.

Nella lotta per l’equità e giustizia sociale, anche i giudici sono diventati parte attiva per scardinare ancora di più il mercato. La giustizia distributiva non è né equa né egualitaria, ma procede secondo uno schema di valori che è quello di chi di volta in volta governa, di chi legifera o di chi è giudice. Nel diritto non dovrebbero avere cittadinanza giudizi di valore, dovrebbe essere un elemento coordinatore per trattare i cittadini allo stesso modo, altrimenti si trasforma in diritto “subordinante” che appoggia gli interessi di qualcuno in base al metro di valore che vi è implicito.

E così anche il corpo legislativo è diventato interventista ed in questo modo alimenta quel processo di corruzione che vorrebbe combattere. Più uno stato è corrotto, più legifera (Tacito). La legge dispone ed il cittadino obbedisce, questa è la democrazia dove il cittadino e le sue proprietà diventano meri oggetti della pubblica amministrazione. Si capisce perché Hayek non si definiva democratico. Per lui, la democrazia, il governo della maggioranza dotato di potere illimitato era diventato dispotico come un tiranno qualsiasi. Lo scopo delle costituzioni, scriveva è quello di prevenire le azioni arbitrarie ma la democrazia diventando un processo di acquisizione di voti per remunerare interessi particolari, ha aperto le porte all’arbitrio legislativo.

Si è inaugurata così l’epoca dell’oscurantismo non solo economico ma anche giuridico. Più aumenta la presenza dello stato nell’economia più scende in basso la reputazione del governo parlamentare, più viene coartata la libertà individuale, più il diritto diviene incerto perché ispirato dalla politica. Infine, la tendenza a portare tutti gli interessi sotto il proprio controllo distrugge anche lo spirito pubblico. Sempre e dovunque.

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28 Responses to “Hayek e la regressione del Diritto – di Gerardo Coco”

  1. Marco Tizzi,

    @Davide Gionco
    Davide, il tuo concetto di Stato come un grande “gruppo d’acquisto”, passami questa semplificazione, è assolutamente condivisibile e penso che lo sia per chiunque.
    Personalmente condivido anche il concetto di moneta che proponi, per quanto mi piacciano molto i concetti di “monete libere” e di “assenza di moneta”.

    Il problema è che la manifestazione reale dello Stato è invece un sistema poliziesco-militare che impone le sue decisioni in ogni ambito.
    E purtroppo questo non va bene.
    Anche perché così salta completamente la tua idea di moneta: stampiamo moneta fresca, se necessario, e diamola ai privati per fornire alla comunità di ciò che serve.
    Va bene, ma oggi, qui, succederebbe che la moneta finisce nelle tasche dei soliti noti e “ciò che serve” non arriva mai alla comunità.

    Ovvio che tu dalla tua Svizzera dorata possa parlare con una cognizione di causa più razionale, dato che vivi in uno Stato che fa lo Stato e basta, non rappresenta un “buco nero di denaro coercitivo e assolutista”.
    Non so da quanto manchi dall’Italia, ma ormai qui è così.

  2. Luciano Pontiroli,

    @Marco Tizzi
    Vorrebbe essere più preciso circa il modo ed il periodo in cui Hayek avrebbe sostenuto Pinochet?

  3. giuseppe,

    Confesso candidamente che non sapevo nemmeno chi fosse Haiek, e non ho certo la pretesa di saperlo adesso, sebbene mi sia un pò documentato.
    Mi ha favorevolmente colpito il fatto che Haiek ritenesse che il ruolo prevalente dello Stato è quello di mantenete lo Stato di Diritto. I diritti collettivi erodono certamente i diritti individuali. Secondo me è lecito individuare anche diritti collettivi, dal momento che viviamo in una Società organizzata, ma oltre un certo limite non è lecito andare. Il fatto poi che i Diritto collettivi aprono la strada ai totalitarismi, in parte è vero, e questo potrebbe parzialmente assolvere Haiek da qualche palese incoerenza, che tutti gli uomini evidenziano. Quel che trovo meno comprensibile è un certo integralismo che vorrebbe contrapporre in modo definitivo e quasi religioso Autori di diverse tendenze, nel caso Hayek e Keynes. Questo dualismo appartiene più al recinto della Filosofia che dell’Economia, che dovrebbe offrire sopratutto buone soluzioni a problemi diversi. Sembra che le idee di Keynes abbiano funzionato abbastanza bene col New Deal e questo non significa che quelle di Hayek non funzionino (pare abbiano ispirato l’azione politica della Tatcher) Insomma, nessuno, sano di mente, si sognerebbe di contrapporre la Fisica Classica di Newton alla Fisica Quantistica di Plank. Funzionano ambedue egregiamente nel loro dominio. O contrapporre l’approccio matriciale di Heisemberg a quello analitico di Schroedinger. Dicevano la stessa cosa con linguaggi diversi, ma cose talmente complesse che c’è voluto un altro grande scienziato – Dirac – per capirlo. Da questo atteggiamento un pò estremo nasce anche una concezione troppo sacrale del Liberismo,che lo pone sullo stesso piano – da questo punto di vista – del Comunismo. Il Liberalismo è invece qualcosa su cui si possono costruire aggregazioni più ampie e forse vincenti. Liberali erano quelli che nel 1848 venivano impiccati dagli Austriaci ( forse oggi si ribellerebbero contro i Borbonici di Roma), ma Liberali sicuramente erano anche i latifondisti che aiutarono la nascita del Fascismo. la linea di demarcazione passa per quella sfera che attiene la nobiltà d’animo e che delimita la Generosità dall’Egoismo. Ha poco a che vedere col Liberalismo. Ma Liberali sono anche i Radicali (la famosa scissione del ’52) ed è difficile da negare. Venendo all’attualità a me non sarebbero dispiaciuti Giannino e Tito Boeri insieme in un Governo. Avrebbero sicuramente fatto molto bene. Perché è l’intelligenza e la concretezza il vero discrimine. Saper poi che ognuno ha la sua idea precisa non è male. E’ come un navigatore satellitare che ci aiuta a discerenere nello sconfnato, contraddittorio ed affascinante universo del pensiero umano.

  4. Marco Tizzi,

    @Luciano Pontiroli
    Guardi, non mi pare di aver fatto lo scoop dell’anno.
    Se vuol discutere la cosa nel dettaglio può rivolgersi direttamente al forum del Mises Institute, c’è una parte del forum dedicata all’argomento:

    mises.org/Community/forums/t/3413.aspx

    Molti commenti fanno capire chiaramente perché, imho, le idee liberiste non ottengono la fama che meriterebbero…

  5. Carlo Ghiringhelli,

    Si consideri la storia del nostro Stato unitario:1)il Meridione ha sempre considerato lo stato straniero ed invasore-i Savoia avevano sostituito i Borbone-;2)il Cattolicesimo ha sempre incontrato difficoltà ad accettare il nuovo stato-è la questione romana e non solo-; 3)il marxismo ha sempre concepito lo stato come il comitato d’affari della boerghesia che doveva essere abbattuto; 4)il fascismo ha cercato di fascistizzare lo stato al fine di formare gli italiani ; 5)la mafia, che non è l’antistato, si è sempre servita dello stato per esercitare il proprio potere sulle carni vive…; 6)il ’68 si proponeva di portare l’immaginazione al potere allo scopo di cambiare lo stato autoritario, parruccone, maschilista e simili; 7) i liberali hanno sempre criticato lo stato partitocratico e burocratico in nome delle elite, con la sola eccezione degli spiriti azionisti e democratici. Oggi,tuttavia, l’avversario da contrastare è lo statalismo trionfante! Chissà perchè? E’ stato detto che se non si capisce l’economia s’indora la realtà: infatti lo stato moderno in Italia è stato il garante (Giolitti) del blocco storico-sociale costituito dagki industriali (del resto la grande imprenditoria è sempre cresciuta all’ombra delo stato in quanto sempre assetata di sussidi e refrattaria ad ogni autentica innovazione) e dalla aristocrazia operaia (sindacalizzata) del Nord e dai latifondisti del Sud, mentre l’amministrazione della macchina statuale era già appannaggio della piccola borghesia intellettuale meridionale a far tempo dal Depretis. Orbene tale blocco , denunciato dal Salvemini nel lontano 1911, è giunto, espandendosi in un parastato elefantiaco, fino a noi assumendo una varietò di configurazioni politiche che ora non appaiono più credibili forse a causa della crisi fiscale dello stato medesimo. Che fare? A nzitutto occorre definire i termini che usiamo quali: statale, pubblico, privato, democrazia. I) la ‘res publica’ è cosa complessa rispetto alla democrazia che è calcolo-procedurale- nel senso che democraticamente ci contiamo. pubblicamente non è possibile. Essa è una dimensione vocata alla comunicazione che ci vuole partecipi sulla base degli elementi comuni -è l’universitas-. Si pensi ai gruppi politici dei comuni italiani dei secoli XII e XIII che funzionavano sulla base della partecipazione, malgrado il rischio delle fazioni, del campanilismo delle corporazioni-che il fascismo aveva istituzionalizzato e la DC usato in modo clientelare- in una società priva dello stato; la societè delle società che permette a Francesco d’Assisi di vivere fuori dal diritto! (si veda il recente saggio di Agamben).
    II)Statale significa statocentrico, volontaristico in senso giacobino, etico nel senso di Gentile letto nella prospettiva dell’egemonia a là Gramsci.
    III)Privato è participio passato che significa essere tolto… e che non va confuso con il personale che designa il ruolo sociale dell’individuo -maschera-.

  6. Carlo Ghiringhelli,

    Alle mie note precedenti aggiungerei quanto segue.
    Nella storia lo sviluppo del capitale è sempre stato condizionato dallo stato (leggi), ma inell’Italia moderna l’economia di mercato è stata ‘truccata’ dall’interventismo/dirigismo dello stato-oltre che contaminata dalla criminalità organizzata- con il corollario delle rendite di posizione, mentre il conflitto delle parti sociali -non essendo la società una unità- è sempre stato mediato dallo ‘welfare’(senza libertà con il fascismo, per i privilegiati durante la repubblica), con costi sempre crescenti a causa degli enormi sprech, delle ruberiei e della dilagante corruzione.

  7. Alberto,

    Davide Gionco :


    … mentre non può soddisfare i propri bisogni a domanca collettiva (sanità, istruzione, infrastrutture, un ambiente pulito, servizi sociali, etc).
    E questo avviene perchè lo Stato non dispone di sufficiente denaro per garantire questi servizi.

    Ecco, Signor Gionco, basta questa semplice considerazione per spiegare che quanto lei sostiene si regge su nulla. La stessa locuzione “bisogni a domanda collettiva” reca in sè una connotazione ideologica che però, per lei, nella accezione che lei le dà, dovrebbe essere del tutto neutra. Non è cosi’. Sarebbe stata neutra se lei avesse parlato di bisogni del cittadino ma lei, invece, ha parlato di bisogni della collettività. Converrà con me che questa “collettività” vada quanto meno definita.

    Ma si regge su nulla per un motivo molto semplice: posto che il nostro stato si prende il 68.5% del reddito di una piccola/media azienda, mi dice per gentilezza cos’altro dovrebbe fare lo stato per “disporre di sufficiente denaro per garantire questi servizi” ?

    Per me lei non vive in Svizzera, lei vive sulla luna.

  8. saverio,

    A ben guardare le Istituzioni del nostro paese si stanno suicidando, continuare ad aumentare la pressione fiscale porterà ad un’ulteriore inaridimento delle fonti di ricchezza privata dalla quale discende poi anche la ricchezza dell’apparato amministrativo, politico e giudiziario Italiano; o veramente qualcuno di questi politici, e/o statali pensa sul serio che stiano producendo loro stessi il loro reddito con il loro lavoro? Non è oramai lapalissiano che queste persone, le quali nella migliore delle ipotesi lavorano (o meglio: dovrebbero lavorare) 6 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, (con regole ESCLUSIVAMENTE AD HOC per quanto riguarda il diritto previdenziale, del lavoro, e tributario a loro applicato) hanno un reddito semplicemente perchè c’è un’economia privata che produce ricchezza anche per loro? Anche questa parcellizazione del diritto, tra lavoratori statali e lavoratori privati, ed all’interno stesso di queste due macrocategorie, è sintomo indiscutibile del degrado della sua qualità giuridica… non solo quindi la fagocitazione del diritto privato nel pubblico, ma anche la loro disgregrazione in infinite sottocategorie corporative sono tutti fenomeni che stanno portando ad un’autodistruzione simile a quella dell’Impero Bizantino. Che venga quindi pure distrutta questa economia privata, e poi vedremo chi pagherà i loro stipendi…

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