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Le cozze pelose del sindaco progressista di Bari, Emiliano, e i palazzi venduti a giudici e politici.  I pacchi di milioni della Margherita, spariti non si sa dove. Quelli che mancherebbero nel contro incrociato tra An e i due tronconi derivanti, dopo la rottura tra Fini e Berlusconi. Gli avvisi di garanzia al Consiglio regionale della Lombardia, e le indagini sulle tangenti Pdl-Lega. Il sospetto che lambisce anche l’integerrimo Errani, per un milione di euro dato dall’Emilia Romagna 7 anni fa a una cooperativa guidata dal fratello per un progetto industriale. La retata in provincia di Napoli che spalanca le porte del carcere a 16 giudici tributari. Mi fermo alle ultimissime di cronaca, a quelle dell’ultima settimana. Che il presidente della Repubblica abbia sentito l’urgenza di un appello al ritorno della moralità dei partiti e della politica, è quasi scontato oltre che giusto, visto che i casi incrociano l’intero asse destra-centro-sinistra. Oltre a investire, tutte le volte che le indagini coinvolgono assessori e presidenti, apici e pezzi della pubblica amministrazione al servizio della discrezionalità politica. A questo fior fior di coinvolgimenti in inchieste per malversazioni pubbliche, diciamo che le reazioni possono essere di almeno tre diversi tipi. Una sola, però, è quella che economicamente ha senso.La prima è quella moralistica. Variamente improntata a toni di condanna morale più o meno retoricamente prossimi allo sdegno e all’invettiva generalizzata in taluni casi, più spesso riservati  invece soprattutto ai politici coinvolti in indagini ma appartenenti ad altra area politica, rispetto a quella cui va la simpatia esplicita o taciuta dello sdegnato. Appartengono d’elezione a questa schiera gli “indignati”, categoria che in questi ultimi anni anni ha finito per entrare a vele spiegate nel dizionario politico. Inglobando insieme, in un unico lemma, sia gli antimercato sia gli antipolitici, i palingenisti  convinti che sia l’illuminazione della religione dell’umanità su questa Terra a evitare il male. La pecca numero uno di questa reazione è quella che da sempre priva di efficacia reale il savonarolismo e il catarismo manipulitista: su questa Terra l’uomo è imperfetto. Il virtuismo monda-difetti va bene come tecnica retorica acquista-consensi, e come tecnica per la presa del potere da parte di minoranze inquisitoriali. Poi, assurti al potere, saranno eventualmente magistrati non indipendent a garantire che l’etica del potere resta monda e ad essere corrotta è solo quella degli oppositori.

C’è poi la seconda reazione. Quella radicatissima, per ottime ragioni, nella democrazia moderna. La reazione weberiana, ispirata al Politik als Beruf. Il grande sociologo-economista tedesco è stato il primo a studiare e tipizzare il fondamento del pubblico amministratore nell’ambito di macchine statali non più al servizio del sovrano, ma del cittadino. E approfittando dell’anfibologia della parola germanica, il suo Beruf indica sia “vocazione” che “professione”. Per evitare il Machtpolitiker, il “politico di potenza” che bada solo demagogicamente a confermare ed estendere a qualunque costo il proprio potere, ecco che la macchina politico amministrativa va sottoposta a controlli ex ante ed ex post, per impedire che il politico-amministratore compia attraverso di essa transazioni  e scambi come di diritto privato, offrendo servizi e concedendo facoltà al privato in cambio da questo di sostegni e  favori.

Rispondono a questa impostazione weberiana dichiarazioni apodittiche di garanzia ex ante come il nostro articolo 97 della Costituzione, in materia di imparzialità e indipendenza della pubblica amministrazione, e in tale versione discendono storicamente dalla pesante eredità della filosofia del diritto di tipo idealistico-hegeliana, e dalla sua idea di “Stato etico” come RechtStaat, cioè impregnato di un superiore spirito del tempo. Ma appartengono allo stesso filone hegelian-weberiano anche i controlli ex post di tipo penale, rappresentate delle maxi indagini della magistratura che anticipano col massacro mediatico-giudiziario in fase d’indagine il vero processo sanzionatorio.

So che molti non saranno d’accordo, convinti da due decenni in Italia che l’azione magistratuale nella sfera degli impropri comportamenti della PA risponda invece a una logica di filosofia morale e del diritto d’impianto kantiano. Mi tengo invece la mia opinione, che non è quella di Repubblica e Corriere. La morale kantiana è personalista, l’orizzonte della sua indeclinabilità imperativa è rigorosamente individuale, non quello della costruzione del consenso allo Stato o a un’idea di Stato. Tutte le volte che pensatori e giornalisti spacciano un’idea di Stato e di parte politica collettiva come kantiana, approfittano dell’ignoranza diffusa e dell’avversione che anche  negli ignari s’ingenererebbe nel dire la verità: e cioè che è hegeliana e idealista l’impronta  di chi  identifica in Stato o in una parte politica l’Assoluto dello Spirito in atto nella Storia. Per la definizione e dimostrazione di “Hegel profeta dei totalitarismi”, rinvio a Karl Popper.

In Italia, queste due prime reazioni agli scandali politico-amministrativi sono classicamente prevalenti,  Per tante ragioni dovute in sostanza alla ristretta evoluzione delle nostre classi dirigenti, tutte egualmente devote nel Novecento all’idea che fosse lo Stato a doversi far mallevadore e garante di sviluppo e diritti, in un Paese arrivato tardi a industrializzazione e democrazia, tranne naturalmente esser tra loro divisi su quale fosse poi l’idea etica di Stato da realizzarsi davvero, in maniera fieramente contrapposta . Tanto nella Prima che nella Seconda repubblica, Berlusconi come elemento divisivo ha sostituito l’Occidente corrotto idolo polemico 50ennale del campo filosovietico con l’UOMO corrotto da sottoporre a giudizio penale, da parte del campo virtuistico-progressista (Attenti: è un giudizio storico, Non significa che io sia niente affatto d’accordo su come Berlusconi si è concretamente comportato: anzi il suo pessimo bilancio svilisce e impedisce cittadinanza intellettuale a quelli che la pensano come me).

C’è poi una terza reazione possibile. Assolutamente minoritaria tra le classi dirigenti e nei media del nostro Paese. Si ispira alla teoria del pubblico amministratore dimostrata ed elaborata da Ludwig von Mises, James Buchanan, Northcote Parkinson, William Niskanen, Jean-Luc Migué,  Gerard Bélanger, Ronald Wintrobe. E’ la moderna teoria discrezionale del politico-amministratore pubblico. Essa ne studia il comportamento in quanto soggetto economico che agisce fuori dal mercato, senza cioè concorrenza altrui nell’esercizio delle proprie funzioni e nella formazione dei propri costi intermedi e finali. Per questo massimizza per sé l’utile monopolistico come e meglio di ogni cartello oligopolista privato. E lavora per estendere nella discrezionalità il recinto delle risorse intermediate, il numero dei propri dipendenti, la complessità autorigenerante delle procedure da amministrare.

Questa terza reazione porta alla conclusione che il vero rimedio agli scandali politico-amministrativi non è l’uomo nuovo in Terra predicato dai savonaroliani, e non è nemmeno la garanzia ex ante costituzionale d’imparzialità della PA e lo smascheramento del suo dirazzare ex post ad opera di zelanti magistrati. E’ invece la riduzione della macchina pubblico-amministrativa alle sue funzioni più essenziali e con minimo ricorso a personale e procedure internalizzate, e con massimo impiego invece di risorse esternalizzate e sussidiarie.

Naturalmente, in Italia a dire cose simili si passa per lunatici. Ma tutte le grandi riforme pubbliche di Paesi avanzati divenuti iperstatalisti e inefficienti sono passate attraverso l’adozione di tale terzo criterio: si trattasse della Svezia o della Polonia o della Germania. I privilegi della Casta , da noi  confusi con cattive prove date esclusivamente da un pessimo ceto politico, si devono invece al vecchio eterno paradosso dei pubblici guardadighe olandesi. Allorché esse ancora di legno erano fatte, le Sette province Unite disposero che pubblici funzionari fossero premiati per l’abbattimento di ogni singolo ratto muschiato, allora nemico numero uno delle tenuta  delle dighe. Rapidamente, i guardadighe capirono che era meglio consentire in primavera ai ratti l’accoppiamento, invece di abbatterli in autunno. Così, per ogni coppia abbattuta ne sarebbero sopravvisssuti 15, l’impiego sarebbe rimasto in eterno, e l’onere per il contribuente sarebbe salito insieme al premio ai pubblici dipendenti.

La risposta al problema dell’inerfrficienza e degli scandali pubblici non sta in una presunta virtù dei “tecnici” sui vecchi “politici”. Sta nello Stato magro, l’unica maniera per non farlo abusare è tenerlo a stecca come un bulimico patologico irreversibile.

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53 Responses to “Scandali pubblici: una sola reazione ha senso economico”

  1. Andrea Zucchi,

    Stato Snello, snellissimo. L’errore di fondo è pensare che lo Stato debba avere soldi da spendere.

  2. Arianna,

    @marco
    Allora è bene precisare. Forse sarebbe meglio dire meno politica, o meno politici o amministratori politici. E mi troverei pienamente daccordo.
    Nel comune sentire di tutti i giorni, quando ne parlano i più o meno addetti ai lavori, per “stato magro” si intende meno sanità, meno scuola ecc… insomma meno soldi da spendere in servizi al cittadino, e non meno burocrati, dove invece saremmo tutti daccordo. Avete presente la commissione per Olimpiadi di Roma che è ancora in carica?
    Abbiamo tanti enti di cui è cessato, estinto il loro scopo statutario, ma gli amminitratori sono tranquillamente in carica.

  3. Marco Tizzi,

    @Arianna
    Meno Stato significa meno intervento dello Stato nella vita dei cittadini.
    Perché bisogna mettersi in testa che nelle democrazie rappresentative lo Stato non sono i cittadini, ma sono i politici, che nulla hanno a che fare coi cittadini, ma anzi sono CONTRO i cittadini a LORO PERSONALE favore.
    Quindi o si passa ad una democrazia diretta, come in Svizzera, o almeno bisogna limitare l’intervento dei politici, perché siamo benissimo in grado di cavarcela anche senza di loro.
    Questo significa meno “sociale”? Se si vuole sì, ma è una scelta, le due cose sono completamente separate. Così come sono completamente separate la spesa pubblica e la dimensione dello Stato.
    Le faccio alcuni esempi:

    - facciamo finta che non ci siano dentisti pubblici (tanto ci sono ma non funzionano in Italia) e che curare una carie costi 100 euro. Potrei avere un voucher da 100 euro “per curare la carie” e andare dove mi pare. Il dentista va poi dallo Stato e incassa i 100 euro. Questo è uno Stato snello, perché il dentista è un privato, ma sociale, perché comunque le mie tasse consentono a tutti di curarsi i denti senza spendere soldi.

    - pensioni: perché lo Stato deve decidere quanto devo versare, se devo versare, quando devo andare in pensione e a quanto ammonta il mio assegno? Se ci lasciassero i nostri soldi in tasca, lo Stato potrebbe limitarsi a fornire pensioni sociali o di invalidità: se si limitassero a queste il restante carico fiscale sarebbe più che sufficiente. Oppure potrebbero costringerci a finanziare dei fondi “speciali”, magari gestiti da ONG, che si limitino a fornire pensioni ai meno fortunati. Anche qui: Stato snello, funzione sociale mantenuta.

    - istruzione: anche qui lo Stato potrebbe fornire dei voucher che poi il cittadino spende nella scuola che vuole. E potrebbe magare limitarsi a dare le certificazioni scolastiche con esami propri, meglio se internazionali. Anche qui: poco Stato, tanto sociale.

    - trasporti: quanto spende uno Stato in trasporti pubblici in un anno? Potrebbe semplicemente regolare le tratte e dare a ciascun cittadino un “abbonamento” valido per un certo kilometraggio, lasciando liberi i trasporti di essere organizzati dai privati. Il privato trasportatore si farà rimborsare dallo Stato i Km percorsi in abbonamento.

    - lavoro: cosa c’è di male se le aziende potessero licenziare liberamente, ma lo Stato provvedesse a mantenere tutti gli eventuali disoccupati con un assegno mensile? Magari chiedendo in cambio lavori sociali, gestiti da ONG, o partecipazione a programmi di formazione, gestiti da privati. E perché l’ “ufficio di collocamento” deve essere statale, ai tempi di internet e non gestito direttamente dalle associazioni delle aziende? Pensiamo che lo Stato sia più bravo delle aziende a cercarci un lavoro?

    Insomma: non abbiamo bisogno dello Stato.
    Se anche lo vogliamo, possiamo limitarlo ad una ridistribuzione di soldi non tanto dai ricchi ai poveri, ma più che altro dai più fortunati ai meno fortunati.

    Se i soldi delle tasse tornano direttamente ai cittadini non si può rubare, giusto?

  4. fabio,

    Fenomenale, grande coltissimo e concretissimo Giannino.

  5. AlxGmb,

    @alexzanda
    Concordo su tutto.
    Purtroppo in itaglia si fanno le leggi e troppo spesso non si leggono e/o non si comprendono, spesso perchè scritte ad uso sibilla cumana.
    MA, cito:
    “Decreto-legge 24 gennaio 2012, convertito alla Camera il 22 Marzo.
    Art.1
    comma 1
    …(omissis)…sono abrogate,
    a) le norme che prevedono limiti numerici,
    autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti
    di assenso dell’amministrazione comunque
    denominati per l’avvio di un’attività economica
    non giustificati da un interesse generale,
    costituzionalmente rilevante e compatibile con
    l’ordinamento comunitario nel rispetto del
    principio di proporzionalità;
    b) le norme che pongono divieti e
    restrizioni alle attività economiche non adeguati o
    non proporzionati alle finalità pubbliche
    perseguite,nonché le disposizioni
    di pianificazione e programmazione territoriale o
    temporale autoritativa con prevalente finalità
    economica o prevalente contenuto economico…”

    A voler vedere ne vien via così di roba!
    Pensate anche solo al significato di “abrogare…le disposizioni
    di pianificazione e programmazione territoriale”
    Significa che una bella fetta di piani regolatori (vero refuso comunista in itaglia) non valgono più…e questa cosa è legge dello Stato dal 22/03/2012.
    Ma qualcuno di voi ne ha letto sui giornali? Qualcuno ne è al corrente?
    Penso: gli itagliani hanno una tale deformazione per il “mi serve un permesso”, che scaturisce dal “tutto è vietato”, che non comprendono il significato di “abrogare” e continuano ad aspettare che da qualche parte sia scritto “è permesso”.
    Dopo l’abrogazione, siamo in presenza di libertà negative, ma nessuno se ne accorge.

    Saluti

  6. Tommaso,

    Egr. Dott. Giannino, io condivido, ma fino a un certo punto.

    Lo Stato magro è stato inventato da Von Mises e Hayek come declinazione moderna dello Stato liberale.
    Lo Stato liberale è di per se magro, perchè nasce dalla rivoluzione francese e inglese che volevano limitare i poteri degli STATI (non dei RE) monarchici e, quindi, non avevano alcuna intenzione di riprodurli, sia pure in un’ assemblea parlamentare. Infatti le “libertà” dello Stato magro sono fondamentalmente libertà “negative”, cioè libertà dallo Stato. Al centro dello Stato magro non c’è (ancora) il principio di legalità, ma c’ è la “riserva di legge”.
    Lo Stato può comandare solo per “legge” (uguale, generale, pubblica). La riserva di legge difende dall’ingerenza dello Stato la “libertà” e la proprietà personali. Riserva di legge vuol dire che nessuno può essere privato della libertà senza processo, ma anche che nessuno può essere privato della proprietà senza una legge (cioè una ragione di interesse generale uguale per tutti).

    L’idea è stata riproposta una decina di anni fa da un economista americano, di cui al momento non mi sovviene il nome, probabilmente Nozick, con l’espressione “Stato minimo” ed ha concorso all’elezione di Bush.
    Il problema è che lo “stato magro” è necessariamente di destra.
    Intendo destra in senso “buono” (siamo in Italia, occorre ahimè specificare), cioè nel senso che riproduce la concezione dello Stato propria del pensiero liberale borghese.
    Lo Stato magro non difende TUTTE le libertà, ma solo le libertà connesse alla Proprietà.
    Lo stato magro NON vuole la scuola (pubblica); NON vuole la ricerca (se non serve a fare soldi); NON vuole l’ informazione “pubblica”; NON vuole l’assistenza sanitaria generalizzata (v. Obama).
    Non vuole in generale mai tutto ciò che è COMMON e/o public domain (patrimonio generale e di uso comune) ivi compresa l’edilizia pubblica, perchè per gestire queste cose ci vuole lo Stato, e la teoria dello Stato Magro non vuole lo Stato.
    Lo vuole però, fortissimamente, quando deve difendere la libertà della proprietà e dell’inziativa economica, costruire ponti, strade e ferrovie su cui possano transitare treni, auto e navi private, etc.
    Lo stato magro non vuole il debito pubblico, ma vuole fortissimamente la libertà delle banche e il debito privato.

    La fine dello Stato magro è stata una necessità storica che si è realizzata dopo la seconda guerra mondiale nei due più grandi stati “magri” del mondo, Inghilterra e Stati Uniti, con l’invenzione del welfare da parte di Lord Beveridge, il primo “anti” stato-magro del mondo, che non era comunista.

    Per Welfare non intendo la sicurezza sociale, ma intendo un sistema.
    Il sistema che permette di accedere alle libertà dello stato magro anche tutti quelli che non hanno la”proprietà” per pagarselo.
    Istruzione garantita a tutti, borse di studio per l’Università, accesso ad assistenza e ospedali, garanzia dell’informazione, etc.
    Lo stato “del benessere” prende dallo Stato magro la riserva di legge, ma al suo centro c’ è il principio di legalità esteso anche allo stesso legislatore, schiavo delle costituzioni.
    Questo progresso democratico risolveva anche un’ esigenza economica dello “stato magro” che è la stessa del “capitalismo borghese”. Si prenda ad esempio la crisi da sovrapproduzione – come quella del 1929 – il “debito pubblico” non l’ha inventato Lenin. L’ha inventato Keynes.

    Perciò il problema è più complicato del puro e semplice “dimagrimento”.

    E’ evidente che ad un certo punto lo stato “meno magro” ha strabordato, ed ha cominciato a diventare stato grasso, e questo a scapito delle stesse libertà e sicurezza che lo stato del Welfare voleva assicurare a “tutti” i cittadini e non alle sole categorie protette da una qualche “voce in capitolo” (o, come si esprime elegantemente Bonanni, “presenza nella stanza dei bottoni”).

    In questo – come Lei dice giustamente – ha sicuramente giocato il fatto che ad un certo punto i politici hanno scoperto che potevano utilizzare il debito pubblico, invece che per finanziare servizi, per acquisire consenso e “intermediare”; i sindacati hanno scoperto che l’interesse generale del sindacato è più importante delle libertà individuale dei lavoratori; infine anche i “propretari” hanno scoperto che invece che misurarsi col mercato era assai meglio mettesi d’accordo con lo “stato grasso” per mungere, appresso a lui, il debito pubblico.

    E così, in poche parole, arriviamo ad oggi: cioè a un sistema che riproduce, in nome del pensiero democratico e liberale, buona parte dei peggiori aspetti dei sistemi pianificati. Non è stata solo Marx a essere “tradito” dalla rivoluzione sovietica.
    Adam Smith non è stato trattato molto meglio.
    Tutto ciò era stato preconizzato da uno dei giganti del pensiero liberale, Hayek, mettendo in luce che le grandi organizzazioni acquisiscono vita propria e finiscono inevitabilmente col prendere il sopravvento su quelli stessi che le hanno istituite per servirsene. Ma in fondo anche Marx sosteneva (con Leopardi ed Aristotele) che i primi schiavi del capitale sono precisamente i capitalisti. Secondo Aristotele desiderare l’aumento delle ricchezze in termini solo quantitativi, oltre un certo limite, era una malattia. Per Sant’Agostino era un peccato mortale.

    Questo avviene ormai a tutti i livelli. Non solo nazionale, ma anche europeo e mondiale. Ed è l’incontro di queste scoperte quello che stiamo “letteralmente” pagando.

    Il debito pubblico è diventato come il latifondo degli antichi romani, dove persone private del diritto di cittadinanza (perchè la VERA libertà e proprietà consistono ormai nell’avere il potere individuale o collettivo di maneggiare “fette” di debito pubblico) alimentano i “raccolti” dei senatori, che rimangono ormai senza acquirenti perchè gli schiavi non hanno più soldi per comprare il pane.

    E allora i senatori glielo “regalano”, così si fanno votare, e continuano.
    Il problema dello Stato grasso non è solo un problema dei “comunisti”: lo Stato grasso va benissimo anche ai capitalisti, soprattutto quelli italiani!
    Il problema dei “comunisti” è che continuano a volere “più Stato” senza accorgersi che ormai sono gli altri che usano lo Stato per scopi molto diversi dal “welfare”, e che ormai “più Stato” significa inevitabilmente più “tasse”, più “corruzione”, più “compressione” e più “arbitrio”, invece che più diritti.

    E’ vero perciò che bisogna diminuire lo Stato, ma QUESTO Stato, non quello di Von Mises che era già magro per conto suo.
    Lo stato “magro” moderno – presumo che su questo anche Lei sarà d’accordo o almeno disponibile alla discussione – non può prescindere da una ragionevole conservazione della garanzia di partecipazione e protezione delle libertà dei “non proprietari” garantite dal “welfare State”
    Per fare questo lo Stato ci vuole, e ce ne vuole anche parecchio. Sicuramente di più di quello “magro”.

    Il problema perciò diventa “dove” e “come” dimagrirlo. Qusto è un problema immenso perchè da ormai 50 anni lo Stato grasso ha alimentato interessi di ogni genere, consistendo fondamentalmente nello spostamento di enormi quantità di denaro dalle tasche di alcuno a quelle di altri. I 32.000 e passa euro di debito “pubblico” pro-capite di ogni cittadino corrispondono ad altrettanti “crediti”; ma siccome quei soldi lo Stato gli ha già spesi, vuol dire che qualcuno se li è anche già messi in tasca.
    Qualcuno – non molti – hanno “già in tasca” 32.000 euro di ciascuno di noi.
    L’atteggiamento dei politici di fronte alla riduzione delle spese è soltanto la punta di un iceberg alla cui base ci sono vari milioni di interessati. Tale interesse attraversa ormai l’intero sistema sociale del paese, perchè per mezzo secolo lo sport nazionale è stato quello di confidare non sullo Stato (che ormai non esiste più, nè grasso ne magro, essendo stato “privatizzato” dai partiti, ivi compresa la sua componente esecutiva di “amministrazione”) ma sulla capacità di intermediazione e distribuzione del debito pubblico per appianare ogni divergenza sociale mediante “dazioni” alle categorie in conflitto.

    Perciò anche se si è d’accordo sul limitare la presenza dello Stato a ciò che è necessario per assicurare le libertà individuali (negative e positive: anche quella della proprietà, ma soprattutto quelle costituzionali dei diritti della persona), il problema resta.
    Si può notare, in effetti, che la prima cosa da mettere in discussione è quello che, non a caso, è il leit motiv di questi giorni. Gli interventi “a favore dell’economia” a tutti i livelli.
    Questo approccio basato sulla “crescita” quantitativa mi pare abbastanza contraddittorio con la palese circostanza che quello che stiamo pagando (meglio, che non riusciamo a pagare) è precisamente l’enorme marea di debiti che sono stati creati precisamente per alimentare il detto obiettivo negli anni precedenti (nei quali OGNI anno, c’ è stata una “finanziaria” coi provvedimenti per “la crescita”, cioè i debiti).

    Perchè se questa “crescita” sono i patti locali, i patti territoriali, le partnership private-pubbliche, incentivi a quello, sconti a quell’altro, finanziamenti a convenzioni, progettazioni, sviluppi turistici, “conservazione ” dei dialetti, sagre del polpo, dei gamberonio, del tartufo, del gorgonzola, preservamento delle “culture” locali, progetti olimpici, etc, proprio non ci siamo.

    Sono tutte cose che fa assai meglio e assai prima il “libero” mercato dello Stato magro, che non c’è più, ovvero la passione e l’interesse delle persone.

    Prima dello Stato magro, viene il “mercato” magro. Lo Stato è grasso perchè ci sono troppe vacche che pascolano. E appartengono, tutte, a contadini privatissimi.

  7. radici piero,

    @ Marco Tizzi: forse un vero federalismo sarebbe un primo passo concreto verso una partecipazione dei cittadini ad una democrazia più diretta, ma vedo che in Italia è un tabù tanto quanto l’ articolo 18.
    L’ unico sistema per limitare la corruzione sarebbe quello di far partecipare direttamente il cittadino alla approvazione del budget locale.
    Sicuramente l’ establishment burocratico, di destra o di sinistra che sia, non gradisce che il cittadino possa fare una correlazione diretta tra i costi/benefici del suo operato, ma preferisce che le decisioni vengano prese “più in alto” in modo da scaricarsene ogni eventuale responsabilità.

  8. AlxGmb,

    @radici piero
    La prima e unica soluzione per limitare la corruzione è quella di togliere ai decisori pubblici la materia oggetto del loro potere e della corruzione.
    Il caso Boni@regione_lombardia è emblematico, ma non isolato; chiaro nei meccanismi. Impediamo al Boni di turno di avere il potere urbanistico e non ci sarà possibilità di corruzione. Aboliamo la pianificazione (parola aberrante) urbanistica e lasciamo libere le persone di seguire il loro progetto di vita.
    Aggiungo che se anche il decisore pubblico non fosse corrotto, comunque è troppo invasivo della sfera della nostra vita privata e quindi un danno lo genera in ogni caso.
    Per la materia urbanistica ed una proposta brillante: La Città del liberismo attivo, Stefano Moroni…da leggere!

  9. centroazioneagraria,

    La soluzione per pagare il debito pubblico sarebbe di farlo pagare ai nostri rappresentanti politici: nazionali, regionali, provinciali e comunali ed eventualmente ai loro consulenti ed imprenditori di Stato oltre che da quei sindacati e associazioni che ai vari livelli avrebbero dovuto difendere i diritti dei cittadini e invece hanno pensato solo ai fatti loro. In che modo?
    Per esempio si potrebb…ero considerare tutti questi personaggi implicati a vario titolo nella cattiva gestione della cosa pubblica, dal momento che anche per loro la legge non dovrebbe ammettere ignoranza, “soggetti socialmente pericolosi” e confiscandogli ogni bene personale e dei propri familiari, in particolar modo tutti quei beni acquistati dopo la loro entrata nella carica politica e/o amministrativa che sono stati chiamati a ricoprire. O in aggiunta e/o alternativa prendere in garanzia tutti quei beni in cambio di buoni di Stato, di quello stesso Stato che hanno mandato in fallimento, liberandoli dalla garanzia soltanto quando possa essere dichiarato scongiurato il pericolo di default dell’Italia. In tal modo salveremmo l’Italia e sanciremmo un pricipio di giustizia ed equità, non di equitalia, che costituirebbe una pietra miliare per le generazioni presenti e future del “chi sbaglia paga di suo”. Ma è come chiedere a un ladro di rubare in casa propria !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!Visualizza altro

  10. alessandro,

    @alexzanda
    Sono allibito! Uno stato che tassa le proprieta’ all’estero! Vivo in Inghilterra e ho comprato casa. Mia moglie ha mantenuto la residenza in Italia perche’ fa l’architetto per corrispondenza; ora essendo poprietaria di meta’ casa dovra’ pagarci l’IMU a dispetto del fatto che noi paghiamo gia’ le tasse comunali inglesi. Ma non mi risulta che le strade, le fogne, l’acquedotto che servono la mia casa qui in Inghilterra siano state pagate dallo stato italiano (a meno che non accampi crediti dall’epoca romana!). Ho comunque deciso di portare alla corte europea non Monti ma il primo ministro inglese Cameron; per simmetria siccome io sono residente in Inghilterra ma possiedo alcune case in Italia gli chiedero’ di farmi pagare anche qui in Inghilterra un po’ di tasse per le mie case italiane.

  11. piero di bello,

    Monti, le Banche, la Politica stanno creando i nuovi Robin Hood Italiani ………… adesso hanno anche detassato le banche con l’IMU………………..L’italia è finita…………vendete tutto e andate via ………… rimarranno loro e gli extra comunitari ……………..

  12. marcantonio,

    Riferendomi all’ultima puntata di REPORT dove si sono affermate soluzioni assurde e demenziali per eliminare il nero.
    Pura teoria quella di tassare il contante con restituzione finale di una determinata quota consentita.
    Questi grandi pensatori, questi famosi tecnici che, dall’alto dei loro stipendi, privilegi, ecc. hanno perso perfino la percezione della vita del comune cittadino che tartassato in tutti i modi è vicino all’asfissia fiscale, non riescono a capire che non è la micro evasione che mette in crisi la finanza pubblica.
    La finanza pubblica è messa in crisi dalle ruberie che avvengono nel maneggio del denaro pubblico, e queste ruberie, non sono certamente lo scontrino non emesso per un caffè, o per la riparazione di un lavandino che perde, sono bustarelle di milioni che passano di mano per corrompere, per avere appalti, e anche per cose meno importanti, come concessioni edilizie date ad alcuni e negate ad altri in cambio di favori,amicizie o più probabilmente di bustarelle, ecc.
    Il colmo è che la micro evasione rimane comunque in circolo, e la ricchezza creata da questa prima o poi ripasserà sotto la spada di Damocle del fisco mentre le ruberie, i guadagni derivanti dalla corruzione dei politici, degli amministratori, dei funzionari come i proventi della droga, della prostituzione, delle rapine andranno in gran parte esportate nei paradisi fiscali.
    Perciò certe idee balzane continuerebbero a proteggere chi ha in mano il potere e costringerebbero i comuni mortali a tornare a fare scambi in natura.
    Proprio idee di pura teoria demenziale!!!

  13. franco,

    In br’unica cosa che fuo’ fare il cittadino e’ destabilizzarleve. I politici hanno fatto un golpe,ci hanno tolto la democrazia con eliminare le preferenzr,con rigettare i risultati dei referendum,con il rubare il rubabile.
    L’unico atto contro che il cittadino puo’ fare e’ destabilizzarli.
    Non votando.
    Le ultime proiezioni danno 35% di non voto e 16% di indecisi che fa’ 51.

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