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Il governo ha fatto una scelta di metodo saggia, sulla riforma del mercato del lavoro. Confronto a oltranza sì, fino a giovedì. Potere di veto ad alcuno, no. Se la Cgil non convergerà per la nuova disciplina dell’articolo 18, come non converge e lo ha messo a verbale, il governo procede comunque. E’ giusto così, dopo tanti anni di immobilità. E visto che sul mercato del lavoro italiano continuano a vivere totem derivanti da un passato che non passa, molto ideologico. Da questo punto di vista, il superamento del tabù dell’articolo 18 è epocale. Dopo la riforma delle pensioni che è stato grande merito del governo Monti varare di corsa, è proprio la riforma del mercato del lavoro quella più utile a sbloccare. Nell’indice di competitività globale elaborato dal World Economic Forum, nel 2011 l’Italia è al 43° posto su 142 Paesi, stabile o in discesa da anni. Ma nel mercato del lavoro siamo 123esimi su 142. Solo per crimine organizzato e costo e trasparenza della regolazione pubblica, siamo più in giù. Siamo al 134° posto per flessibilità dei salari, al 126esimo per le politiche di assunzione e licenziamento, al 125° sia per reddito da lavoro rispetto al peso preponderante del cuneo fiscale, sia per proporzione tra salario di produttività e quello complessivo. Detto questo, la riforma appena illustrata das Monti e Fornero, per chi la pensa come noi ha dei difetti di fondo. Pesanti.

Purtroppo, l’approccio riformatore del governo ha primo difetto. Grave. Il grande moltiplicatore della partecipazione al mercato del lavoro – 12 punti complessivi più basso che in Germania, 18 per i giovani, 22 per le donne – è e non può che essere l’abbattimento del cuneo fiscale, che ci dà più bassi salari al più alto costo complessivo. Ma il governo su questo dice che non si può: non si riesce a tagliare la spesa pubblica. Purtroppo, non c’è grande riforma del lavoro che abbia avuto successo, da quella tedesca a quella svedese, che non sia partita da questo primo passo. Da noi, non c’è. Lo Strato continuerà ad asfissiare il lavoro e l’impresa. E la delega fiscale che va in Consiglio dei ministri vevenerdì da questo punto di vista è una cattiva ulteriore conferma: nessun abbattimento di aliquiote, resta l’Irap, l’IRES diventa IRI (pessima idea, acronimo statalista per definizione), altri aggravi procedurali in nome del sacro mantra della lotta all’evasione, ricomparsa del fondo rimborso ai contribuenti onesti di almeno parte dei proventid ella litta all’evasione, strumento che da anni viene promesso per poi riscomparire nei fatti come già avvenuto il mese scorso sotto questo stesso governo.

Il secondo punto critico è stata invece la bassa correlazione  tra minore flessibilità all’entrata e maggiore in uscita. E’ il modo per rendere più ragionevole il risultato finale al quale occorre mirare, che non è ideologico ma deve tradursi in più occupati. Se si sposa la linea della minor flessibilità all’ingresso, è più difficile superare l’ostacolo di quell’enorme feticcio polemico che è l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ieri, il ministro Fornero ha dovuto ammetterlo, che le critiche su questo sono fondate.Il ministro ha inizialmente sostenuto una forte stretta alle diverse forme di ingresso nel mercato del lavoro diverse dall’assunzione a tempo indeterminato, in nome della prevalenza di quest’ultimo per contrastare il precariato. E’ un errore. In tempi di forte rallentamento produttivo la proposta di alzare ancora una volta i contributi su contratti atipici e introdurre nuovi appesantimenti autorizzativi e di controllo, le comunicazioni a ogni cambio di orario e la diluzione della corresponsione del grande abbattimento di costo già disposto da Sacconi per l’apprendistato solo ad assunzione avvenuta a tempo indeterminato, inevitabilmente ha portato alla protesta delle imprese.

Non per spirito corporativo. Ma perché tra calo di ordinativi e stretta del credito la linea degli aggravamenti procedurali e di costo accresce inevitabilmente le difficoltà. Il governo ha dovuto fare marcia indietro su alcune rigidità di troppo e sul più dei contributi aggiuntivi, in specie a ReteImpreseItalia. Se sarà così nel testo finale, è un bene. Vedere per credere.

E’ stata invece ottima l’idea del ministro Fornerio di distinguere finalmente tempi più rapidi di ristrutturazione delle imprese, rispetto all’ASPI cioè al sostegno al reddito di chi perde il lavoro e non va più tenuto per tre anni incatenato a lavori e stabilimenti che non sono più economici. Nessuno ha però capito per settimane al di là dell’aumento contributivo proposto da dove venisse la copertura aggiuntiva della misura, dopo i primi dissensi tra Lavoro e Tesoro. Il ministro Frnmero ha appena parlato di 7,2 miliardi, ma senza saper dire da dove vengano. Per questo, imprese e sindacati hanno ottenuto che fino al 2017 i nuovi ammortizzatori non decollino e resti l’attuale sistema. Un orizzonte troppo lungo, che si deve anch’esso al fatto che non riusciamo a tagliare spesa pubblica e a riallocare risorse laddove esse sono davvero necessarie. Anche perché senza una rivoluzione vera nell’incrocio tra chi il lavoro non l’ha più e le imprese che ne hanno bisogno, resteremo con agenzie pubbliche che intermediano il 3 o il 4% dei rioccupati, quando va bene. E con un grosso rischio per i disoccupati ultraquarantenni e ultracinquantenni, visto che il sussidio nuovo, l’Aspi, durerà un anno e senza prepensionamenti.

Tuttavia, a prevalere nelle tensioni e polemiche non sono stati questi aspetti, ma la riforma della disciplina dei licenziamenti. Bisogna dirlo: è una svolta storica, il reintegro giudiziale previsto solo per i licenziamenti discriminatori. Mentre per quelli disciplinari deciderà il giudice tra reintegro o indennizzo, e per quelli economici si corrisponde invece solo l’indennizzo, da 15 a 27 mensilità. Facendo saltare una volta per tutte la quota dei 15 dipendenti, che tanto male ha fatto alla crescita delle imprese. Questa sì, è una svolta grande.

Un liberista come chi scrive vorrebbe molto di più, a cominciare dal cuneo fiscale abbattuto. Ma non si può infine che plaudire al ministro Fornmero per norme come quella sulla conciliazione del tempo lavoro con il tempo-famiglia, e contro le lettere di dimissioni in bianco, odiose e frequenti soprattutto per le donne, come abbiamo recentemente avuto conferma con le 500 lavoratrici ricattatoriamente licenziate di comodo solo a Napoli nel 2011. Un mercato del lavoro senza queste vergogne, sarà un guadagno per tutti. Più donne lavorano, più figli in famiglia: come testimonia la realtà di tutti i Paesi più avanti rispetto a noi.

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89 Responses to “Mercato del lavoro, una svolta con due errori”

  1. Marco Tizzi,

    Solo una nota. L’Economist dice:
    “Today firms with more than 15 workers cannot get rid of employees even in a downturn without risking legal proceedings that can last years. If a judge then decides the company has acted unfairly, it can be forced to rehire the worker and pay him his lost earnings. Employers say this is a colossal deterrent to hiring when times are good, and helps to explain why a third of Italy’s youths are jobless.”

    Ovviamente questo non è assolutamente vero: oggi le aziende in crisi possono fare licenziamenti collettivi senza alcuna possibilità di reintegro per i licenziati.

    Come vedete questa è una grandissima barzelletta che gira per il mondo. Questa riforma del lavoro, lungi dall’essere sia liberale che sociale, è stata l’ennesimo spot per il resto del mondo.
    Un modo del Professore per poter dire: “avete visto? Vi porto lo scalpo della CGIL”.

    Per molti anni abbiamo vissuto la politica degli annunci.
    Da 4 mesi siamo entrati nell’epoca della politica delle farse.

  2. Iaacov,

    Buongiorno Giannino,
    mi spiace ma credo che gli errori siano 3, e il terzo è quello di aver ancora una volta rafforzato l’ idea che esistano solo datori di lavori e lavoratori, mentre esiste un’ ampia varietà di condizioni grigie che trovavano posto nel mondo del lavoro grazie alle partite iva e all associazione in partecipazione….si dice che non ci saranno licenziamenti a valanga, vedremo….. gli associati dovranno decidere se restare come dipendenti ( e se svolgessero il loro compito presso più luoghi di lavoro?) o se diventare soci ( e chi glieli da i soldi?) e le partite Iva? chi vorra assumere una partita iva 50 enne e a che costo? perchè in questo paese non è concepibile che esistono soggetti disponibili a fare attività imprenditoriale e non essere ne datori ne lavoratori?
    se c’è chi ha abusato dello strumento va punito ma non va vietato lo strumento. é come vietare interne perchè ci sono i pedofili o uccidere i malati perchè potenzialmente contagiosi. Evidentemente i professori non vivono la realtà della strada.

  3. alberto,

    Scusate ma avete capito quale è il vero obiettivo della presente riforma? Ridurre al minimo la spesa per lo stato relativa a prepensionamenti, mobilità e cassa integrazione speciale. Il tutto oggi ammonta a circa l’ 1,2 % del PIL e spostare in parte ( è difficile sapere a quanto ammonterà) questo gravame a carico delle aziende e forse dei lavoratori, attraverso la monetizzazione dei licenziamenti. La paccata di miliardi che ancora non si vede da dove sarà presa, sarà sicuramente pari ad una piccola frazione, circa l0 0,2% dei circa 18/20 MLD annui che oggi sono a carico dello stato.

  4. Stefano,

    ….il problema della corretta e completa informazione è sempre stato critico (ricordate il “conoscere per deliberare” di einaudiana memoria). A parte la superficialità di alcuni giornali, stranieri e non (vuoi per mancanza di professionalità, vuoi per incapacità di percepire le peculiarità delle realtà locali – la globalizzazione non aiuta e neppure la necessità di sintesi che la stampa e soprattutto la informazione televisiva necessitano) il grosso problema è essere almeno sicuri della buonafede del mezzo d’informazione.
    Non esiterei ad affermare che la obiettività e la completezza della informazione gioca un ruolo non secondario nella crisi attuale: torno a segnalare come gli indicatori che vengono costantemente impiegati per spiegare la crisi (debito pubblico, deficit, PIL, ….) in realtà non vedono l’Italia (e la maggior parte dei Paesi europei) in una situazione peggiore di Giappone e USA (usando per questi ultimi lo stesso sistema di calcolo che si adotta in Europa consolidando quindi i dati nazionali/federali con quelli delle Regioni/singoli Stati).
    Nonostante questo la stampa e le televisioni, nazionali o straniere, esitano a segnalare che l’unica differenza è che in Europa non esiste una vera politica di crescita della base monetaria come invece avviene nelle altre parti del mondo cosiddetto avanzato.
    In Europa ed in Italia ci sono grossi problemi da risolvere, ma sommare problema a problema sembrerebbe essere stata la scelta di alcuni gruppi per riuscire a superare l’inerzia che oggettivamente esiste nel dare risposte singole alle specifiche esigenze.
    È un enorme gioco delle parti nel quale credo neppure ci sia (e forse ci possa essere) una chiara comprensione dei fenomeni, ma certi apprendisti stregoni continuano a giocare sotto traccia e noi cittadini, trasformati in servi della gleba del III millennio, dobbiamo solo pagare :(

  5. Stefano,

    …sentivo ieri in un convegno sulla crisi che durante la I guerra mondiale si diceva che la guerra l’avevano voluta i laureati e la combattevano i contadini; bene adesso la guerra contro la crisi l’hanno pianificata i professori (tutti ben oltre i 100.000 € di reddito annuo) e la fanno combattere ai contadini di adesso (quelli al di sotto – e spesso ben al di sotto – dei 100.000).

    Ci vuole una campagna di verità sulle ragioni della crisi, sui motivi della patologicità italiana e sulla necessità di rimuovere le cause di questa patologicità, non semplicemente una strategia finalizzata a coprire la spesa in eccesso con un eccesso di fiscalità (e si noti che sono contento della lotta alla evasione, ma non posso concordare con buona parte delle scelte che Monti & C. stanno portando avanti ….. e non mi sento ne’ di sinistra ne’ leghista, ma vorrei poter votare qualcuno che ha idee simili alle mie nel 2013 :)

  6. alberto,

    Ritorno sul discorso di prima, aggiungendo che se un 1% netto di PIL arriverà come risparmi dalla riforma del mercato del lavoro, già nel 2016, ne arriverà 1% (0,5% già dal 2014) dalla riforma pensionistica netto e circa 1,5% a partire dal 2019; il sig Monti ha quasi risolto, sulle spalle del solo mondo del lavoro, 2,5% punti di PIL, il problema del taglio del debito, previsto dal fiscal compact “impact”, che come tutti sappiamo è di circa 3% punti di PIL.
    Ecco dimostrata l’ applicazione puntuale dell’ articolo 1 della Costituzione.

  7. MBB,

    Continuiamo a discutere ferocemente su questo quel provvedimento del governo, anche giusti magari (certo non gli aumenti delle tasse). ma vedo che il debito pubblico continua ad aumentare imperterrito, incurante del governo tecnico. Di cosa discuteremo ancora?

  8. bruno,

    La Stampa di domenica 25 marzo – Intervista a Pietro Ichino : “art. 18 agli statali? andrebbe solo applicato” ma….in linea teorica i pubblici non sono esclusi ma…l’ostacolo pratico è che se il giudice condanna l’amministrazione a pagare al lavoratore licenziato il risarcimento il dirigente che ha adottato il provvedimento può essere ritenuto responsabile del danno verso l’erario. Quale dirigente pubblico è mai disponibile a correre questo rischio? Nessuno! …occorrerebbe una norma che esentasse il dirigente da questa responsabilità..occorrerebbe però anche che la dirigenza pubblica si riappropriasse (fantastico!) delle proprie prerogative manageriali, accettando di rispondere al tempo stesso del raggiungimento degli obiettivi. ..e poi prsosegue con altre analoghe considerazioni sulla necessità di responsabilizzare i dirigenti sul raggiungimento degli obiettivi, ecc. ecc. ecc. Ma quante volte ancora dobbiamo scoprire la luna nel pozzo prima che qualcuno dica con semplice chiarezza come stanno le cose e che non è più tollerabile non provvedere ad un radicale e sostanzioso ridimensionamento di questi enormi, ingiustificati ed inutili costi ? E che deve essere fatto rapidamente perchè si tratta di una giusta e sacrosanta riduzione delle spese e quindi di avere risorse disponibili per sostenere investimenti, pagare le imprese e forse anche per ridurre un pò le tasse?

  9. marika,

    l’equilibrio stà nel mezzo, i politici devono mettere da parte gli interessi personali e calarsi nei panni di chi deve subire, forse bisognerebbe copiare alcune idee dagli stati europei più evoluti, siamo nel medioevo!
    Come può una casta fare leggi quando non sanno nemmeno come la gente vive….ormai sulla soglia della povertà con €1.000.00 al mese e a volte anche meno
    Si parla di ammortizzatori…ma il problema è che comunque che reinserirsi nel mercato del lavoro è difficile, un mercato che non guarda a cosa sia fare ma a quanti anni hai???
    costretti a cercare personale solo in mobilità, e chi l’ha finita??

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