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Si avvicina il momento della dichiarazione dei redditi. Nicolò sente incombere su di sé il peso minaccioso di quel Codice Fiscale che lo Stato, per una volta fin troppo solerte, ha pensato bene di spedirgli a casa lo scorso maggio, quando aveva appena un mese di vita. Per scacciare la paura, ma purtroppo con esiti finali niente affatto tranquillizzanti, Nicolò ha pensato bene di mettersi a far di conto, per cercare di comprendere meglio quante tasse lo Stato pretenderà da lui. Ovviamente sono i conti di un infante, fatti a matita sul retro di un bavaglino. Ma l’ordine di grandezza dovrebbe essere quello giusto.

Animato dalla insaziabile sete di conoscenza dei bambini, Nicolò ha deciso che vorrebbe investire, come ora si dice, sul proprio capitale umano. Non gli sembra irragionevole dunque immaginare che ci sarà qualcuno disposto a spendere 50 euro l’ora per assicurarsi i suoi servigi. Immaginando di lavorare per 7 ore al giorno, per 5 giorni alla settimana, per 48 settimane all’anno, otterrebbe così un “guadagno” abbastanza considerevole: 84.000 euro all’anno, cioè 7.000 euro al mese.

Ma anche un infante sa – e comunque il codice fiscale è lì a ricordaglielo – che questo è un guadagno del tutto teorico. Anzitutto questo ipotetico datore di lavoro dovrà pagare circa 3.300 euro di IRAP; poi, fra il datore di lavoro e Nicolò, dovranno versare all’INPS  27.700 euro. In più ci saranno da accantonare circa 3.700 euro per il trattamento di fine rapporto; hanno spiegato a Nicolò che si tratta di un risparmio forzoso, e che quei soldi sono suoi; ma Nicolò sa che, se resterà a lavorare per questo ipotetico e generoso datore di lavoro, vedrà questi soldi più o meno nell’anno 2081. Un orizzonte temporale troppo ampio anche per chi, come lui, si considera di ampie vedute. Per non saper né leggere e né scrivere (e mai modo di dire fu più calzante) ha deciso di considerare il prelievo TFR alla stessa stregua del prelievo INPS.

Così, partendo dalla bella cifra di 84.000 euro annui, siamo già pericolosamente scesi sotto la soglia dei 50.000.

Qui arrivano l’imposta sul reddito e le addizionali locali; a questo livello di reddito, Nicolò “avrebbe la fortuna” di non incappare nell’aliquota marginale massima del 43%; ma dovrebbe tuttavia pagare 15.000 euro di IRPEF e, poiché vive in un luogo nel quale le aliquote locali sono ai livelli massimi, circa 1.300 euro di addizionali. In pratica, in busta paga gli arriverebbero ogni anno 33.00 euro.

Ma lo Stato non sarebbe ancora sazio. Anche un bambino sa che quando si compra qualunque cosa si paga l’IVA, quando si fa benzina si fa un pieno di tasse, eccetera. Pare che l’aliquota media sul consumo sia pari ormai al 18%. Sono altri 6.000 euro che usciranno dalle tasche – a questo punto non proprio piene – di Nicolò per finire nella fornace della spesa pubblica.

In più ci sono le tasse sul patrimonio (per le quali, come diceva Luigi Einaudi, il patrimonio è il parametro di calcolo, ma che, ovviamente, vengono sempre pagate prelevando il dovuto dal reddito); a dir poco, se Nicolò avrà ricevuto dai suoi genitori in eredità una piccola abitazione ed avrà un conto corrente con qualche risparmio, almeno 1.500 euro.

Ed eccoci al calcolo finale. E qui Nicolò ha fatto un salto sul suo seggiolone: gli 84.000 euro annui di partenza si sono ridotti a 25.500; il confortevole stipendio di 7.000 euro mensili si è ridimensionato a 2.130; una gratificante paga oraria di 50 euro si è ridotta a poco più di 15.

Per dirla in modo più colto, la pressione fiscale complessiva su Nicolò, a questo punto è il caso di dire sul povero Nicolò, è pari al 70%.

Una enormità. Tanto da far riconsiderare a Nicolò i propri programmi. Non è più così certo che gli convenga investire sul proprio capitale umano. Ovvero, se proprio lo farà, andrà a impiegarlo altrove, in posti ove lo Stato sia meno esoso.

Non c’è poi da stupirsi se l’Italia da decenni esporta lavoro qualificato ed importa lavoro dequalificato. Né se la produttività complessiva del lavoro ristagna, e con essa la crescita dell’economia nazionale.

Ma, comincia a chiedersi Nicolò, chi decide questi livelli della pressione fiscale non ha un bavaglino sul retro del quale fare quattro conti? Ed è poi così difficile comprendere le conseguenze deleterie di questo livello della pressione fiscale? Quando sarà più grande tenterà di darsi una risposta. Ma che risposta si danno quelli che sono già più grandi?

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44 Responses to “Quante tasse paghiamo?”

  1. Massimo,

    @Alberto P.
    Hai ragione, oramai è proprio al lumicino.

  2. antonio,

    anche facendo i conti in modo meno tendenzioso e cioè sottraendo dagli 84000 iniziali 9700 di INPS, 3700 di TFR (nell’articolo si equipara ai contributi ed è spiegato il perchè) il 43% di IRPEF, i 1300 di tasse locali e pensando che il povero Niccolò sia formichina e invece di spendere tutto, spende metà di ciò che gli resta e vale a dire spendere circa 19000 euro su cui calcolare l’IVA in media al 18%, circa 3400 euro, al povero Niccolò restano alla fine dell’anno circa 36000 euro (senza contare la nuova IMU, sperando non ci siano disgrazie con cui aumentare di 5 cent l’accisa sui carburanti, e così via), che a conti fatti rappresentano a spanne il 43% di quanto guadagnato da Niccolò: nel nostro bel paese, ad essere ottimisti, la pressione fiscale è almeno al 57% che imho è degna di una “repubblica” di stampo sovietico. @alessandro

  3. MASSIMO FORMENTI,

    Caro Nicolò, non hai sbagliato di una virgola – anzi di un centesimo, nel far di conto. E questa è l’esatta e triste realtà di questo STATO LADRO e ingordo.
    Quindi correttissimo puntare fina da subito ad ottenere un trattamento migliore andando a sondare il livello di qualità di rapporto Stato-Cittadini in altri Paesi.
    E’ la stessa cosa che faranno Camilla e Riccardo, di cinque e sei anni, e molti, molti dei loro amici…
    Non dimenticatevi mai che Voi siete il Centro di tutto; tutto il resto deve essere in funzione maggior felicità, soddisfazione e benessere dell’essere umano.
    Diversamente non si è più essere umani, ma bestie.
    E scrivo appositamente bestie, non animali.
    E lo Stato italiano tratta – appunto – come bestie i propri cittadini…. Ops, mi correggo: contribuenti.
    In Italia si ha valore solo in quanto contribuente (vessato), perché il contribuente vessato non ha diritti – ma solo doveri.

  4. Ronnie,

    @Leonardo Facco
    Il primo a scrivere di 70% e anche 80% del totale delle “tassazioni” sui lavoratori di questo tipo, di imprese etc. Fu Montanelli circa 20 anni fa.

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