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I servizi pubblici locali, secondo il decreto liberalizzazioni, devono essere assegnati tramite gara ad evidenza pubblica. Forti limiti agli affidamenti diretti e, dunque, incentivi alla concorrenza tra imprese, almeno in quei segmenti di servizio dove, trattandosi di monopoli tecnici, è necessario introdurre la concorrenza per il mercato.Si salvano le deroghe per l’in-house, ma si riduce il valore totale dei servizi da 900.000 a 200.000 euro annui, restringendo così la possibilità di eludere le gare. Nonostante questa novità positiva, resta però complessivamente debole l’organizzazione dell’in house sotto diversi aspetti. Il primo problema è che per essere fatto bisogna chiedere un papere obbligatorio ma non vincolante all’antitrust: con questa formula non si creano condizioni di certezza normativa e, dunque, nemmeno organizzativa. Cosa implica, infatti, un parere obbligatorio ma non vincolante? Se l’Antitrust non ritiene giustificato dal punto di vista economico e gestionale che alcune aziende mantengano affidamento diretto, allora non può né deve esistere possibilità di conservarla, se in fine dell’intervento legislativo è quello di creare un contesto concorrenziale che stimoli l’efficienza.

Altrimenti è ovvio aspettarsi che di fatto l’assetto di mercato cambierà molto poco, ostacolando così il raggiungimento dell’obiettivo desiderato. Il secondo problema è invece relativo alla possibilità di ricorrere a tale assetto organizzativo per cinque anni (post 2012) se l’azienda nascesse dalla fusione di altre gestioni, così che ci sia un unico gestore del servizio in un determinato ambito: la ratio di tale deroga è quella di creare e sfruttare le economie di scala che si verrebbero così a creare, ma di fatto nessuno può sapere quale sia la dimensione aziendale ottimale, siano una o più società che forniscono il servizio. Una volta definito l’ambito tariffario, non può essere compito del regolatore definire anche dimensione e numero di operatori: dato il numero di utenti e data la tariffa, saranno i gestori in concorrenza tra loro a determinare la struttura di mercato sulla base delle economie di scala ottenute (un caso studio è quello della distribuzione locale del gas – PDF). Infine, manca un punto molto importante di adeguamento alla normativa comunitaria, che prevede che l’in-house non possa avvenire tramite una società a responsabilità limitata o società per azioni, perché in tal caso mancherebbe il controllo diretto, come invece è richiesto dall’in-house. Un intervento in materia sarebbe necessario sia per adeguarsi al diritto comunitario, sia per eliminare tutte le società pubbliche ad affidamento diretto che, in quanto tali, sono spesso fonti di inefficienze.

Ancora troppo forte, poi, è il ruolo dei comuni, che dovrebbero emettere una delibera ricognitiva di tutto ciò che deve rimanere nel pubblico, mantenendo un conflitto di interessi senza uscita che amplia, allarga e giustifica ogni forma di ulteriore seppur ingiustificato intervento pubblico.

A fronte di questi deboli interventi, si compensa con uno positivo sulle aziende speciali, che vengono fatte rientrare nel patto di stabilità interno. Questo significa che l’indebitamento delle aziende speciali diventerà equivalente a quello dei comuni e, quindi, gli enti locali non potranno più creare società formalmente esterne per nascondere o sottrarre spese sostenute al patto di stabilità: quindi, si impedirà loro di continuare ad indebitarsi senza controllo e senza dovere di rientro. Altrettanto degna di nota la volontà di dare allo stato un potere di intervento diretto finalizzato ad ostacolare il processo, molto comune negli anni passati, di ostacolo da parte di regioni e comuni delle liberalizzazioni decise a livello nazionale: si rafforza, infatti, la possibilità dello stato di intervenire sulla tutela della concorrenza come previsto dal titolo V.

Nel complesso, quindi, l’intervento è positivo. Senza dubbio lo è nell’intenzione, ossia quella di garantire un contesto più competitivo. Non è però ancora sufficiente se prima non si interviene sulle debolezze rimanenti, che potrebbero ostacolare l’obiettivo di una maggiore efficienza e flessibilità del settore.

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2 Responses to “Decreto liberalizzazioni: Servizi pubblici locali, il coraggio che manca”

  1. franco,

    dalla mia esperienza ritengo che privatizzando i servizi alla persona si commette un gravissimo errore…. IL PRIVATO MASSIMIZZA I GUADAGNI A DISCAPITO DELLA QUALITA’.
    SONO pronto a qualsiasi dimostrazione !!!!

  2. Claudio Di Croce,

    @franco
    Il pubblico massimizza la collocazioni di politici trombati, parenti , amici, clientes e normalmente ha una parte vicina al 30% di personale pagato dai contribuenti che non fa nulla e che gode di stipendi più alti , nessun problema di concorrenza e tantissimi ” benefits “sempre pagati dai contribuenti . Basta andare in qualunque ufficio pubblico e si vede subito l’aria che tira . La dimostrazione è data dal fatto che quando si parla di privatizzare, il personale insorge , mantre quando si parla di nazionalizzare o comunque di diventare parte dell’apparato pubblico , il personale applaude . Come mai ?
    Immagino che lei sia un ” servitore ” dello stato .

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