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Della c.d. “Manovra Monti”, il capitolo sulle pensioni rappresenta senza ombra di dubbio la misura più importante e consistente, che influenzerà la vita degli italiani nel lungo periodo.
Finalmente varrà per tutti il principio secondo cui ciascuno è responsabile rispetto al proprio futuro, poiché è esclusivamente dal lavoro che deve derivare il proprio sostentamento nella fase di inattività della propria vita. Il nuovo regime contributivo, introdotto dalla Riforma Dini e ora esteso a tutti i futuri pensionati, persegue infatti una correlazione fra le contribuzioni versate e le prestazioni percepite dai singoli lavoratori. La pensione da erogare ai pensionati è determinata dividendo il montante contributivo individuale (vale a dire la somma di tutti i contributi versati dal lavoratore durante la sua carriera lavorativa) per un coefficiente di trasformazione che tiene conto delle prospettive di vita e, sempre sulla base di quel coefficiente, la pensione viene adeguata periodicamente.

Positivi anche l’abolizione delle pensioni di anzianità e l’aumento dell’età pensionabile, debitamente giustificati dall’allungamento dell’aspettativa di vita delle persone.

Questa riforma era non solo ineludibile, ma anche opportuna e giusta. Potrebbe però non rivelarsi sufficiente. L’invecchiamento demografico al quale stiamo assistendo, e che caratterizza in modo particolare la popolazione italiana, è per i sistemi previdenziali a ripartizione il più importante fattore di squilibrio e spingerà sempre più verso l’alto la spesa pensionistica pubblica. Secondo il Libro Verde della Commissione europea sul futuro delle pensioni (pubblicato nel luglio 2010) «la spesa pubblica legata all’invecchiamento aumenterà ancora complessivamente di quasi cinque punti di percentuale del PIL entro il 2060» e tale aumento sarà «ascrivibile per metà alla spesa pensionistica». Ulteriormente, in base a quanto emerge dalla “verifica tecnico-attuariale” con le stime fino al 2037, che l’INPS ha realizzato nel dicembre 2010 (non è mai stata resa pubblica dall’Istituto, ma ne è stata data notizia nell’articolo “I conti segreti dell’INPS. Così caleranno le pensioni”, pubblicato sul Corriere della Sera del 13 dicembre 2010 a firma di Enrico Marro), il metodo contributivo sta iniziando a produrre i suoi effetti, non tanto rispetto alla sostenibilità del sistema quanto piuttosto rispetto all’entità degli assegni pensionistici. Certo, in quelle previsioni INPS non è considerato l’effetto che la nuova riforma produrrà, ma l’invecchiamento demografico continuerà a rappresentare una grave minaccia per la tenuta del sistema previdenziale e sorge il dubbio che l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL sarà arginata.

Il modello a ripartizione si basa sul principio della «solidarietà intergenerazionale» ed è finanziato attraverso la contribuzione che i lavoratori attivi versano allo Stato e questo anche nel caso in cui sia adottato il sistema contributivo. Il montante contributivo individuale è sì la base per calcolare il valore della pensione da versare al lavoratore, ma non viene accantonato in attesa di essere convertito in pensione. Pertanto, quando la riforma sarà a regime, in caso di squilibrio fra i lavoratori attivi e pensionati, lo Stato sarà costretto a intervenire con nuove misure (aumento dell’aliquota contributiva, aumento dell’età pensionabile…). Su questo punto è bene che ci sia chiarezza e che non ci si illuda di avere risolto tutti i problemi in modo definitivo.

Ma non si tratta di un limite della riforma di cui stiamo discutendo, quanto appunto, come detto, di un limite connaturato a tutti i sistemi di ripartizione, sia che si reggano sul regime retributivo, sia che si reggano sul regime contributivo. Alla manovra si contesta piuttosto il solito approccio (comune a tutti i Paesi dell’euroarea, con piccolissime eccezioni) al tema previdenziale, appiattito sulle c.d. riforme parametriche e che muove dal postulato intangibile di considerare l’erogazione di prestazioni previdenziali un compito degli Stati membri e che considera fondamentali i principi della solidarietà tra generazioni e della solidarietà nazionale. Un approccio che, se non si trattasse di esperti della materia, sembrerebbe denotare una scarsa consapevolezza di quanto sia cruciale per il mercato del lavoro il tema dell’equilibrio dei sistemi previdenziali, che incide pesantemente sul costo del lavoro, e conseguentemente sulle dinamiche dell’incontro fra domanda e offerta di lavoro.

All’aumentare dell’aliquota contributiva cresce ovviamente anche il costo del lavoro (cresce la differenza tra la retribuzione lorda che il datore di lavoro deve pagare e quella netta che il lavoratore percepisce; un costo del lavoro più elevato non si traduce necessariamente in un tenore di vita più alto per il lavoratore) e l’aumento del costo del lavoro così determinato avrà effetti disincentivanti sull’assunzione di nuovi lavoratori. Vi sarà una maggior tendenza a rifugiarsi nel lavoro nero o un maggiore e fittizio ricorso a forme contrattuali atipiche – che prevedono l’iscrizione alla gestione separata dell’INPS – aggravando in tal modo la spirale della perdita dei posti di lavoro regolari, con pesanti ricadute anche sul finanziamento del sistema previdenziale pubblico. Al problema dell’invecchiamento demografico si aggiunge quindi quello della disoccupazione, che ha peraltro subìto un picco – soprattutto fra i giovani – a seguito dell’ondata di recessione che sta investendo le nostre economie.

Nei sistemi a ripartizione, l’adeguatezza delle pensioni è frutto della tenuta del sistema e, in caso di squilibrio di quest’ultimo, dipenderà dalle scelte compiute in ambito politico. Se si vuole infatti mantenere la sostenibilità del sistema finanziario pubblico, non si può garantire al contempo l’adeguatezza delle pensioni e viceversa. Gli obiettivi della sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale e dell’adeguatezza delle pensioni non possono essere raggiunti contestualmente. Bensì il raggiungimento dell’uno esclude il perseguimento dell’altro. A parità di entrate, se si vogliono mantenere i conti in ordine è necessario ridurre la spesa che si dovrebbe sostenere invece per garantire l’adeguatezza delle pensioni. L’invecchiamento demografico determinerà, a seconda della scelta politica adottata, un deterioramento delle prestazioni previdenziali o un aumento insostenibile della spesa pubblica, oppure entrambe le cose.

Peraltro, gli Stati membri (compresa la stessa Italia), avendo constatato che limitarsi a intervenire sui parametri di accesso al trattamento pensionistico (le c.d. riforme parametriche) non consente di arginare in modo significativo l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL, hanno scelto di percorrere strade alternative. Le riforme pensionistiche realizzate nell’ultimo decennio, infatti, si sono rivolte anche alla creazione di un ulteriore pilastro del sistema pensionistico, rappresentato dalla previdenza complementare, al fine di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale. Ma i regimi di previdenza complementare sono per definizione aggiuntivi rispetto alla previdenza obbligatoria e pertanto costituiscono per il datore di lavoro un costo ulteriore e questo che non fa che aggravare la situazione descritta nel paragrafo precedente. Peraltro, presentano lo svantaggio della possibile insolvenza del datore di lavoro.

Il problema di conciliare adeguatezza e sostenibilità delle pensioni è invece stato definitivamente risolto in Cile, già nel 1980, con una riforma pionieristica che ha completamente scardinato tutto l’impianto dei sistemi a ripartizione e riconvertito profondamente il ruolo dello Stato. Il successo dell’esito di tale riforma ha dimostrato come solo i sistemi interamente a capitalizzazione consentono di raggiungere i due obiettivi contemporaneamente.

Sul fronte dell’età pensionabile, nella conferenza stampa il Ministro Fornero ha richiamato l’opportunità di riconoscere la libertà dei lavoratori di decidere quando ritirarsi dal lavoro e a tal fine è stato introdotto il principio della flessibilità nel pensionamento: è fissata una fascia di età durante la quale è possibile andare in pensione, ma saranno previsti degli incentivi per favorire il proseguimento dell’attività lavorativa. Un grande passo avanti, ma la libertà è riconosciuta soltanto al raggiungimento di un’età minima. Cosa diversa da ciò che avviene in Cile. Qui, ciascun lavoratore è davvero libero di scegliere a che età ritirarsi dal lavoro, a condizione che abbia accumulato nel suo conto di risparmio previdenziale una somma tale da garantirgli una «“pensione ragionevole” (tipicamente pari al 50% del salario medio dei dieci anni precedenti, a patto che tale valore sia superiore alla pensione minima)», a prescindere dall’età anagrafica del lavoratore. Inoltre, è possibile proseguire un’attività lavorativa anche dopo aver iniziato a percepire la pensione, senza avere l’obbligo di versare ulteriori contribuiti previdenziali, diversamente da come avviene nei sistemi a ripartizione. In tal modo nessuno è costretto ad abbandonare la popolazione attiva, o a lavorare nell’economia sommersa, solo perché percepisce una pensione. Si tratta quindi di una conquista epocale in termini di libertà individuale, che non conosce omologhe nei sistemi previdenziali a ripartizione; anzi, proprio l’elemento dell’età pensionabile è la prima leva che viene mossa durante le riforme pensionistiche.

In conclusione e per tirare le somme, ciò che mi ha colpito della riforma previdenziale è la comunanza degli intenti che la ispirano con quelli che hanno ispirato a suo tempo la riforma cilena. Allora perché non considerare questa manovra come primo importante passo per una transizione integrale ad un sistema di capitalizzazione, seguendo il modello Piñera?

(Fra i lavori a cura dell’Istituto Bruno Leoni, dedicati al tema delle pensioni e a sostegno dei sistemi a capitalizzazione, si rinvia in primo luogo a Jose Piñera, Pensioni: una riforma per sopravvivere. Prospettive europee per il modello a capitalizzazione, Soveria Mannelli, Rubettino, 2004, che ripercorre le tappe dell’attuazione della riforma previdenziale cilena e contiene una disamina del modello che ne è scaturito, pionere fra i sistemi a capitalizzazione; si veda inoltre Wilfried Prewo, Oltre lo stato assistenziale. Autonomia personale, responsabilità individuale e vera solidarietà, Soveria Mannelli, Rubettino, 2005. Per una rassegna degli articoli pubblicati sul tema in occasione della riforma pensionistica attuata negli USA da George W. Bush, si rinvia al Dossier Pensioni dell’IBL, Gli USA a lezione dal Cile.

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10 Responses to “Manovra Monti: Più contributivo per tutti”

  1. rs. Tn,

    Manovra salva Italia, a me sembra manovra strozza italiani lavoratori.Sono un stipendiato pubblico,con casa avuta in eredità (altrimenti avrei dovuto pagare anche l’affitto)con l’ici che pagheremo ,la benzina che aumenta , l’iva pure ecc…chi si salva? Caro ministro Monti ,Lei è un economista, perchè non ha tagliato il suo stipendio? gli stipendi dei sui collaboratori?Il tempo a sua disposizione è stato poco però io sarei partito dai potenti , da chi fino adesso ha galleggiato nel lusso , dai” vecchi” governanti che hanno accumulato ricchezze a nostre spese.Ci pensi .

  2. mrai,

    Non dimentichiamo un fattore di totale iniquità del sistema italiano (sia retributivo che il nuovo semi-contributivo): chi non lavora per almeno 20 anni perde tutti i contributi e non ha diritto alla pensione, neanche di vecchiaia (salvo forse la minima?). Questa è un’intollerabile ingiustizia.

  3. lumen,

    @rs. Tn Ok, Monti ha rinunciato al suo stipendio e i suoi collaboratori sono molto ma molto meno di quello che hanno avuto i precedenti governi. Ora paga.
    @mrai finalmente uno che dice dice le cose come stanno “chi non lavora per almeno 20 anni perde tutti i contributi e non ha diritto alla pensione”

  4. elena,

    Ok, quota contributiva per tutti a partire dal 2012. Poichè coloro che sono sottoposti al sistema retributivo dovevano avere almeno 18 anni di contributi nel 1995 ciò significa che i più giovani avranno, nel 2012, 35 anni di contributi quindi, questa tanto propagandata uguaglianza che portato ha?
    Poi, il calcolo nel sistema retributivo considera gli scaglioni di retribuzione media pensionabile (es: 2% per ogni anno di contributi fino a circa € 42.00, percentuale che scende all’aumentare della retribuzione media pensionabile: 1,8 – 1,5 – ecc) mentre questo non avviene per il contributivo…. non è che alla fine pagheremo di più?
    Infine, c’è qualcuno che riesce a spiegarmi perchè, in termini di equità, io dovrò andare in pensione a 66 anni per pagare anche le attuali baby pensioni?
    Nella realtà che conosco c’erano due categorie di persone che accedevano alle baby pensioni (entrambe che non avevano bisogno dello stipendio pieno per vivere):persone che avrebbero esercitato una professione (avvocato, commercialista, infermiera libera profesionista, ecc) e signore che appoggiandosi al reddito del conuige ritenevano più comodo fare le casalinghe con uno stipendietto. Ipotizzare una decuratazione di queste pensioni è un pensiero così sconveniente?

  5. LUIGI SPARVIERI,

    SE TUTTI PAGASSIMO LE GIUSTE TASSE ED I NOSTRI POLITICI GUADAGNEREBBERO MENO !!!!!!!! STESSIMO E STAREMO TUTTI MEGLIO !!!!
    LUIGI SPARVIERI
    MONTENERO DI BISACCIA CB ITALIA

  6. Valter,

    Non sono d’accordo con Fabiana perché la riforma Dini è un’imbroglio perché? semplice il concetto sembra giusto si va in pensione con quanto si è versato, MA.come li rivaluti i contributi versati negli anni? la legge dice con il tasso di inflazione PROGRAMMATO + il PIL esempio,questo anno tasso di inflazione programmata 1,7 + 0 di pil = 1,7 ma l’inflazione vera è il 3,5 e quella reale è il5-6% dunque lavorare di più è giusto e sacrosanto secondo le aspettative di vita ma quando si giunge alle pensione il metodo retributivo sarebbe quello GIUSTO. Ho in mente (ho 63 anni) gli anziani del 1968 che andavano in pensione con il contributivo e MORIVANO DI FAME. Dunque No a questo metodo. Pensioni integrative ? lasciamo perdere 1° non ci sono risorse dei lavoratori e delle imprese in più mi si dovrebbe spiegare in caso di crisi finanziarie cicliche chi pagherebbe le pensioni integrative in caso di INFLAZIONE, GUERRE, SVALUTAZIONI, FALLIMENTI
    Valter

  7. Marcello Rubegni,

    @lumen
    Monti ha rinunciato ad uno dei suoi stipendi, gli rimane quello da senatore a vita (20,000 euor/mese) e due pensioni !

  8. martino,

    per esprimere un parere sul sistema pensionistico,che si prospetta,mi manca un dato,
    es.un lavoratore versa 42 anni di contributi,con gli interessi maturati ,per quanto tempo si paga la pensione???? gradirei una risposta. grazie

  9. Euclale,

    La riforma cilena è quanto di più liberale possa esserci nell’ambito dei sistemi pensionistici, è semplice nella sua attuazione, ed ha il pregio dell’equità e della sostenibilità a regime: il problema è che, non solo l’Italia, ma l’Europa intera, salvo poche eccezioni, è tradizionalmente socialista e come tale non abbandonerà mai gli attuali sistemi a ripartizione basati sul concetto, falso, di solidarietà e sull’invasività dello Stato nella sfera privata dei cittadini. I giovani, che sono i più penalizzati dall’attuale sistema, per essere davvero artefici del proprio futuro dovrebbero ribellarsi e, formando solidi movimenti di opinione, costringere la politica a compiere l’unica, vera, grande riforma pensionistica, quella della privatizzazione delle pensioni.

  10. Skalda,

    Il link al dossier IBL non è funzionante.

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