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Oggii, un’altra botta clamorosa sulle Borse europee. Milano ha perso il 6,6%, ma sia Francoforte sia Parigi sia Madrid hanno perso ben oltre il 5%. Da inizio settimana, sui mercati finanziari europei si è spezzato l’incantesimo che vedeva i cali concentrati soprattutto sulle piazze eurodeboli. Da inizio anno, alla chiusura di venerdì scorso l’indice italiano FTSE MIB perdeva il 20%, ma il Dax30 di Francoforte solo il 9%, e il Cac40 di Parigi il 14%. Dopo l’abbassamento del rating al debito pubblico americano lo scorso fine settimana, i mercati europei hanno solo tirato un momentaneo sospiro di sollievo alla notizia che le banche centrali, FED e BCE d’accordo, avrebbero preso a comprare i titoli del proprio debito pubblico per sostenerne i corsi. Ma subito dopo, come puntualmente avevamo avvisato i lettori domenica stessa, ecco che i mercati hanno ripreso o a picchiare. E questa volta la novità è che non fanno sconti a nessuno, tedeschi e francesi in testa, oltre naturalmente a Wall Street, che inanella ribassi simili solo a quelli del 2008, subito successivi al crac di Lehman Brothers. Purtroppo, era una facile profezia. Perché a spingere con questa forza al ribasso i mercati – spesso verso quotazioni che da tempo non hanno alcun riscontro nei fondamentali di banche e società quotate, che vedono la propria capitalizzazione scendere verso abissi del tutto ingiustificati – è la forza congiunta di tre fenomeni oggettivi, la cui importanza è tale da suopravanzare le legittime proteste di chi vede il proprio valore depresso a frazioni dei mezzi propri scritti nei libri patrimoniali. Il primo di questi fenomeni è la radice stessa della crisi nata nell’estate del 2007 ed esplosa nell’autunno 2008, e ha a che vedere con il modello di intermediazione finanziaria praticato globalmente. La crisi è nata perché per una ventina d’anni tecniche e prodotti finanziari sempre più raffinati hanno sostenuto l’eccesso di debiti privati del mondo anglosassone abbattendo il rischio di solvibilità dell’emittente indebitato e quello patrimoniale del prenditore-creditore, sostituendolo con rating finanziari elevati dell’intermediario che rivendeva tranche di debiti rendendo impossibile capire che che cosa davvero si trattasse. E riassicurandosi a propria volta attraverso prodotti finanziari derivati trattatiu fuori dai mercati regolamentati. Esplosa la crisi, si è detto per un bel po’ che occorreva rivedere dalle fondamenta quel modello, e scrivere regole comuni tra America, Europa e Asia, volte a impedire che il sistema bancario si paralizzasse, nell’incertezza ciascuno di che cosa avesse in pancia l’altro. Quella riscrittura di regole non è in realtà mai avvenuta. Non è un caso che misuriamo la rischiosità del debito pubblico dei diversi Paesi europei non pesando gli attivi patrimoniali che garantiscono il pagamento dei debiti -nel caso dell’Italia l’attivo pubblico supera larghissimamente la consistenza pur ingentissima del debito – bensì attraverso l’andamento di un contratto derivato di riassicurazione, il Sovereign Credit Default Swap. E la finanza continua allegramente a realizzare i più dei propri proventi con tecniche de tutto analoghe a quelle che ci hanno regalato la crisi. I prodotti derivati valgono da soli almeno sette o otto volte il Pil mondiale, si calcola. E l’idea che comunque le banche vengono salvate dagli Stati, la via che è stata seguita per quelle “troppo grandi per fallire”, ha finito per incoraggiare l’azzardo morale invece di sradicarlo. L’Europa ha una responsabilità pesante: occorreva incalzare molto di più l’America, che è all’origine del problema, sfidndo l’Amministrazione Obama a essere molto meno “catturata” dai grandi istituti finanziari americani, che restano leader mondiali. Il secondo enorme problema è invece l’esplosione del debito pubblico. Un’esplosione che è avvenuta tanto sulla riva europea dell’Atlantico, quanto su quella americana. La politica ha risposto a una crisi assai diversa da quella del 1929 – quella una crisi di liquidità monetaria , questa una crisi di solvibilità fiduciaria – con le armi apprese negli anni Trenta, cioè facendo vertiginosamente salire spese e debiti pubblici. Obama ha portatop la finanza pubblica stastunitnse su tracciati che sono nel prossimo quindicennio incompatibili con la pressione fiscale a cui l’America è abituata. In Europa, i deficit sono esplosi quasi dovunque. Noi e i tedeschi abbiamo fatto eccezione, ma il guaio italiano era pre esistente, il debito pubblico era già altissimo, e in queste condizioni di pressione fiscale già elevatissima non riusciamo a crescere più. La frustata all’America con la perdita della sua tripla A a garanzia del debito ha svelato che il re è nudo. E il problema non è solo di medio periodo, perché automaticamente i mercati mandano al ribasso tutte le banche che sono piene di titoli pubblici europei e americani. Se l’America perde la tripla A è ragionevole che lo stesso debba presto avvenire alla Francia, ed ecco perché ieri Societé Generale ha perso a Parigi fino al 20% e Sarkozy ha dovuto precipitosamente interrompere le proprie vacanze. Il terzo problema, infine, è il rallentamento della ripresa mondiale, in corso dall’inizio dell’anno e in via purtroppo di rafforzamento. L’America stenta e torna a riaffacciarsi l’incubo recessione perché bisognerà incidere il coltello in migliaia di miliardi di dollari di trasferimenti pubblici. La Cina deve ricalibrare la sua crescita al 10% annuo per evitare surriscaldamenti del suo credito interno e del sistema bancario. L’Europa da 20 mesi non decidendo un meccanismo comune di sicurezza ha approfondito il divario tra chi cresce di più e chi quasi zero, col risultato che oggi anche il campione tedesco vede diminuire il tasso di crescita del suo export. Certo, non siamo morti dal 2008 a oggi, e anche oggi non siamo a rischio di sopravvivenza. Ma queste tre grossi problemi sono uno spietato atto d’accusa che i mercati muovono alla grande politica mondiale. Per questo, ai lettori bisogna dire la verità. La tempesta non è finita. E ai politici bisogna chiedere regole nuove per i mercati finanziari, molto meno debito pubblico, e capacità di saper incidere nei troppi miliardi di spesa pubblica che con la crescita non c’entrano niente, invece di pensare a nuove tasse correnti o patrimoniali.

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66 Responses to “Tre buone ragioni di tempesta, e no alla patrimoniale”

  1. ilcuculo69,

    Buona idea per chi ha poco o nullo patrimonio.
    mi pere un commento “peloso”
    @Roberto 51

  2. mentorex,

    Per farvi fare due risate vi riporto L’equazione del benessere così come campeggiava sui manifesti di FORZA ITALIA.

    L’EQUAZIONE DEL BENESSERE:

    MENO
    TASSE SULLE FAMIGLIE, SUL LAVORO, SULLE IMPRESE
    PIU’
    CONSUMI, PRODUZIONE, POSTI DI LAVORO
    UGUALE
    PIU’ ENTRATE PER LO STATO,
    PER AIUTARE CHI HA BISOGNO,
    PER REALIZZARE LE INFRASTRUTTURE,
    PER DIMINUIRE IL DEBITO PUBBLICO

  3. Sergio,

    Colgo l’opportunità per permettermi un suggerimento di proposta di legge “provocatoria” che apporterebbe sicuramente un enorme beneficio alle casse dello Stato

    – Fino a che la crisi economica in cui l’Italia si trova non sarà
    superata, tutti gli stipendi di ministri, parlamentari, consiglieri
    regionali, presidenti di provincia, consiglieri provinciali, etc…
    inclusi i manager di aziende pubbliche e i vitalizi di ogni genere già
    maturati, NON saranno pagati “cash” come ora bensì saranno pagati in
    “TITOLI DI STATO” .

    Ciò comporterebbe notevoli immediati benefici :

    1. Taglio netto del cash-flow in uscita dello Stato per decine di
    milioni di euro al mese con beneficio immediato sul disavanzo primario
    dello Stato

    2. Si ridurrebbe l’ammontare di Titoli di Stato (BOT, BTP, …) rimasti
    invenduti che sono una delle prime cause dell’attuale aumento dei tassi
    di interesse e delle sofferenze bancarie

    3. Recupero di credibilità da parte della classe politica in quanto
    le sorti della “casta” sarebbero in questo modo direttamente ed
    evidentemente legate alla buona amministrazione della stessa

    4. Questa manovra inoltre riporterebbe parte del debito nelle tasche
    di cittadini italiani, limitando l’attuale flusso di titoli italiani
    verso le casse di paesi e fondi stranieri

  4. Benpensanti al lavoro,

    marco :
    Giannino è ora che anche lei faccia la sua parte. basta tasse sui poveri cristi a cui ora vogliono anche togliere i giorni di festa.
    sono quelli come lei che devono pagare e quelli che evadono senza vergogna. basta privilegi, a casa la casta e in galera chi non paga le tasse.

    Chi ha il potere di poter parlare e fare tendenza di certo non si mette in gioco ; danno ricette su ricette e SEMPRE dirette agli altri , mai a LORO.
    La casta è potente , l’onestà intellettuale non fa parte della loro cultura.
    Loro sono liberisti con le cose che gli piaciono: la galera che l’America riserva agli evasori , per loro è tabù …quì si fa un concordato del 15% sull’evaso e ci si fa pubblicità sui media , nulla di più !! Questo è liberismo all’itaGliana ,piace anche a Giannino.

  5. Andrea Chiari,

    In un paese civilmente normale in cui la denuncia fiscale rispettasse con un minimo di credibilità le entrate effettive parlare di patrimoniale sarebbe una bestemmia: si interverrebbe sulle aliquote, con diverse gradazioni a seconda degli orientamenti economici, ma diciamo pure degli interessi di classe, come avviene negli USA, alla luce del sole. Ma da noi dove la percentuel di chi denuncia più di 90.000 euro è ridicola se guardiamo a certi consumi vistosi come indicatori, forse – dico forse – colpire i redditi DENUNCIATI vuol dire toccare la parte onesta, benestante ma onesta, dei contribuenti. A questo punto una patrimoniale (pooi bisogna vedere come si fa …) potrebbe essere presa in considerazione, con un terzo del PIL sommerso! Del resto, caro professor Giannino, non è che – dopo il no alla patrimoniale del titolo – lei si affatichi molto a giustificare la sua avversione.

  6. filippo,

    la patrimoniale è incostituzionale se colpisce beni non produttivi di un reddito reale perchè è assente la capacità contributiva : i beni immobili non affittati infatti sono già gravati da tasse e spese insopportabili che colpiscono redditi solo teorici (ici all’aliquota massima, irpef su rendita catastale aumentata del 5% e moltiplicata per il 30 % , tarsu non correalata all’effetiva produzione dei rifiuti ma solo al metri quadri, condominio, spese di ristrutturazione , assicurazione immobile etc) : quindi non sussiste la capacità contributiva da giustificare una patrimoniale sul piano costituzionale,; i risparmi (btp. azioni, obbligazioni) a lora volta hanno un rendimento annuo che va dal 2 al 4% lordo tassato al 20% (a partire dal 2012) quindi del tutto insufficente a coprire l’inflazione attualmente al 3% (che è una perdita reale)..quindi anche in questo caso non c’è una capacità contributivaanche perchè tremonti ha già inserito una patrimoniale e cioè la famigerata imposta del deposito pari a 780 euro per un deposito di 150.000,00 anche se sei in perdita………e poi i rischi dell’investimento chi li sopporta ?????????? lo stato forse???????? nooooooooooooooooooooooil povero risparmiatore

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