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Nella giornata di ieri, 30 giugno 2011, è apparsa e una proposta di legge delega volta a riformare gli ordini professionali da far venire la pelle d’oca alle lobby degli avvocati e dei commercialisti. La paura non deve essere durata molto poiché la proposta è scomparsa nella seduta fiume in cui sono state annunciate le varie misure di austerità finanziaria. Questo residuo del corporativismo fascista che tramanda le “libere” professioni di padre in figlio è una delle leggi più schifose e indegne di un paese civile. Perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni. Insegna loro che esistono attività di serie A ed attività di serie B, frustra lo spirito dei più intraprendenti e li educa da subito ad accettare una realtà in cui se non hai le relazioni giuste devi essere pronto a passare per le forche caudine per entrare eventualmente nell’olimpo degli eletti. Uccide la legittima aspirazione di un ventenne di provare a fare le scarpe all’establishment consolidato, mettendolo così al riparo dalle pressioni concorrenziali provenienti dal basso.

La proposta di legge delega prevede:

  • la abolizione dei minimi tariffari;
  • la abolizione dei divieti imposti all’attività pubblicitaria;
  • la possibilità di costituire società di capitali;
  • la possibilità di iscriversi in più albi e di condurre imprese commerciali;
  • il divieto di contingentare il numero dei professionisti;
  • la abolizione de facto degli esami di stato ed il subordino dell’esercizio della attività professionale al conseguimento della laurea abbinato ad un periodo di tirocinio iniziabile già durante il periodo degli studi universitari.

Gli ordini professionali rimarrebbero così in vita con funzioni principalmente di carattere associazionistico. L’ingresso nel mercato del lavoro viene significativamente liberalizzato e democraticizzato per le nuove generazioni e al tempo stesso si offre la possibilità di riciclarsi con maggior facilità al personale qualificato impiegato in aziende private.  In particolare, dopo i quaranta anni, la disoccupazione è traumatica anche per chi dispone di un buon curriculum e di un titolo di studio qualificato. Perché impedire la possibilità di mettersi in proprio rimettendosi in discussione in quelle che una volta erano chiamate “arti liberali”? La società non ha nulla da guadagnare da tutto ciò, i soliti noti sì. In un paese civile è giusto e doveroso dare ai giovani la possibilità di sfidare i “maestri affermati”, ed è giusto e doveroso favorire il ricollocamento di personale qualificato nel mercato delle libere professioni abolendo inutili forche caudine che, con le scuse più varie, favoriscono soltanto le caste esistenti.

In un paese civile, un governo autoproclamatosi “liberale” (senza peraltro aver fatto nulla di convincente in tal senso) ha il dovere di portare avanti questa riforma a costo zero. In un paese civile, un governo sordo alle più elementari richieste di giustizia, libertà e concorrenza dovrebbe trovarsi di fronte un’opposizione pronta a denunciarne l’inettitudine impegnandosi (seriamente) a correggerne le mancanze.

In un paese civile, appunto.

Per consultare il testo della proposta di legge cliccare qui.

Nella giornata di ieri, 30 giugno 2011, è apparsa e una proposta di legge delega volta a riformare gli ordini professionali da far venire la pelle d’oca alle lobby degli avvocati e dei commercialisti. La paura non deve essere durata molto poiché la proposta è scomparsa nella seduta fiume in cui sono state annunciate le varie misure di austerità finanziaria. Questo residuo del corporativismo fascista che tramanda le “libere” professioni di padre in figlio è una delle leggi più schifose e indegne di un paese civile. Perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni. Insegna loro che esistono attività di serie A ed attività di serie B, frustra lo spirito dei più intraprendenti e li educa da subito ad accettare una realtà in cui se non hai le relazioni giuste devi essere pronto a passare per le forche caudine per entrare eventualmente nell’olimpo degli eletti. Uccide la legittima aspirazione di un ventenne di provare a fare le scarpe all’establishment consolidato, mettendolo così al riparo dalle pressioni concorrenziali provenienti dal basso.

La proposta di legge delega prevede:

· la abolizione dei minimi tariffari;

· la abolizione dei divieti imposti all’attività pubblicitaria;

· la possibilità di costituire società di capitali;

· la possibilità di iscriversi in più albi e di condurre imprese commerciali;

· il divieto di contingentare il numero dei professionisti;

· la abolizione de facto degli esami di stato e subordino dell’esercizio della attività professionale al conseguimento della laurea e ad un periodo di tirocinio iniziabile già durante gli studi universitari.

Gli ordini professionali rimarrebbero così in vita con funzioni principalmente di carattere associazionistico. L’ingresso nel mercato del lavoro viene significativamente liberalizzato e democraticizzato per le nuove generazioni e al tempo stesso si offre la possibilità di riciclarsi con maggior facilità al personale qualificato impiegato in aziende private. In particolare, dopo i quaranta anni, la disoccupazione è traumatica anche per chi dispone di un buon curriculum e di un titolo di studio qualificato. Perché impedire la possibilità di mettersi in proprio rimettendosi in discussione in quelle che una volta erano chiamate “arti liberali”? La società non ha nulla da guadagnare da tutto ciò, i soliti noti sì. In un paese civile è giusto e doveroso dare ai giovani la possibilità di sfidare i “maestri affermati”, ed è giusto e doveroso favorire il ricollocamento di personale qualificato nel mercato delle libere professioni abolendo inutili forche caudine che, con le scuse più varie, favoriscono soltanto le caste esistenti.

In un paese civile, un governo autoproclamatosi “liberale” (senza peraltro aver fatto nulla di convincente in tal senso)

Nella giornata di ieri, 30 giugno 2011, è apparsa e una proposta di legge delega volta a riformare gli ordini professionali da far venire la pelle d’oca alle lobby degli avvocati e dei commercialisti. La paura non deve essere durata molto poiché la proposta è scomparsa nella seduta fiume in cui sono state annunciate le varie misure di austerità finanziaria. Questo residuo del corporativismo fascista che tramanda le “libere” professioni di padre in figlio è una delle leggi più schifose e indegne di un paese civile. Perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni. Insegna loro che esistono attività di serie A ed attività di serie B, frustra lo spirito dei più intraprendenti e li educa da subito ad accettare una realtà in cui se non hai le relazioni giuste devi essere pronto a passare per le forche caudine per entrare eventualmente nell’olimpo degli eletti. Uccide la legittima aspirazione di un ventenne di provare a fare le scarpe all’establishment consolidato, mettendolo così al riparo dalle pressioni concorrenziali provenienti dal basso.

La proposta di legge delega prevede:

  • la abolizione dei minimi tariffari;
  • la abolizione dei divieti imposti all’attività pubblicitaria;
  • la possibilità di costituire società di capitali;
  • la possibilità di iscriversi in più albi e di condurre imprese commerciali;
  • il divieto di contingentare il numero dei professionisti;
  • la abolizione de facto degli esami di stato e subordino dell’esercizio della attività professionale al conseguimento della laurea e ad un periodo di tirocinio iniziabile già durante gli studi universitari.

Gli ordini professionali rimarrebbero così in vita con funzioni principalmente di carattere associazionistico. L’ingresso nel mercato del lavoro viene significativamente liberalizzato e democraticizzato per le nuove generazioni e al tempo stesso si offre la possibilità di riciclarsi con maggior facilità al personale qualificato impiegato in aziende private.  In particolare, dopo i quaranta anni, la disoccupazione è traumatica anche per chi dispone di un buon curriculum e di un titolo di studio qualificato. Perché impedire la possibilità di mettersi in proprio rimettendosi in discussione in quelle che una volta erano chiamate “arti liberali”? La società non ha nulla da guadagnare da tutto ciò, i soliti noti sì. In un paese civile è giusto e doveroso dare ai giovani la possibilità di sfidare i “maestri affermati”, ed è giusto e doveroso favorire il ricollocamento di personale qualificato nel mercato delle libere professioni abolendo inutili forche caudine che, con le scuse più varie, favoriscono soltanto le caste esistenti.

In un paese civile, un governo autoproclamatosi “liberale” (senza peraltro aver fatto nulla di convincente in tal senso) ha il dovere di portare avanti questa riforma a costo zero. In un paese civile, un governo sordo alle più elementari richieste di giustizia, libertà e concorrenza dovrebbe trovarsi di fronte un’opposizione pronta a denunciarne l’inettitudine impegnandosi (seriamente) a correggerne le mancanze.

In un paese civile, appunto.

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ha il dovere di portare avanti questa riforma a costo zero. In un paese civile, un governo sordo alle più elementari richieste di giustizia, libertà e concorrenza dovrebbe trovarsi di fronte un’opposizione pronta a denunciarne l’inettitudine impegnandosi (seriamente) a correggerne le mancanze.

In un paese civile, appunto.

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60 Responses to “Abolire gli ordini professionali: se non ora quando?”

  1. André,

    @Gianni
    Vabbé, frustrato ci sarai tu – se la mettiamo su questo piano.
    Vatti a prendere le statistiche sui redditi medi dichiarati dai liberi professionisti in Italia negli anni precedenti – notai, commercialisti, avvocati e giù scendendo. Andranno pure presi con le pinze, in quanto valori medi. Ma cavolo – il beneficio reddituale è talmente macroscopico che bisogna essere davvero di coccio per negarlo. Di mugugni ne ho tirati fuori pochi. La proposta concreta l’ho fatta ed ho anche confutata la tua obiezione. Poi vabbé se si butta sopra tutto la retorica dei più deboli da tutelare e lo spettro magnifico dell’anarchia, getto la spugna. Davanti alle emozioni, il ragionamento può davvero poco.

  2. Gio,

    @Eugenio Stucchi
    La conversazione è pubblica perchè da modo ai più di farsi un’opinione se ciò non fosse divenetrebbe una confidenza privata e allora non avrebbe più senso.

    Se il notaio ha una veste pubblica non vedo perchè non farlo diventare un dipendente pubblico come un giudice, che è remunerato molto meno.

    Se è così importante il ruolo del notaio, perchè non eliminarne il numero chiuso? è forse più difficile e delicato il mestiere del notaio rispetto a quello di un chirurgo perchè debba eserne limitato il numero? o si vuole solo salvaguaradare posizioni di rendita e di casta?

    Che il sistema catastale e delle conservatorie italiane siano eccezionali non so, il tavolare austriaco lo trovo migliore, in Trentino ne sanno qualcosa, con buona pace dei Savoia e del loro carrozzone burocratico.

  3. Gianni,

    @André
    Cosa mi stai dicendo? Che gli avvocati guadagnano tanto? Che guadagnano poco? che non riescono a passare l’esame di stato? Che devono farsi certificare dal pincopallo incaricato da tiziocaio? E chi sono pincopallo e tiziocaio?
    E menomale che dichiarano un quinto del vero…..

    Stai dicendo che i professionisti non debbano fare l’esame di stato? Che come escono dall’università degli studi di Bosco Maremmano passano direttamente alla progettazione della Millennium Tower di Mumbay?

    Mi sembra una cosa abbastanza superficiale.

    Quanto a reddito, ti dirò, guadagnavo da dipendente come guadagno ora da indipendente, e non ero iscritto a nessun albo, ordine, congrega, collegio, Lyons, Rotary. P2, 3, 4,…

    Faber suae quisque fortunae.

    Adieu, André, io posso perdere tempo nei chi-cago-bloggss: sono pensionato, anche se non rivalutato per solidarietà.

    Tu non so, meilleurs voeux! Con affetto, credi. G.

  4. Gianni,

    @Eugenio Stucchi
    Gentile E.Stucchi, Voce di colui che grida nel deserto…
    “Quando nel blog la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda”. (da “L’uomo che uccise Liberty Valance”, dove Ransom Stoddard cioè James Stewart, era, appunto, un avvocato senza soldi)

  5. Luca Massi,

    va bene le liberalizzazioni, ma in un paese che ha circa 220.000 avvocati e quasi altrettanti commercialisti dottori o ragionieri …… dove starebbe la casta ?

    Forse sarebbe più utile informare tanti giovani dell’impegno e dei molti anni richiesti per per crearsi un lavoro autonomo.

    Forse sarebbe opportuno richiedere non crediti e convegni formativi (spesso solo una scusa per caricare di ulteriore onere giovani che già faticano a sbarcare il lunario) ma esami con verifica delle capacità professionali anche dopo avere superato gli esami di Stato. Forse gli avvocati ed i commercialisti dovrebbero essere di meno e non di più !!!

    La vera liberalizzazione è quella dalla burocrazia, da norme formali che comportano costi enormi e fanno morire le aziende come privacy – dlgs 81 su sicurezza 231/2001 su responsabilità penale degli amministratori e tante altre norme volte a creare ruoli pratiche, organi vari ma soprattutto la burocrazia statale !!!

  6. giobbe covatta,

    @vincenzo acampora
    tu sei proprio un campano rozzo e coglione , prima di scrivere leggi quello che gli altri scrivono e non quello che altri riportano ( LA REPUBBLICA ) DEMENTE !!!!!!!!!!!
    tu sei la PEGGIORE ITALIA !!!!

  7. Eugenio Stucchi,

    @Gio

    Condivido quello che affermi, sarebbe una scelta senz’altro possibile anche se a mio avviso non funzionerebbe.

    E infatti esistono diversi dipendenti pubblici, tra i quali i segretari comunali, che hanno funzioni notarili.
    Il problema che il notariato e’ un efficiente strumento di out sourcing di funzioni pubbliche. Funzioni pubbliche con organizzazione privata. E’ quindi piu’ efficiente un sistema di questo tipo, piuttosto che uno incardinato totalmente a carico dell’amministrazione pubblica.

    Tu affermi che un funzionario pubblico guadagna meno di un notaio. Nella media hai ragione.

    Ma se non vogliamo fare discorsi populistici, non e’ il “guadagno” che importa, ma “il costo” per la collettivita’. Ne convieni ?

    Sei sicuro che un funzionario con compiti complessi come quelli notarili, costi alla collettivita’ meno di quanto costa un notaio ? Io non ne sono sicuro.

    Ammesso e non concesso che il “notaio guadagni tanto”, ti assicuro che “il notaio costa poco”.
    Il mio onorario medio per una compravendita come ti accennavo oscilla dai 1200 ai 1800 Euro.
    Raramente arrivo a superare i 2000 Euro se non per valori decisamente alti.

    A fronte di questi costi, constato che altri operatori del settore, consulenti piu’ o meno competenti, intascano somme anche 10 volte piu’ alte.

    L’argomento poi che l’atto lo fanno le segretarie, consentimi, prova troppo.

    Se e’ cosi possiamo dire che Renzo Piano si fa pagare milioni, per una roba poi che mettono su quattro muratori e dieci garzoni.

    Un saluto e grazie per l’occasione di confronto.

  8. Alberto,

    @Eugenio Stucchi
    Mi perdoni ma l’osservazione è d’obbligo: il fatto che lei dica di praticare tariffe ” popolari” non vuol dire, come lei appunto sottolinea, che i notai in generale applichino delle tariffe “popolari”,appunto.
    Da aspirante economista (ultraliberista) le dico che il problema dal mio punto di vista non è tanto : Notaio si o notaio no ( ossia casta si o casta no), ma :”Perchè notaio?”
    Credo che si farebbe un opera di bene verso la collettività “declassare” la maggior parte degli atti “comuni” alla sua professione in meri atti amministrativi, lasciandole come competenza quelli attinenti a determinate specifiche; mi spiego meglio il problema è che si necessita innanzitutto una “dieta” burocratica drastica ( Snellire snellire ed ancora snellire) per poi passare in merito alle cosiddette “caste”.
    Mi scuso se ho usato la sua situazione come “motus” per il mio argomentare.
    Il fatto che lei si confronti su questo blog con noi “estremisti” libertari le fa sicuramente onore ( amo considerarmi nozikiano convinto, quindi se fosse per Lo Stato così come lo conosciamo non dovrebbe esistere).
    Saluti

  9. Eugenio Stucchi,

    Penso che uno dei difetti di molti professionisti e per quel che mi riguarda dei notai, sia quello di rendere troppo semplici le cose molto complesse, senza far capire le difficolta’ ed il valore di quanto fatto.

    Mi si perdoni il paragone, ma se vedo un salto in alto di un atleta olimpico, mi sembra una cosa semplicissima. Dura 10 secondi, tutto avviene con grazia ed eleganza e senza sforzo apparente.
    Lo spettatore vede solo quei 10 secondi. Non vede i duri allenamenti quotidiani, non vede la pianificazione, gli errori, le correzioni, il sudore, la fatica e l’abnegazione.

    Cosi’ e’ con il lavoro di molti professionisti. Nella specie davanti al notaio il cittadino vede un colloquio preliminare, e quindi una mezz’ora-un’ora di lettura. Non vede tutto il resto tutti i problemi che ora sono risolti ma che prima non lo erano, non vede i controlli e non vede la responsabilita’.

    Invito chiunque a provare come esercizio a scrivere una “semplice” compravendita di immobile senza fare un atto irreparabilmente nullo, senza violare principi basilari del diritto civile, senza incorrere in ipoteche o pignoramenti, senza finire per acquistare un immobile urbanisticamente non in regola o catastalmente impreciso o errato, a fare consulenza fiscale, ad incassare e liquidare correttamente e gratuitamente tutte le imposte. Invito poi questo chiunque a trascrivere e registrare telematicamente l’atto con firma digitale, a conservare l’originale per sempre, a portare in ispezione avanti il ministero della giustizia con quell’atto nel biennio successivo e a non essere sanzionato pesantemente per eventuali irregolarita’.
    L’esempio potrebbe ripetersi con un banale testamento, con un verbale societario o con qualsiasi altro atto.

    Ma ancora il punto non sarebbe questo, perche’ un liberista potrebbe obiettare che sarebbe il mercato a decidere. A questo mi sento di ribattere che in molto servizi professionali, vi sono asimmetrie informative altissime, che impediscono al fruitore del servizio di valutare la qualita’ di quanto ricevuto. Non stiamo parlando di un pomodoro, il cui gusto valuto, di un’auto o di una stanza d’albergo, la cui qualita’ sono in grado di valutare, ma di un servizio complesso la cui utilita’ forse si palesera’ nei decenni successivi e forse anche dopo la morte del fruitore.

    Come ulteriore specificita’ aggiungo nel mio caso la non negoziabilita’ della qualita’, e l’obbligo a pena di omissione di atti di ufficio a fornire la prestazione. Non e’ possibile negoziare la qualita’ di una sentenza cosi’ come non e’ possibile negoziare la qualita’ di un atto notarile.
    In entrambi i casi poi il giudice ed il notaio sono obbligati a fornire il servizio richiesto a pena di destituzione.
    Ora.. a mio avviso non c’e’ obbligo senza una corrispettiva tariffa. Non posso essere costretto per legge a fornire la mia opera, e poi essere pure costretto a contrattare il mio compenso. Questo sia nell’interesse mio che del cittadino.

    In ogni caso rispetto assolutamente le legittime opinioni di chi la pensa diversamente.
    Quello che non sopporto e non tollero sono le falsita’ populistiche e superficiali.. del tipo il notaio esiste solo in Italia et similia, dette spesso da persone che mentono sapendo di mentire, tra cui dotti professori universitari radical chic, o sedicenti “guru” economisti che parlano con una superficialita’ da bar sport, pur scrivendo anche su blasonati giornali dalla carta giallina.

  10. Eugenio Stucchi,

    @Alberto

    Mi scusi mi accorgo che ho saltato la sua domanda, ma involontariamente.

    Perche’ il Notaio?

    Perché nei sistemi dell’Europa continentale ed in oltre 72 paesi nel mondo che rappresentano il 60% del PIL mondiale si ritiene di preferire un controllo preventivo di legalita’ operato da un pubblico ufficiale, piuttosto che ricorrere ad un controllo successivo, operato da un altro pubblico ufficiale che e’ il giudice.

    Nei sistemi anglosassoni la si pensa diversamente, e si riducono le funzioni notarili non al controllo di legalita’, bensi’ alla mera identificazione delle parti, e si rinviano tutti i controlli di correttezza e legalita’ ad un momento eventualmente successivo avanti al giudice.

    Sono modi diversi di intendere il diritto.
    Facendo un paragone e’ un po’ come dire che noi siamo animali terrestri, loro sono pesci.
    Ma per optare per un sistema simil anglosassone bisogna disporre di un sistema giudiziario estremamente efficiente, come appunto esiste in quei paesi.

    L’errore e’ cercare di rendere il nostro sistema simile a quello anglosassone senza rivoluzionarlo completamente. Sarebbe come gettare una mucca in fondo al mare e cercare di farla respirare li sotto.

  11. terminio claudio,

    l’avvocato tutela il nostro patrimonio e la libertà, il medico la salute e così via per gli altri professionisti. Questo è quanto più o meno diceva A. Smith il padre del liberismo economico occidentale, concludendo che le professioni non vanno liberalizzate perchè chi le esercita non vende merce, ma servizi delicati e complessi.
    Invece la nostra vecchia, cara Europa oggi perseguita la strada del liberismo più intransigente, dimentciando i valori dello stato sociale e della pianificazione economica.
    Ma tant’è, tra poco il manovale opererà da chirurgo, l’avvocato costruirà edifici, l’ingegnere rogherà gli atti pubblici. Il mercato sovrano e ultracapitalista garantirà la massima libertà di arricchirsi e sfruttare a danni dei più fessi, lo Stato sarà solo il guardiano notturno di lassalliana memoria con pochissimi compiti ed in un prossimo futuro nemmeno quelli.
    Mi sembra tanto la filosofia degli anarcocapitalisti o ultralibertari: aboliamo tutto, aboliamo ordini professionali, servizi pubblici, aboliamo le forze di polizia, carabinieri, ospedali, tutto aiprivat, tuttonella massima libertà.

    . ,

  12. Gianni,

    @terminio claudio
    concordo e sottoscrivo.
    Pura demagogia da quattro soldi la dozzina

  13. domenico,

    Non riuscite proprio a capire! L’inghippo sta tutto nella possibilità di creare società di capitali! Con la creazione di queste società, e il relativo obiettivo dell’utile, i professionisti finiranno per l’essere stipendiati dal capitalista di turno, e data l’elevata concorrenza accetteranno stipendi sempre più bassi, e i liberi professionisti saranno cosi tagliati fuori dal mercato, non riuscendo a sopravvivere; e verranno cosi inglobati dalle grandi società! A scapito sia della qualità, sia della libertà professionale (se sei stipendiato fai quello che dice il tuo datore)! Accadrà come è successo con l’avvento dei supermercati, che con prezzi stracciati hanno fatto chiudere relativi fruttivendoli, macellai, ecc. Logicamente il tutto a scapito della qualità! Sveglia italiani, è l’ennesima truffa di questa classe politica! E poi altro che meritocrazia!!! SVEGLIA!!!

  14. mr_kost,

    Secondo il mio punto di vista il problema è mal posto. Quali sono i limiti degli attuali ordini professionali? Molti ordini sono delle corporazioni che cercano di perpetuare un presunto privilegio che gli associati hanno e cercano di farlo mettendo barriere in ingresso al mondo del lavoro. Ritengo che eliminando tali barriere le distorsioni al mercato verrebbo eliminate. In tal modo la concorrenza potrà essere più forte e i prezzi si potrebbero ridurre. Parlo per esperienza, l’ordine a cui appartengo (ordine degli ingegneri) non ha barriere all’ingresso, tutti i laureati in Ingegneria possono fare l’esame, senza tirocinio (schiavitù legalizzata) ed affacciarsi al mondo del lavoro come professionista. Gli ingegneri, a parte la progettazione strutturale in cui sono gli unici ad essere qualificati, trovano la concorrenza di altre categorie (architetti, geometri,…) e quindi sono perfettamente inseriti nel libero mercato. Le tariffe minime non sono assolutamente utilizzate se non quando si lavora con la P.A..
    Quindi se pensassimo di togliere le barriere alla professione degli avvocati, commercialisti, notai e quegli altri settori non liberalizzati, potremmo sicuramente ottenere maggiore concorrenza e potremmo mantenere gli ordini come organizzazione (sindacale, lobby) dei professionisti.

  15. luca,

    @mr_kost
    Premetto che sono al primo tentativo dell’esame di abilitazione per avvocatura ed ho anche passato lo scritto, ma…
    quanto sarei d’accordo più che con l’abolizione degli ordini, con una riforma sostanziale, per non dire radicale degli esami di abilitazione! Sono ridicoli, passano veri e propri incapaci che hanno il solo merito di saper ripetere mnemoniche nozioni a pappagallo di fronte ad una commissione. Cosa mi rappresenta conoscere nozioni disancorate dalla realtà e già oggetto di studi universitari? Non sarebbe opportuno valutare le competenze tramite simulazioni di processi o sottoposizione di casi concreti chiedendo all’aspirante come difenderebbe strategicamente il cliente? Troppi professionisti di mezza età trincerati dietro un titolo che nulla rappresenta di concreto sparirebbero in questo modo…e veramente si darebbe lustro e competenza professionale ad una professione che via via sta cadendo a picco! Ed in più si ridurrebbe drasticamenbte il numero di avvocati! Chi potrebbe giudicarne la competenza? Una commissione di giudici Europei e con neppure un italiano!
    Questa sarebbe meritocrazia!

  16. antelmi antonietta,

    e’ uno schifo!! servono solo ad arricchire i soliti intrallazzati che adesso stanno azionando anche il bussiness della formazione!!! E dell’ipocrisia del codice deontologico ne vogliamo parlare? e perchè io che appartengo all’ordine degli avv. di brindisi devo pagare una quota associativa che supera della metà quella che pagano i colleghi di lecce !!Aboliamoli!!! Raccogliamo delle firme!!! questo paese di questo passo non crescerà mai!!!

  17. angelo,

    Mi sembra che il problema sia stato posto male.

    L’esame di stato: La barriera all’accesso va ristrutturata.

    Non serve (neanche ad assicurare professionalità) un esame come quello attuale in cui la prova scritta è rimessa alla sorte.

    Conosco ottimi colleghi che hanno dovuto provare diverse volte l’esame e ricordo che, in una mia prova, c’erano degli errori non individuati dalla commissione (che legge – distrattamente – le migliaia di prove).

    La prova orale è ridondante ed è fatta dagli stessi avvocati (con la timida inclusione di magistrati e professori) che non hanno la preparazione per svolgere un esame. Segnalo, poi, che i colleghi del sud (da cui provengo) sono impegnati a raccogliere raccomandazioni piuttosto che a garantire la professionalità degli avvocati.

    In America, una prova seria per accedere alla professione esiste e la partecipazione non è subordinata alla laurea. Può partecipare chiunque, anche un laureato italiano, ma sarà valutato con criteri oggettivi, in base alla sua preparazione.

    Nel nostro paese non è così.

    I minimi di tariffa.

    L’esperienza attuale insegna che, della derogabilità dei minimi tariffari, si giovano solo banche e assicurazioni (c.d. clienti istituzionali).

    Preferirei eliminare le prescrizioni di legge e imporre, piuttosto, ai miei colleghi l’obbligo di informare i clienti sia del costo (con un preventivo obbligatorio ed esplicativo) sia dei profili tecnici dell’operazione per la quale viene prestata assistenza.

    In questo modo, i clienti possono scegliere di pagare anche i massimi ma ne sono informatii fin dall’inizio.

    Gli ordini possono sopravvivere come associazioni volontarie. Un avvocato deve poter scegliere se iscriversi, ma la sua vita professionale non deve essere condizionata dalla scelta.

    Lo stesso discorso vale per la Cassa Forense. Ferma l’obbligatorietà della previdenza sociale, un avvocato deve essere in condizione di scegliere se affidare la propria contribuzione alla Cassa o ad altri enti privati.

    Queste chiacchiere le ripeto da anni, ma ormai non ci credo.

  18. Claudio Tolomeo,

    Mi sembra appropriato riproporre in questa sede alcuni passaggi di un il post che ho inviato tempo fa in un altro forum di Chicago-Blog, sul medesimo argomento.

    Qualche giorno fa un ascoltatore delle “9 in punto” del nostro beneamato Oscar, suggeriva di emanare una legge di un solo articolo :

    “Art. 1 : Sono abolite tutte le licenze di qualsiasi genere”.

    Sono perfettamente d’accordo !!!

    Bisogna abolire subito gli Ordini professionali e lasciare campo libero al mercato e alla concorrenza.

    Bisogna abolire subito licenze, abilitazioni, patentini e altre FUFFE simili per elettricisti, idraulici, manutentori vari e lasciare campo libero al mercato e alla concorrenza.

    Bisogna abolire subito le licenze ai tassisti e lasciare campo libero al mercato e alla concorrenza.

    Si avrebbero sicuramente meno professionisti, elettricisti e tassisti milionari ma si creerebbe da subito qualche milione di nuove partite IVA di altri professionisti, elettricisti e tassisti che oggi non possono esercitare.

    La decadenza dell’ Italia e dell’ Europa dipende dall’eccesso di protezionismo, di regolamenti e prescrizioni, di tutele igienico-sanitarie e ambientali “pelose”, di norme di sicurezza demenziali e via dicendo.

    Le vittime stradali non sono variate, in proporzione al traffico, negli ultimi trenta anni; in compenso, nello stesso periodo, le multe incassate da stato e comuni sono aumentate di diciotto volte (fonte ACI) : ecco a cosa serve un Codice della Strada demenziale come quello italiano !

    Se si vuole crescita, occupazione e benessere crescente la regola e’ una sola : derelogolarizzare, deregolamentare, liberalizzare !

    La principale obiezione dei sostenitori degli ordini e delle licenze, ovvero la necessita’ di tutelare sicurezza e garantire professionalita’ e’ speciosa e risibile : il mercato stesso si incaricherebbe di spazzare via in un attimo tutti coloro che esercitassero un mestiere o una professione senza averne la competenza e le capacita’.

    D’altra parte non e’ certo un patentino o un esame di stato sufficiente a garantire serieta’, professionalita’ e onesta’ nell’esercizio di qualsiasi attivita’.

  19. mr_kost,

    Signori,
    sono molto interessanti i vostri commenti che mi hanno fatto notare che si è sorvolato un aspetto molto importante della questione. Il prezzo della prestazione.
    Nel mio lavoro incontro clienti che si lamentano sempre quando si parla dell’onorario. Le varie espressioni sono: ma come così tanto, ho un amico che me lo fa a di meno, ci penso un attimo,…
    Dapprima cercavo di far capire la quantità di lavoro, la qualità del lavoro, poi un giorno mia moglie va dal parrucchiere e mi dice che ha speso 110 euro per il taglio, messa in piega e colpi di sole.
    A quel punto ho pensato che mi faccio pagare troppo poco per il mio lavoro, l’impegno, i rischi professionali ma soprattutto il valore che fornisco e mi spiego meglio.
    Possibile che per un fatto estremamente passeggero (non sto qui a sindacare se è giusto o no come prezzo) si possono pagare 110 euro ( quando si va a dormire alla sera la messa in piega sparisce e dopo 15 gg il taglio è da rifare) e per una prestazione di un professionista si va a fare il conto sull’euro?
    Oppure possibile che per andare a mangiare una pizza costa per una famiglia 60€ (evento estremamente fugace che si conclude con una tirata di sciacquone e scusate la volgarità) ed al professionista dicono che è troppo se gli chiedi 500€?
    Al cliente bisogna far capire il valore di quello che gli stiamo fornendo. Si deve rendere conto che il servizio fornitogli non deve essere visto come un costo ma come un investimento sul bene. Nel caso del medico si parla di salute, avvocato si parla di diritti, nel caso del commercialista si parla di tributi, nel caso di ingegneri della loro casa e mi fermo qui. Da allora quando mi dicono che costo troppo faccio presente qual’è il valore di quello che gli sto fornendo, della loro tranquillità, della loro sicurezza, del fatto di avere un bene che potrà essere venduto senza problemi e senza costi aggiuntivi. Ed il tutto per un costo che è un inezia rispetto al valore del bene che possiedono. Ancora a volte mi faccio influenzare dal valore assoluto che dico a volte sbaglio ed abbasso il prezzo ma dopo mi arrabbio con me stesso perché non ho fatto passare il messaggio che alla fine la mia parcella non è un costo ma aumento di valore del bene.
    Quanto paghereste per avere la vostra abitazione perfettamente in regola (in modo che quando vorrete fare il cambio del mutuo lo potrete fare senza problemi) o aver pagato esattamente tutte le tasse (non un euro di più ne uno di meno),…
    Ed infine ci sono le tasse. Io ridurrei anche il mio onorario ma poi devo pur vivere. Se devo pagare il 30% di contributi, il 30% di tasse, il 20% di iva, l’IRAP, e tutto il resto, per guadagnare circa 500€ (che è poi il costo del mio tempo e della mia professione che deve ripagare quanto ho investito e mi deve permettere di vivere) ne devo far pagare al cliente circa 1200€, ma il professionista che colpa ne ha?
    Detto tutto ciò, vi dico che, gli ordini devono continuare ad esistere ma non devono essere una barriera all’ingresso nel mondo della professione. Una persona studia, prende una laurea, si specializza e poi si mette sul mercato. Nessuna barriera, nessun esame di stato selettivo. Sarà il mercato, la bravura del professionista a fare la differenza.
    Basta storie sul valore delle parcelle perché non sono quelle che danno una cattiva connotazione agli ordini ma i comportamenti da casta che alcuni ordini mettono in atto per proteggere alcuni (non tutti) dei loro iscritti(commercialisti, avvocati, notai,…).

  20. Giampiero,

    Sarò forse presuntuoso nell’affermare che il comma 5 dell’Art. 33 della Costituzione è stato completamente frainteso e stravolto nell’applicazione. Secondo la logica del discorso, nella frase “È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale” la congiunzione “…e…” nella parte dell’enunciato “… per la conclusione di essi E per l’abilitazione all’esercizio professionale” è un AND logico, per cui il prescritto (e UNICO) “esame di Stato” (tra cui anche l’esame di maturità che è esame di Stato) è la condizione NECESSARIA E SUFFICIENTE “… per la conclusione di essi” AND “per l’abilitazione all’esercizio professionale”. Se i costituenti avessero voluto distinguere in esame di Stato per “…la conclusione di essi…” o in esame di Stato “… per l’abilitazione all’esercizio professionale” avrebbero inserito l’alternativa “…o… ” (OR logico) nell’ultima parte della frase, come hanno fatto nella prima parte. Inoltre NELLA COSTITUZIONE NON VIENE ISTITUITO NESSUN ORDINE PROFESSIONALE ( “ordini” in “…vari ordini e gradi di scuole…” è riferito alle scuole!)

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