CATEGORIE
energia
Print Friendly

Cari rinnovabilisti, non scendete in piazza. La guerra polarizza e costringe a fingere che al mondo esistano solo il bianco e il nero, il sì e il no, un estremo oppure l’altro. Sicché obbliga tutti quelli che osservano lo scontro, avendo magari delle posizioni sfumate (o, preferisco dire, razionali) a chiamarsi fuori, o a schierarsi a malincuore con la truppa meno distante dalle proprie posizioni. La guerra costringe a prendere le decisioni sbagliate. Questo è un aspetto cruciale che non tutti hanno metabolizzato. Per dirla nel modo più semplice e chiaro possibile, comunque vadano le cose l’età dell’oro è finita: i soldi non piovono più dal cielo e tutti, decisori pubblici e imprese del settore, sono chiamate a compiere scelte e correre rischi. Il reddito non è più garantito. Il rendimento non è più una variabile indipendente. Quindi è cruciale dare un assetto sensato, e stabile, a tutto l’ambaradàn.

I fatti sono noti: il governo, ritenendo le tariffe troppo generose e il settore popolato da speculatori e malviventi oltre che imprenditori perbene, ha deciso un taglio radicale degli incentivi, che abbatterebbe i rendimenti, dall’oggi al domani, di molti punti percentuali, fino a spingerli potenzialmente in zona rossa. Lo stesso governo, in realtà, esprime posizioni diverse al proprio interno, e molti capiscono che, al di là della (legittima e, per quel che ci riguarda, contestabile) difesa delle rendite, l’intervento deve essere costruito in modo tale da non brutalizzare troppo la certezza del diritto in questo paese. Esistono, dunque, spazi di trattativa. Spazi di trattativa per cosa?

Per perseguire due obiettivi. Il primo, di cui ho scritto qualche giorno fa con Carlo Durante sul Sole 24 Ore, riguarda le modalità della riforma: essa deve far salvi i “diritti acquisiti” (pacta sunt servanda) e prevedere una sorta di “salvacondotto” per gli impianti autorizzati o in via di autorizzazione, che sono stati immaginati sulla base della promessa del vigente regime di incentivazione. Quindi, i tempi della riforma non possono non essere medio-lunghi. L’improvviso chiudersi dei rubinetti bancari su una serie di progetti in itinere è la rappresentazione più netta del perché.

Il secondo obiettivo che i rinnovabilisti possono puntare a ottenere è una revisione dei meccanismi tariffari che da un lato non sia eccessivamente penalizzante, dall’altro renda comunque possibile il raggiungimento degli obiettivi europei del 20-20-20 (vero argomento forte a loro disposizione che, per motivi a me ignoti, la maggior parte di loro e specialmente quelli strilloni hanno dimenticato). Qui le opzioni sono molte: personalmente resto convinto che la via migliore sia quella della carbon tax; nei prossimi giorni pubblicheremo un paper Ibl per riflettere su altri strumenti, quali le aste. Ma non è questo il punto: il punto è che, per affrontare la discussione in questi termini, bisogna svuotare le piazze e riempire i tavoli tecnici. Quel che finora non si è fatto, e non si è voluto fare. Peggio ancora: non si è saputo fare, perché gli uni non avevano le palle, e gli altri si abbronzavano al sole dei sussidi crogiolandosi nell’illusione che nessuna nuvola sarebbe arrivata mai. Che poi oggi dei tribuni improvvisati agitino i pugni al cielo, maledicendo gli dei della pioggia, è solo il decorso fisiologico, e tragicomico, del tutto.

Invece, cosa fa una parte – non marginale credo – del mondo rinnovabilista? Come riferisce Federico Rendina nell’articolo linkato sopra, convoca per giovedì prossimo una manifestazione antigovernativa, che suppongo sia voluta da alcune associazioni del settore, subita da altre. Di fronte a questa notizia, posso solo dire: per favore, fermatevi. Non costringeteci ad assistere a una guerra. Non fatelo perché, se lo fate, perderete, e perderete in modo dannoso non solo per voi ma per tutti. Mi spiego.

C’è una questione generale, anzitutto. Se si scende in piazza, non si chiede una mediazione: si difende l’esistente, ci si arrocca su una posizione non negoziabile. Cioè si difende un regime tariffario che, in my humble opinion, è indifendibile sia perché era troppo generoso (specialmente per il fotovoltaico) fin dall’inizio, sia perché lo è diventato ancora di più ora che le coordinate del mercato sono cambiate: ma davvero, amici miei, credevate che la disponibilità altrui ad aprire il portafoglio fosse infinita? Davvero credevate che rendimenti del 15 o del 20 per cento fossero sostenibili, per la collettività, nel lungo termine? La tariffa non poteva non scendere: doveva scendere per principio, e doveva a maggior ragione scendere perché partiva troppo in alto.

Cioè la premessa del tutto era palesemente falsa: gli incentivi non dovevano e non potevano rimanere, e razionalmente era assurdo aspettarsi che rimanessero, eternamente validi ed eternamente uguali ed eternamente alti. Ma questo sconfessa un’altra tesi dei rinnovabilisti, vale a dire che gli incentivi servano per accompagnare le energie verdi alla grid parity: cari miei, se mi dite che gli incentivi non possono scendere, io capisco che non arriverete mai alla grid parity, e allora non vedo alcuna differenza tra gli incentivi suddetti e altre forme di sperpero del denaro pubblico (non raccontatemi la balla formalistica che non vivete di denaro pubblico perché i sussidi non vengono dal Tesoro ma dai consumatori, per favore, ché i consumatori la componente A3 se la trovano in bolletta e non possono scansarla). L’aspetto qui rilevante, comunque, è che se non si parla più dei limiti della riforma, ma si difende il sistema esistente, tanta gente che è critica sull’una ma che è ugualmente dubbiosa sull’altro si trova del tutto spiazzata. Per fare un esempio piccolo e brutale: io sono con voi se parliamo di certezza del diritto, ma non chiedetemi di stare con voi sul conto energia. Ammetto di essere un amico molto provvisorio e del tutto insignificante, ma se scendete in piazza, questo amico provvisorio e insignificante lo perderete. À la guerre comme à la guerre.

Poi c’è una faccenda tutta politica che sicuramente i vostri fini strateghi non hanno ignorato. Probabilmente il governo non ha grande voglia di trattare, ritenendo di dover accomodare le sue consituency e ritenendo che tali constituency abbiano in uggia le rinnovabili. Di certo, gli afrori rivoluzionari che arrivano dalla piazza non faranno che consolidare questa sensazione. Se poi si mette nel conto la scontata e immediata (e infinitamente paracula, ma questo è un altro discorso) solidarietà dell’opposizione, le cose si fanno ancora più complicate. Per voi. Succede, infatti, che l’opposizione sta all’opposizione e quindi non può – a meno che non vinca elezioni che al momento non sembrano in vista – cambiare o far cambiare opinione al governo. Ora vi svelo un segreto: se voi siete, o sembrate, un settore “di sinistra”, la “destra” non avrà pietà di voi. A parte che non vedo una ragione al mondo per cui una tecnologia debba essere di destra o di sinistra, mi sembra una stupidaggine tattica che solo dei perfetti incompetenti possono perseguire.

Concludo: il decreto rinnovabili è un pasticcio da evitare per millanta ragioni. Ma evitare quel pasticcio non può coincidere col perpetuarne un altro. Se la buttate in politica, finirete tritati. Se la buttate in polemica, non otterrete nulla se non il risultato di alienare quelli che vedono i problemi e cercano di risolverli in modo razionale. Se ragionate col fegato, non potete pretendere che i vostri avversari non ragionino con lo stomaco. La politica energetica di questo paese ha già pagato troppo per le decisioni di pancia (molte delle quali prese a vostro favore e con la vostra complicità). Prima o poi bisognerà smetterla. Non dico: se non ora, quando?, perché sarebbe una scemenza. Dico più semplicemente che a voi e a tutti conviene che sia ora.

IBL Libri su Amazon

23 Responses to “Cari rinnovabilisti, non fate cazzate”

  1. Alberto P,

    Caro Stagnaro, mi permetta di essere un po’ brutale. Lei conosce molte piu’ cose di quelle che a volte sembra voler far credere. Lei lo sa perfettamente che ogni investimento fatto nelle rinnovabili equivale piu’ o meno a gettare soldi dalla finestra. Lei sa perfettamente che i costi unitari (per unità energetica prodotta) di realizzazione di un impianto fotovoltaico sono insostenibili e sa pure che i posti di lavoro creati nel settore sono finti. Lei è pure perfettamente al corrente che nessun kwhr fotovoltaico serve o servirà a scopo alcuno: non servirà a ridurre la ns. dipendenza dai fossili nè dai gassosi, non servirà a risparmiare i consumi in modo apprezzabile e tale da consentire di spostare in avanti il giorno in cui il petrolio costerà 1,000 (mille) USD/b, , nè tampoco servirà ad abbassare il costo del kwhr. Lei tutte queste cose le sa benissimo ed allora dica chiaro e tondo che è semplicemente criminale continuare a sprecare risorse inseguendo i sogni di politici di scarsa cultura, quando va bene, ma forse molto peggio che semplicemente ignoranti.

  2. Riccardo,

    @luigi
    Caro Luigi, per onestà le dichiaro anch’io il mio conflitto d’interesse, anch’io sono nel settore fotovoltaico ed è per questo che la invito alla cruda realtà che lei conosce bene.
    La grid parity è una chimera.
    Come dice anche il rinnovabilista Rubbia, nè con questo nucleare nè con questo fotovoltaico possiamo basare il nostro futuro energetico.

  3. Giovanni Bravin,

    Per sigg. Riccardo, Logos ed altri. Le fonti rinnovabili saranno il futuro, ma in Italia non si vuole prenderle in considerazione per volontà politica. Geotermia, molti edifici sono riscaldati e raffrescati da essa, in altre nazioni (es. Svizzera). Solare termico, può essere costoso per il singolo, ma quanti edifici pubblici (piscine, scuole, etc.) ne beneficiano in Italia? Fotovoltaico, come sopra. Eolico, solo in alcune parti d’Italia, e funzionante anche dopo le elezioni! Le prime auto elettriche hanno quasi cento anni, ma solo ora, si prosegue nella ricerca, rimasta ferma per quasi un secolo. Per questo motivo, e mancanza di volontà politica, anche i nuovi parcheggi pubblici, sono progettati senza stazioni di ricarica. Fotovoltaico sul tetto manco a parlarne!
    Per gli stessi motivi, in Italia, non si vuole fare ricerca su veicoli fuel-cell, idrogeno etc. Sembrerebbe che l’Italia non sia interessata ai dettami del Protocollo di Kyoto, ma preferisca pagarne le sanzioni per inosservanza. Chissà perché sono stati proprio i Giapponesi a voler costruire le prime auto a propulsione ibrida…. Il Nobel Rubbia dice che il torio ha maggiori sbocchi del nucleare ma si insiste su questa strada!
    Lo stesso Governo Italiano aveva dichiarato, tramite la Prestigiacomo, in piena crisi giapponese, che il suo programma nucleare sarebbe andato avanti. Poi, a livello italkiano, venne proclamato un anno di pausa sul nucleare. Chissa perché?

Leave a Reply

Login with Facebook: