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La lettera di Luca Martinelli – che ho pubblicato in un precedente post – mi fornisce l’occasione di esprimere, in modo più pacato, alcune idee sulla porca faccenda della “privatizzazione” dell’acqua, di cui mi sono occupato recentemente sia un pezzo su Libero (a cui Martinelli reagisce), sia in un post qui su Chicago-blog. Poiché non ho risposto a molti dei commenti che quel post aveva raccolto, ne approfitto – Martinelli mi perdonerà – per mettere, in qualche modo, tutto assieme.

Martinelli mi accusa sostanzialmente di due cose: di “mistificazione” della propaganda referendaria, e di sottovalutare le conseguenze della “privatizzazione”. A questo proposito, porta il caso di Cosenza, su cui tornerò tra poco.

In merito alla “mistificazione”, riconosco di aver usato toni molto forti. Non ne sono, però, pentito: sono anzi convinto che quello fosse il minimo sindacale nei toni da utilizzare. E ribadisco, a costo di apparire pedante, quanto ho già scritto: penso che una fetta non piccola, forse la maggioranza, forse la larga maggioranza, del milione e quattrocentomila italiani che hanno firmato i tre referendum non sappiano cosa hanno firmato. O, meglio, quello che “sanno” – cioè quell che gli è stato detto – non coincide con quello che hanno firmato. Ripeto, allora, che – se la propaganda politica fosse un bene o un servizio scambiato sul mercato – si potrebbe parlare di pubblicità ingannevole. Se qualcuno vuole querelare, quereli. Infatti, come è chiaro dal sito del Forum, la raccolta di firme ha fatto interamente leva su due concetti: l’acqua “privata” versus quella “pubblica” e l’aumento delle tariffe. Per esempio, l’obiettivo dei referendum è così descritto:

Vogliamo restituire questo bene essenziale alla gestione collettiva. Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene comune. Per conservarlo per le future generazioni. Vogliamo una gestione pubblica e partecipativa.

Da nessuna parte ho trovato menzione del fatto che nulla, nell’attuale normativa, impedisce a tutte e tutti di accedere all’acqua, o nega che l’acqua sia un bene comune. Al contrario, dire che lo scopo dei referendum è “conservare [l’acqua] per le future generazioni” lascia intendere che la riforma idrica abbia l’effetto di aumentare gli sprechi. Ciò è falso. Ancora peggio, se parliamo di mistificazione, è l’affermazione secondo cui “L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali”. L’attuale governo non ha deciso un tubo: ha dato attuazione a una serie di norme che, stante la normativa precedentemente esistente, consentono di allinearsi con gli obblighi comunitari. Ma lungi da me voler perseguire una difesa puramente formalistica. Quello che mi interessa sottolineare è che una parte almeno degli 1,400,000 firmatari hanno risposto all’appello a firmare contro la privatizzazione dell’acqua, mentre hanno firmato contro qualcosa d’altro. Cosa?

Il decreto Ronchi (e le norme pre-esistenti) semplicemente fissa il principio per cui la gestione del servizio idrico integrato deve essere affidata, in via ordinaria, tramite gara. Alla gara possono partecipare indifferentemente soggetti sia pubblici sia privati, e i primi – per una serie di ragioni – sono favoriti. Ne cito due: la prima è che, tipicamente, sono i gestori uscenti, e quindi partono da una ovvia posizione di vantaggio; la seconda è che le gare devono essere bandite dai loro azionisti, e alzi la mano chi crede nella loro effettiva terzietà. Questo per dire anche che non è che io sia un pasdaràn delle gare, ma semplicemente uno che crede si tratti di un male relativamente minore. Fosse per me, si privatizzerebbe sul serio – ma questo è un altro discorso, rispetto al quale chi è interessato può leggere questo aureo libretto di Fredrik Segerfeldt.

La distinzione tra proprietà e gestione è tutt’altro che secondaria, come invece sembra credere Stefano Rodotà, secondo cui

Il ministro Andrea Ronchi falsifica la realtà quando dice che il decreto che porta il suo nome comporta solo ‘affidamenti in gestione’, mentre i Comuni restano titolari del diritto. Da moltissimo tempo si è sottolineato che quando si scinde proprietà e gestione, il vero proprietario diventa chi ha il potere di gestire. Il fatto che il titolare resti un soggetto pubblico è un argomento formale, ingannevole. Restano da vedere le caratteristiche della gestione: quando questa viene affidata ai privati, è orientata al profitto, e ciò implica una sostanziale privatizzazione del bene. Il gestore fornisce un servizio, ma solo perché vuol ricevere un profitto. I soggetti cui fare riferimento per comprendere la funzione di un bene comune sono tutti i cittadini, e per questo essi devono essere gestiti fuori dalla logica di mercato. Il che non significa che non debbano essere gestiti con criteri economici. Ma l’economicità della gestione non coincide con la produzione di profitto.

Io capisco che la nozione stessa di profitto faccia venire l’orticaria, e non so cosa farci. Però mi sembra importante precisare due cose che Rodotà non considera: (1) essendo regolate le tariffe, il “profitto” è a sua volta regolato, fatta salva l’abilità del gestore di rendere il servizio più efficiente. Meglio lavora, più fa profitto. Non è che possiamo ogni giorno tornare ad Adam Smith, però mi pare che questo sia un caso scuola di come non convenga affidarsi all’altruismo dei gestori dei servizi idrici, ma al loro interesse. Specie in un paese dove le perdite medie sono più di un terzo. Conservare lo status quo è tanto più immorale, quanto più si crede che l’acqua sia un bene “pubblico” e che lo “spreco” non sia semplicemente una cosa incivile, ma sia un crimine contro l’umanità. (2) La distinzione tra proprietà e gestione conta, eccome, quando – tramite il meccanismo della gara – il gestore sa che, dopo un lasso di tempo relativamente breve, dovrà restituire le infrastrutture al proprietario (l’ente pubblico) in condizioni migliori di come le ha trovate, oppure dovrà renderne conto. Noto appena per inciso che le “grandi multinazionali” che terrorizanno i referendari sono, da questo punto di vista, i soggetti più affidabili, perché sono gli unici facilmente identificabili e che non possono scappare, e che proprio per questo hanno un interesse reputazionale molto più forte a rigare dritto.

Con questo rispondo anche a Marco Esposito, che – in commento al mio post dell’altro giorno – scrive:

la privatizzazione della distribuzione dell’acqua non mi convince per niente: è un monopolio (non si può scegliere il distributore) e i prezzi li fisserà massimizzando il profitto, l’esatto opposto del mercato.

Perfino Marco è vittima di una incomprensione. Potrebbe aver ragione se al soggetto affidatario fosse garantito diritto di “vita e di morte” sui suoi clienti. Così non è. E non solo perché una serie di vincoli – relativi alle modalità di gestione e sviluppo, alle politiche tariffarie, e ai canoni di concessione (che andrebbero aboliti perché sono lo strumento vero con cui i comuni, cioè il pubblico, si appropria della rendita monopolistica) – li mette la gara. Il fatto è che le tariffe sono e saranno decise da organismi terzi – oggi gli Ato (cioè i sindaci), domani si spera un’autorità indipendente. Naturalmente, si può sostenere che il regolatore pubblico può essere “catturato” dall’affidatario “privato”: verissimo, ma dovete convincermi che il rischio di una cattura è preferibile alla certezza derivante dal fatto che affidante e affidatario sono la stessa persona. Oppure solo io vivo in un paese dove le utilities locali pubbliche o parapubbliche sono un parcheggio per dipendenti privi di qualunque qualifica, tranne l’essere i famigli di un qualche assessore o ex assessore alle varie ed eventuali?

Arrivo, così, all’istruttivo caso di Cosenza. Copio da Quindici l’intera notizia, per un commento rapidissimo:

Anche il comune di Cosenza tra i debitori di Sorical, che ci accinge infatti a diminuire la portata idrica nel capoluogo. Il debito del Comune si aggirerebbe intorno ai quattro milioni di euro. Ci sono migliaia di utenti morosi – come riporta la stampa locale – che comportano l’impossibilità per l’Ente di pagare a sua volta gli enti e le imprese che erogano servizi destinati alla città.
La lettera di diffida della Sorical per saldare il debito è partita circa un mese fa. Ma da Palazzo dei Bruzi non è pervenuto alcun segnale. Le briciole, così le definiscono negli ambienti della Sorical, versate dal Comune non fanno cassa. E così la società ha deciso di pubblicare sulla stampa un avviso pubblico con cui annuncia la diminuzione della portata idrica. La manovra, se non interverranno fatti nuovi, potrebbe scattare entro fine mese.
A Rende, in un caso analogo, l’intervento del prefetto riuscì a scongiurare i disagi agli utenti, favorendo un accordo per la spalmatura del debito con un piano di rientro.

Di fronte a questa vicenda, Martinelli mi chede:

È davvero questo il metro più corretto per gestire le relazioni tra un gestore del servizio idrico integrato e un’amministrazione comunale?

Nella vita posso avere tanti dubbi, ma non nella risposta a questa domanda: sì, questo è il metro più corretto. Se crediamo – e io ci credo – che l’acqua abbia un valore, dobbiamo accettare che abbia anche un prezzo. Altrimenti non stupiamoci se se ne fa un utilizzo dissennato. Se crediamo – e io ci credo – che servano investimenti per riparare le reti colabrodo, allora dobbiamo rifiutare con forza la morosità, specie quando morosi sono gli enti pubblici. Altra cosa è dire che servono strumenti di aiuto alle famiglie a bassissimo reddito; altra cosa è accettare l’illegalità diffusa. Soprattutto, lo ripeto, da parte di enti pubblici: la gestione allegra delle finanze pubbliche è il cancro di questo paese, e difenderla nel nome dell’acqua pubblica è un modo molto comodo per giustificare, e dunque incentivare, il malcostume. E’ questo che vogliono, i referendari? Di sicuro è quello che otterrebbero se i referendum passassero.

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24 Responses to “Acqua: se non è una merce, non è nulla”

  1. Luca Martinelli,

    Ringrazio Stagnaro per la risposta. Un’unica nota: a mio avviso, l’acqua non ha un “prezzo”; quello che i cittadini pagano, in bolletta, è il costo di un servizio.
    E, di nuovo, torno alla domanda? Cosa dobbiamo considerare “costo del servizio”?
    Anche gli investimenti? Anche la remunerazione del capitale investito?

    Ovviamente nella mia lettera non volevo difendere la “morosità”, che può scaturire da differenti concause, ma portare l’accento sulla relazione che si viene a creare tra l’ente pubblico e la società che gestisce il servizio idrico integrato.

    Quanto a mistificazioni etc.: perché non prestare attenzione anche alle affermazioni dei membri dell’esecutivo. Il ministro Giulio Tremonti l’altro giorno ha spiegato che i referendari non sono cristallini come l’acqua perché la legge Ronchi deriverebbe da obblighi europei. Eppure, nel suo commento non ha citato la direttiva o il regolamento comunitario da cui discenderebbe quest’obbligo a mettere a gara.
    Il ministro Ronchi ha fatto di più, nel documento “Operazione verità” carica sul sito del dipartimento Politiche comunitarie… Ha spiegato, Ronchi, che gli investimenti nel servizio idrico integrato toglierebbero risorse a “settori cruciali”, quali sanità ed istruzione. Ciò è ovviamente falso (ha spiegato anche lei, in più passaggi, che il nodo del dibattito è: dove e come recuperiamo le risorse per investimento?). Ma vien da chiedersi se l’accesso all’acqua potabile non dovrebbe esser considerato, da uno Stato, un servizio d’interesse generale, al pari di scuole e ospedali, un diritto di cittadinanza? Varrebbe forse la pena -a mio avviso- che il ministro Ronchi concentrasse la sua attenzione, e la ricerca di fondi pubblici da investire nel servizio idrico integrato, in sanità e in istruzione “sforbiciando” il bilancio del ministro della Difesa, guidato dall’ex compagno di partito in Alleanza nazionale Ignazio La Russa.

  2. Francesco Morosini,

    Trovo i Suoi argomenti assolutamente ragionevoli; pure coerenti col buonsenso vista l’attuale “tragedia” di molti nostri acquedotti. Anche perchè, stando alle norme, mi pare che parlare di “privatizzazione” equivalga a forzare i testi normativi. Insomma, si tratta “solo” di prendere atto che se è vero che l’acqua è un bene pubblico, è altrettanto vero che a volte, cioè fatte le debite eccezioni di suo buongoverno, la cosiddetta “acqua dei partiti” viene appropriata dalle elites politiche per finalità che definire pubbliche equivale richiede coraggio. Come pure, ed è il rischio del reerendum, lasciare le cose – dispersione idrica compresa – come stanno.

  3. azimut72,

    Domanda.
    Il paese di Roccacannuccia è su un cucuzzolo in mezzo all’Appennino nella provincia di Belpaesaggio. Ci vivono 150 anime per lo più pensionati che crescono a 250 quando d’estate arrivano i figli e i nipotini. Portarci l’acqua è difficile, anzi in perdita perchè la tariffa stabilita dall’autorità indipendente è troppo bassa per ripagare i costi. La Sorgente Spa, che gestisce la rete idrica della provincia di Belpaesaggio, potrebbe garantire un servizio efficiente investendo qualche milione di euro in un impianto di pompaggio e di deposito di ultima generazione. Ma le tariffe imposte sono troppo basse per giustificare un ritorno in tempi adeguati…anzi, si andrebbe in perdita. I cittadini di Roccacannuccia si lamentano perchè hanno acqua corrente solo qualche ora la settimana. Il Comune si lamenta con l’autorità indipendente che si lamenta con Sorgente Spa che si lamenta delle tariffe basse.
    Come si risolve questa situazione?

  4. Carlo Stagnaro,

    Azimut, la mia risposta sincera è: chiedendo agli abitanti di Roccacannuccia di pagare di più per l’acqua. Oppure il comune di Roccacannuccia potrebbe tassare i suoi abitanti per raccogliere i capitali per finanziare l’allacciamento. Oppure chiedendo ai sindaci del comprensorio di alzare le tariffe (a oggi sono loro che le decidono) in modo da spalmare sull’intera comunità il costo aggiuntivo necessario a raggiungere Roccacannuccia. Detto questo, riconoscerai che un conto è immaginare soluzioni ad hoc per Roccacannuccia – lo stesso decreto Ronchi prevede la possibilità di affidamenti inhouse in questi casi – altra cosa è assumere Roccacannuccia a paradigma per l’Italia…

  5. Mauro,

    azimut72 :
    Domanda.
    Il paese di Roccacannuccia è su un cucuzzolo in mezzo all’Appennino nella provincia di Belpaesaggio…

    Rispondo con un’altra domanda. XXX è una città di 20000 abitanti in una conca dell’Appennino. Per evitare che la conca si riempia d’acqua un consorzio (pubblico) acquedottistico pompa l’acqua nella valle a fianco. Ovviamente XXX è servita da un acquedotto che assicura l’acqua per 3 ore al giorno. Tutti si sono attrezzati con autoclave personali e condominiali che richiedono manutenzione a spese proprie. Il personale del consorzio gestisce anche questo acquedotto, e impiega il personale per aprire/chiudere saracinesce ogni tre ore (per assicurare il ciclo di rifornimento a tutti gli utenti); ovviamente, tra una apertura e l’altra liberi tutti (pagati). Questa è la gestione pubblica che auspichiamo?

  6. azimut72,

    @Stagnaro & Mauro
    No, non è il servizio pubblico che auspico.
    Però, sui monopoli naturali, specie per beni essenziali come l’acqua (che spero concorderete non è una merce qualunque), credo esista una via alternativa.
    Io penso ad un ente pubblico con cariche elettive misurato su parametri obiettivi da enti terzi.
    La provincia di Belpaesaggio eleggerebbe a tempi regolari le cariche direttive dell’ente pubblico (cariche non rinnovabili) che, per statuto, sarebbero costretti a raggiungere e mantenere degli standard di servizio misurati su indici stabiliti a livello nazionale (con il rischio di commissariamento in caso di mancanze gravi). La tariffa sarà quella minima possibile per garantire lo standard di servizio ottimale ma, poichè l’ente è statale, sarà possibile modulare meglio l’entità del guadagno.

    Non sono così sprovveduto da pensare che sia la soluzione perfetta. Però mi piace di più rispetto all’ingresso di aziende private nella gestione delle acque (ripeto, caso di monopolio naturale).
    Infatti, se è vero che lo Stato spesso non garantisce un servizio adeguato nei monopoli naturali è anche vero che spesso (oserei dire sempre) anche la gestione da parte dei privati non si è dimostrata all’altezza…si vedano i vari esperimenti fuori d’Italia…

  7. Silvano_ihc,

    Ma a nessuno viene in mente che di solito i posti ad essere stati antropizzati per primi sono quelli dove i fattori di sussistenza erano più abbondanti e/o reperibili ? Sono le città ad essere sorte vicino ai corsi d’acqua e non i fiumi ad essersi spostati in funzione dei desiderata dell’uomo. Progresso tecnico e ricerca del profitto hanno reso abitabili terre in precedenza considerate sub marginali. E’ curioso che i contrari al mercato dell’acqua desiderino affidarne la gestione a persone (i politici) che sovente disprezzano. Ovviamente ci vorrebbero degli amministratori onesti e disinteressati (diranno costoro), dei quasi santi. Il che equivale a pretendere di trovare una vergine in un bordello.
    Il punto è piuttosto semplice: non è una questione morale, ma pecuniaria: ovvero siamo tutti più felici se parte del conto lo paga qualcun altro.

  8. azimut72,

    @Silvano_ihc
    La mia proposta non affiderebbe necessariamente la gestione ai politici…anzi. Se leggi bene inoltre parlo di elettività e cariche non rinnovabili.
    Infine, insisto.
    Il monopolio naturale è un “animale strano” che reputo meglio rimanga in mano pubbliche (non dimentichiamoci che esistoni beni superiori all’efficienza e alla qualità dei servizi…per esempio, la sicurezza).
    Il problema è il “come” deve rimanere in mano pubbliche. Se lo Stato italiano è inefficiente non è detto che tutti gli apparati statali siano inefficienti.
    Per esempio, in Italia, non si è mai parlato seriamente di gestione controllata con gli indici di performance. Solo qualche voce nel deserto…(alcune anche in questo sito).

  9. Marco,

    Sull’acqua, preferisco di gran lunga una cattiva gestione pubblica che una buona gestione privata. Il privato vuole fare profitto:

    – Non puoi pagare l’acqua? Ti tolgo il servizio, e se vuoi farti un bagno, vai a farlo nel più vicino fosso!
    – Non puoi pagare l’acqua? La paga il comune. Così l’ente pubblico, e perciò in definitiva i cittadini, in teoria proprietario dell’acqua, deve pagare per poter godere di una sua proprietà!
    – Non conviene come società portare l’acqua a un comune perchè costa troppo? Gli abitanti di quel comune dovranno arrangiarsi da soli, eventualmente costruire a loro spese le infrastrutture e poi, quando inizieranno a usufruire dell’acqua, ovviamente pagare la bolletta alla società, che così fa profitto senza aver sostenuto costi (questa sì che è la manna del privato).

  10. Francesco Veterani,

    C’è molta miopia in quello che viene detto in queste pagine.
    Prima di tutto parlate di liberalizzazione senza parlare di quello che invece accade in Italia, mi volete venire a raccontare che un’azienda che ottiene un contratto praticamente blindato per 20/25 anni è sottoposta alle regole della libera concorrenza?? Ahahahahahhh… siete dei mistificatori!
    Si parla di ritorno alla gestione di un bene comune in maniera condivisa e COMUNE, non semplicemente di tornare al “pubblico” con quei carrozzoni che ben conosciamo e che hanno portato a questa situazione, volete parlare e confrontarvi civilmente o solo a vostro comodo e piacere ricordate quello che viene detto, quello che viene fatto e quello che viene proposto??
    E’ giornalismo questo? Informatevi prima di esprimere opinioni che nemmeno potete confutare, ci sono un milione e quattrocentomila persone che sanno esattamente quello per cui hanno firmato, e credo che sia il caso di evitare di dargli dei pecoroni e ignoranti… potrebbero prendersela e non poco. E se anche non lo sapessero hanno tempo 1 anno per informarsi (e credetemi di possibilità ce ne sono a bizzeffe, se ne volete cogliere qualcuna…) e possono sempre decidere di votare NO al referendum, anche se non credo che lo faranno.

    Fa paura la gente informata e consapevole, eh?

    Francesco V.

  11. Ismael,

    “non è una questione morale, ma pecuniaria: ovvero siamo tutti più felici se parte del conto lo paga qualcun altro”

    E perché “qualcun altro” non dovrebbe pagarmi il conto, se la questione prescinde dalla morale? Su tutto il resto d’accordissimo (con Carlo e Silvano, intendo).

  12. Giuseppe Tornaghi,

    Ma io la questione del profitto non la capisco proprio.Gli enti pubblici al momento non hanno i soldi per rimodernare le infrastrutture ed e’ un dato certo che le procedure pubbliche di appalto sono piu’ costose di quelle dei privati. Tanto e’ vero che nei comuni e’ sempre piu in voga (e secondo me giustamente anche se si concede ai sindaci poteri discrezionali grandissimi) la prassi di preferire un tot di opere pubbliche al posto dei soldi per le opere di edilizia privata di una certa dimensione. Tu vuoi fare 100 appartamenti mi costruisci il campo di calcio o cose simili piuttosto che incamerare soldi. Per tornare all’acqua gli enti dovrebbero indebitarsi con la cassa depositi e prestiti o con le banche e quindi pagare interessi che direttamente (banche) o indirettamente (titoli di stato) andrebbero a finire come un “utile” per questo o quel privato. Dopo aver passato anni in consiglio comunale, una decente gestione privata e’ da preferirsi e una buona gestione publica.

  13. Silvano_ihc,

    @Ismael
    Non è una questione morale nel senso che alla fin della fiera chi sostiene la necessità di un acqua pubblica sostiene di aver diritto ad un bene economico “a prescindere” come direbbe Totò. In sintesi preferisce un soggetto incompetente ma sussidiato da qualcun altro, un soggetto che prende i soldi a Pietro per darli a Paolo. Ovviamente tutti si sentono un po’ “Paolo” e la loro acqua è più giusta dell’acqua degli altri. Se i “Pietri” costruissero cento villette a Poggio Paradiso con giardini e parchi da annaffiare i “Paoli” col piffero che voterebbero aumenti di imposte locali o tariffe più alte per costruire le relative reti idriche e fognarie. Invocherebbero un triliardo di motivazioni sociali: siamo tutti uguali di fronte alla legge ma i “Paoli” sono più uguali degli altri.

  14. Alessio Civitillo,

    @Marco

    Questo ragionamento è capzioso, tu sei abituato a che lo Stato ti paghi tutto, quello è il problema. Vedi tu se è giusto che la comunità debba pagare per fare l’allaccio dell’acqua ad un comune di 150 anime sperduto sulle montagne. Vuoi vivere in quel comune? Pagati l’allaccio.

    Sulla questione del profitto, poi. Il profitto è quello che movimenta capitali e investimenti che altrimenti non ci sarebbero. Penso sia meglio pagare un profitto all’azienda affinché questa investa in un servizio migliore, piuttosto che pagare l’autoclave perché il servizio pubblico funziona male.

  15. BernardoR,

    Ho smesso di leggere dopo un po': per me tutti questi discorsi sono noiosi e poco interessanti. Io sono interessato solo ad una cosa, a pagare l’acqua il meno possibile. In un anno consumo x di acqua ad un prezzo y, se il privato almeno per un certo numero di anni (non uno, quindi, della serie ti faccio lo sconto per un anno e poi inizio a salassarti…) mi fa pagare x ad un prezzo minore di y, allora il servizio me lo può fare lo Stato, l’imprenditore Berlusconi o la fata turchina, non mi importa con quali mezzi tengono il prezzo basso, io scelgo il meno costoso (a qualità di servizio pari, ovviamente, ovvero acqua pulita e sempre disponibile). Tutto il resto: gli sprechi, le tubature che perdono, le disorganizzazioni, le irrazionalità, etc. Io non uso l’acqua per irrigare i campi ma per la mia riproduzione e la mia igiene, quindi di discorsi che vanno oltre ai soldi che devo sborsare, non mi interessa molto.

  16. Gianni,

    Discutendo con amici ho scoperto che molti immaginano la “privatizzazione dell’acqua” come la necessità di acquistarla al supermercato. Propongo pertanto il seguente sondaggio: Ci sono altri modi di intenderla che testimoniano, quantomeno, una comunicazione insufficiente?
    http://giovannistraffelini.wordpress.com/2009/11/27/il-valore-dellacqua/

  17. Francesco,

    Stagnaro, se tu capissi qualcosa di economia capiresti immediatamente che stai dicendo delle enormi sciocchezze.
    L’unico vero petrolio che esiste al mondo si chiama acqua; una “merce” che non ha valore perchè da essa dipende la nostra stessa esistenza. Non consideri inoltre che in un sistema complesso, costoso ed inefficiente, come quello italiano, ci manca soltanto di far lievitare i prezzi dell’acqua per far scappare qualche altra azienda all’estero.
    Dobbiamo prima risolvere i veri problemi del paese: corruzione, nepotismo, classe dirigente pessima, assenza di meritocrazia, scarsa efficienza delle pubbliche amministrazioni e poi vedrai che “il problema dell’acqua” si risolverà da solo.
    Per risolvere le cose ci vuole grande forza di volontà, impegno, lavoro e caparbietà. “Le soluzioni” semplici ed inefficaci che tu proponi servono solo a peggiorare le cose.
    Scrivi bene -anche se sei un pò prolisso- ma quando si tratta di economia è meglio che lasci parlare altri…

  18. luciano lavecchia,

    @BernardoR
    Bernardo, ma e’ proprio questo il punto… tu pensi di pagare x perche’ il servizio e’ pubblico. in realta’ 1) paghi di piu’ perche’ dovresti considerare che anche una quota parte delle tue tasse vanno a mantenere questo sistema 2) paghi poco (e paghi veramente poco rispetto al resto dell’europa) per ora ma in futuro, con le perdite di rete e i pochissimi investimenti che riescono a fare gli enti pubblici, corriamo il rischio di dover pagare molto ma molto di piu…

  19. Fabrizio,

    Un caso analogo a quello dell’acqua è illuminante: regalare le autostrade ai privati quali vantaggi ha portato per la collettività ? Un bene pubblico totalmente pagato dai cittadini con le tasse è stato regalato ai privati che ora godono gl’enormi profitti e non mettono un euro in investimenti, vogliamo lo stesso per l’acqua ? con l’aggravante che per le autostrade esistono le alternative mentre per l’acqua …
    Se servono i soldi per ammodernare le reti idriche che siano i soggetti pubblici a chiederli ai cittadini attraverso tasse o tariffe, non dei privati che hanno come unico scopo il profitto e non sono soggetti al voto ogni cinque anni.

  20. Ocram,

    “La distinzione tra proprietà e gestione conta, eccome, quando – tramite il meccanismo della gara – il gestore sa che, dopo un lasso di tempo relativamente breve, dovrà restituire le infrastrutture al proprietario (l’ente pubblico) in condizioni migliori di come le ha trovate, oppure dovrà renderne conto.”
    E’ falso che il privato restituirà le infrastrutture in condizioni migliori delle precedenti, si pensi alle autostrade.
    E’ falso inoltre, per inciso, che qualche privato mai abbia “reso conto” delle sue disastrose incompetenze (Bhopal dice niente?).
    E’ falso infine che esista un qualche “interesse reputazionale” delle multinazionali: BP venderà benzina nonostante il disastro, Arthur Andersen ha cambiato nome al suo gruppo certificando bilanci con la stessa “competenza” di prima.
    Tutto sommato l’articolo è una raccolta di teorie liberiste senza fondamento scientifico nè storico.
    D’altronde Chicago ha dato al mondo Al Capone ed economisti della stessa pasta.

    P.S.
    La cattura del regolatore è la regola quando si parla di imprese multinazionali, non l’eccezione; ed è ovvio visto che il regolatore è minuscolo in confronto al regolato.

  21. Alex-G,

    @Silvano_ihc
    In realtà la storia dell’ umanità è fatta anche di modifiche all’ ambiente per portare risorse dove NON ce ne sono e fin dagli albori le opere di modifica ai corsi d’ acqua e la costruzione di sistemi idrici artificiali non si contano, TUTTAVIA quello che dici è sostanzialmente vero perchè prima di tutto si antropizzava laddove l’ acqua era accessibile e tutte le opere di modifica sono sempre state fatte tenendo bene in considerazione la reperibilità della fonte e i costi delle opere annesse; in particolare si teneva maggiormente in conto la necessità di lasciare degli spazi di espansione ai corsi d’ acqua, in modo da non aumentarne la pressione nei centri maggiormente abitati nei casi di sovrabbondanza delle precipitazioni nell’ otttica della minimizzazione dei danni… oggi si tende a “irregimentare” i corsi d’ acqua costrignendoli in percorsi obbligati, senza nessuna “cassa d’ espansione” che non fanno altro che aumentare via via le pressioni man mano che si scende a valle, alla fine si creano le circostanze per i maggiori danni nei casi di abbondanti precipitazioni, dimenticando che la natura fa SEMPRE il suo corso e che se a questo gli si chiudono le porte, passa dalle finestre, con danni anche peggiori.

  22. Alex-G,

    Silvano_ihc :
    @Ismael
    Non è una questione morale nel senso che alla fin della fiera chi sostiene la necessità di un acqua pubblica sostiene di aver diritto ad un bene economico “a prescindere” come direbbe Totò. In sintesi preferisce un soggetto incompetente ma sussidiato da qualcun altro, un soggetto che prende i soldi a Pietro per darli a Paolo. Ovviamente tutti si sentono un po’ “Paolo” e la loro acqua è più giusta dell’acqua degli altri. Se i “Pietri” costruissero cento villette a Poggio Paradiso con giardini e parchi da annaffiare i “Paoli” col piffero che voterebbero aumenti di imposte locali o tariffe più alte per costruire le relative reti idriche e fognarie. Invocherebbero un triliardo di motivazioni sociali: siamo tutti uguali di fronte alla legge ma i “Paoli” sono più uguali degli altri.

    L’ acqua non è semplicemente un bene come un altro a cui si possa con leggerezza attribuire un valore economico, l’ H2O è prima di tutto una necessità VITALE per qualsiasi essere vivente in questo mondo ed un elemento sul quale NESSUNO può legittimamente vantare proprietà esclusiva.

    Secondo le leggi varate il soggetto (privato) a cui verrà data la gestione del servizio idrico prelebverà COMUNQUE i suoi profitti dalle tasche della gente per concessione PUBBLICA, anzi con un proftto del 7% annuo garantito dello stato….

    Vorrei sapere in questa situazione DOVE stà il MERCATO….

    alla fine che sia pubblico o privato a SBORSARE è sempre il cittadino, solo che con il privato EGLI non ha piu’ alcuna voce in capitolo per farsi sentire in caso di disservizi, il cittadino PAGA e basta senza nemmeno la possibilità di scegliere … a differenza di come si converebbe in un normale Mercato.

    In realtà chi sostiene “la necessità di un acqua pubblica”, dice cose MOLTO DIVERSE da ciò che LEI afferma: dice che il servizio IDRICO ha un COSTO (e non che debba essere gratuito come i male informati e i cattivi informatori propalano) dice che è la gestione PUBBLICA di questo servizio che deve essere basata su REGOLE DIVERSE da quelle usate in passato per le municipalizzate e infatti qualche anno fà fu presentata in parlamento una “legge di iniziativa popolare” che ha come intento proprio una nuova regolamentazione di questo servizio introducendo forme di controllo partecipativo da parte della cittadinanza nella gestione del servizio.

    NON si può parlare così “per sentito dire” di COSA vorrebbero i promotori del referendum TACENDO su queste informazioni fondamentali.

  23. Marista,

    Leggo solo ora questo articolo ricchissimo di spunti, ma al volo non posso fare a meno di notare una breve frase che mi sento di poter confutare rapidamente ed a cuor leggero .

    Scrive l’autore dell’articolo a proposito del gestore del servizio:- Meglio lavora, più fa profitto.-

    La realtà è miserevolmente diversa, e non potrebbe esser altrimenti. Il gestore del servizio agisce sul luogo nei fatti in condizione di monopolio, quando distribuisce la stessa fetecchia di acqua che mi mandava il Comune, dagli stessi tubi colabrodo ed a un prezzo più che raddoppiato, e non posso scegliere un altro gestore, vuol dire che, come per altri servizi che stanno facendo affari d’oro e cartelli evidenti ed impuniti, io cittadino debbo subire lasciandomi in sostanza derubare. Il Comune, ammesso volesse reagire, non ha nessuna voce in Capitolo, questo almeno avviene nell’Alto Lazio , ma non credo siamo noi gli unici disgraziati nella sostanza più che turlupinati.

    Più o meno quello che avviene con la somministrazione della Energia elettrica, con le dovute apparenti differenze: Enel si divide in diverse spa, cambia nome, ma non cambia nei fatti le regole del fumoso giochino e degli appalti del servizio contatori, come dicono si stia preparando il gestore di acqua nel lazio: bellissimi contatori ultramoderni, una pacchia: manovrabili da mano umana tramite computer centralizzato, e nessun controllo. Se poi le discrepanze sono enormi, l’operatore svagato ed annoiato di fronte alla evidenza, recita : ” si, però lo da il computer come risultato” E si resta debitori di cifre che non corrispondno alla realtà , Adam Smith non aiuta a sbrogliare questa matassa vagamente puteolente, Miserie quelle che espongo, di fronte all’alto pensiero del tempo che fu? No, vita reale, truffe reali, e allora nei fatti si rischia di mettere un rivestimento raffinato su costruzioni deformi , truffaldine e criminogene nella loro non adattabilità al reale.

    Fuori dei denti: siamo ridotti in braghe di tela da una generazione di speculatori che ben sanno come usare a prorpio vantaggio le nuove tecnologie, le quali invece di portare sollievo alle popolazioni, stanno agevolando pochi a discapito dei più.
    Quindi, che dire, meno teorie e più attenzione a quello che si opera nei fatti, meno innammoramenti ideologici sarebbero auspicabili, se no davvero viene da pensare che se ad una Chiesa di Cristo, sostituiamo la chiesa del tecnocrate pancia-piena , stiamo facendo una baggianata senza uguali!!

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