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Nei giorni scorsi è stato pubblicato un Occasional Paper della Banca d’Italia, intitolato “La crisi internazionale e il sistema produttivo italiano: un’analisi su dati a livello di impresa“, di Matteo Bugamelli, Riccardo Cristadoro e Giordano Zevi. Il lavoro esamina le conseguenze per il sistema produttivo italiano della crisi economica e finanziaria internazionale iniziata nel 2007 con un approccio contemporaneamente macro e micro, utilizzando cioè sia dati aggregati di contabilità nazionale che informazioni a livello d’impresa desunte dall’indagine sulle imprese industriali e di servizi (Invind) condotta annualmente dalla Banca d’Italia. Tra le risultanze della ricerca, ne spicca soprattutto una: i livelli della produzione industriale italiana sono tornati indietro, a causa della crisi, di quasi 100 trimestri.

Come scrivono gli autori del paper,

Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo, pur assai pronunciato, è stato inferiore.

Nello specifico, e rimandando il lettore alle tavole 1 e 2 del paper, il livello di produzione industriale italiana è tornato al secondo trimestre 1986, quello tedesco al quarto trimestre 1999, quello francese al primo trimestre 1994. Come si nota, quello italiano è un autentico crack, che conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) che affermare che il nostro paese ha navigato in questa crisi meglio dei nostri concorrenti è una fallacia assoluta. Dal lato più generale del Pil, l’Italia in questa crisi è tornata indietro di 34 trimestri, contro i 13 e 12 rispettivamente di Germania e Francia. Naturalmente la notizia è rimasta sepolta nella cronaca natalizia, e forse è meglio così, visto quanto è inquietante.

Uno degli errori più comuni commessi dalla stampa e dai commentatori politici è quello di considerare solo le variazioni di una grandezza, non i suoi livelli. In tal modo l’analisi finisce col perdere profondità prospettica. Sono ancora e sempre troppo pochi quelli che riescono a realizzare che, quando una grandezza perde il 50 per cento, necessiterà di una ripresa del 100 per cento solo per tornare al livello di partenza. Non sorridete, in questo paese abbiamo un disperato bisogno di partire dalle nozioni di base. Per una migliore comprensione della differenza esistente tra livelli e variazioni è utile leggere gli esempi fatti da Menzie Chinn e Paul Krugman.

E soprattutto è utile smettere di dire che l’Italia ne uscirà meglio di altri.

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Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha oltre quindici anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con le riviste Ideazione ed Emporion e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di Libero Mercato.

5 Responses to “I livelli della crisi”

  1. Alfonso Fuggetta,

    Scusa Mario, una domanda. I trimestri sono 100 o 34? Come sono legati i due numeri?
    Grazie.

  2. stefano,

    Quindi? Se le cose stanno così, ci aspetta una rivoluzione sistemica (speriamo non cruenta) o faremo la fine della rana bollita?
    Se cerchiamo di toccare gli equilibri, in troppi si opporranno per difendere i “diritti acquisiti”. Se non cambiamo andremo a fondo tutti assieme (appassionatamente).
    La vedo buia, mi sa che l’Italia è destinata a sparire…

  3. Mario Seminerio,

    Alfonso, i 100 trimestri (92, per essere precisi) sono relativi alla produzione industriale, che è in stragrande parte manifattura. I 34 trimestri sono relativi al Pil, che è la somma di consumi e investimenti (pubblici e privati) e commercio estero netto. Dal dato si inferisce che l’industria italiana è stata colpita molto pesantemente dalla recessione, mentre il minor grado di sofferenza del Pil è verosimilmente da porre in relazione ai servizi, pur se in un contesto di consumi privati agonizzanti e di basso livello di consumi pubblici. Il fatto che francesi e tedeschi abbiano un arretramento minore dei livelli di Pil (12-13 trimestri) è da porre in relazione alla forte espansione dei consumi pubblici, legati al deficit spending di quei paesi durante la fase più acuta della crisi.

  4. Giuseppe Tornaghi,

    La mia esperienza diretta di piccolo imprenditore lombardo della filiera del mobile penso possa confermare quanto detto. Nella primavera di quest’anno la situazione era davvero drammatica. Il telefono, vero indicatore della situazione economica, era muto. Alcuni progetti di nostri clienti o ritardati. Molti di noi hanno avviato le richieste per accedere alla speciale cassa integrazione che la regione aveva messa a disposizione. Ma gia verso l’estate la situazione e’ cambiata e molti che avevano chiesto di usufruire della cassa non hanno usufruito neanche di un ora. Dalla estate l’aria si e’ fatta piu tranquilla e tutti ci siamo resi conto di essere arrivati a un punto dove si poteva tirare una riga e da li ripartire. E a fine anno invece le cose si sono fatte ancor migliori tanto da fare tirare un grosso sospiro di sollievo a molti. Certo ci sono situazioni molto difficili e che realisticamente sfoceranno in una chiusura ma rispetto al disastro temuto a marzo aprile le cose sono andate meglio. In oltre parlando con alcuni colleghi si ammetteva che pur con un fatturato in calo del 30% gli utili non erano poi cosi male, probabilmente perche’ i settori piu’ colpiti sono stati quelli dove gli utili erano minori o quasi assenti. Come sempre, bisogna e bisognera’ prepararsi per il peggio e sperare per il meglio…

  5. Pastore Sardo,

    E come dovremmo sperare per il meglio, magari ricostruendo una economia e degli incrementi di PIL con le automobili basate sul petrolio?
    Come esempio banale posso evidenziare che tanti agricoltori si sono comprati il fuoristrada nuovo con i contributi e sono quasi tutti in bancarotta perchè non riescono a competere con i costi.
    Se si fossere comprati pannelli fotovoltaici (il nucleare serve a prescindere a scanso di equivoci) a quest’ora sarebbero ancora in piedi sfamando le proprie famiglie.

    In ogni caso abbiamo in italia troppi problemi strutturali/culturali, quando l’economia ripartirà procuratevi il binocolo … per chi vuole andare sul sicuro consiglio un radiotelescopio :)

    Bella asineria tenere

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